LA MONETINA DIMENTICATA DELLA SCUOLA DELL'OBBLIGO

Nel bagno davanti alla mia stanza giace dimenticata una monetina. Occupa il suo spazio indisturbata, nell’angolo sotto il lavandino, oggetto che rimane fuori posto così a lungo da diventare invisibile. Forse l’ho notata il primo giorno, magari anche il secondo, ma decidendo di non raccoglierla me ne sono dimenticata: il mio cervello ha semplicemente smesso di vederla, adattandosi a una nuova normalità in cui quella monetina è elemento sostanziale del pavimento del mio bagno. Ti capita mai? Noti un oggetto fuori posto, lo lasci lì e il tempo lo trasforma in qualcosa a cui ormai ti sei abituato. È un po’ come chi abita ai bordi di una statale e smette di sentire il rumore del traffico. Ecco, per me l’istruzione in Italia è come quella monetina. Fuori posto così a lungo da diventare invisibile. La sposti quando passi lo straccio, ma rimane sempre dove, a rigor di logica, non dovrebbe stare. Paradossale no? Ma la scuola in Italia vive di paradossi. Ha il compito di educare al futuro e parla con i tempi verbali del passato remoto. È il settore fondamentale di ogni paese democratico ed è quello che subisce maggiormente tagli e definanziamenti. È lo strumento individuato per creare mobilità sociale e reitera i sistemi di dominio della società reale. Per creare uguaglianza giustifica le disuguaglianze attraverso il paradigma della meritocrazia. Ha a che fare con tutto ciò che è umano, ma i suoi strumenti (il voto, i test, la bocciatura) di umano hanno ben poco, così come di oggettivo. Baratta la creatività con l’omologazione, il pensiero critico con il nozionismo, la libertà con la costrizione, la voglia di imparare con la paura della punizione.

Ultime notizie La pandemia ha scoperchiato il vaso di pandora dell’istruzione pubblica, esacerbando le condizioni pessime in cui la scuola versa ormai da tempo. Il merito di questa situazione straordinaria è forse quello di aver riacceso il dibattito rispetto all’importanza dell’istruzione nel nostro Paese, o meglio questo è stato il merito delle politiche insufficienti (e ridicole azzarderei) messe in campo dal governo per fronteggiare l’emergenza. Molti degli argomenti sollevati dal lockdown non sono affatto contestuali come sembrano, così come non possono essere contestuali le soluzioni. Faccio qualche esempio: uno dei temi più problematici che la scuola pubblica si trova tutt’ora a dover fronteggiare è il divario digitale. Molti studenti si sono trovati in situazioni precarie, con la necessità di condividere il computer coi fratelli o coi genitori, con il wifi che non funziona o di cui sono semplicemente sprovvisti, costretti a frequentare la scuola attraverso il cellulare. Non mi sembra necessario sottolineare come questa disparità limiti di fatto il diritto allo studio. Così come non è una novità che il diritto allo studio non sia garantito a tutte e tutti nello stesso modo. Gli studenti non sono tutti uguali, non tutti beneficiano di contesti sociali in grado di garantire il massimo rendimento scolastico, non tutti hanno la possibilità di essere seguiti o banalmente di studiare in un ambiente adatto. Eppure il sistema scolastico sembra non curarsi troppo delle disparità prescritte tra studenti della stessa classe, evitando di mettere in campo soluzioni concrete in grado di promuovere uguaglianza dei mezzi. Le scuole non rimangono aperte per offrire un ambiente sereno in cui studiare, non c’è la possibilità di avere delle ripetizioni gratuitamente, ogni studente viene trattato nello stesso modo ignorando deliberatamente come il contesto di provenienza possa influire sul rendimento scolastico. Non basterà dotare tutti di un computer per risolvere il problema: le disuguaglianze reiterate dalla scuola sono solo la prima monetina dimenticata.

Preparare al futuro



Si dice che un immagine parli più di mille parole: queste sono rispettivamente una classe italiana del 1920 ed una del 2019. Cambiano i visi, i vestiti, ma nella struttura sono identiche. È straniante se consideriamo quanto profondamente sia mutata la società nell’ultimo secolo. Il non saper trovare differenze nel modo in cui lo spazio dell’insegnamento è strutturato è un indicatore valido della sostanziale continuità del modo in cui la scuola concretamente opera nel nostro paese. Classi come compartimenti stagni, studenti come vasi che prendono la polvere in attesa di essere riempiti. E questo non è l’unico anacronismo: nell’era del digitale le scuole non sono fornite di strumenti tecnologici. Prevale l’insegnamento frontale e non esistono ore dedicate all’attualità ed alla discussione. Studiamo la storia nello stesso modo in cui l’hanno studiata i nostri nonni, come un tappeto srotolato di date e guerre. Siamo in grado di raccontare la filosofia di Aristotele eppure non riusciamo ad argomentare un’opinione. Con questo non voglio sostenere che il sapere debba essere funzionale, tutt’altro. Ma un sistema di insegnamento basato sul trasferimento unilaterale di conoscenze non è in grado di fornire gli strumenti di pensiero critico necessari per comprendere ciò che si cela dietro l’idea di mondo proposta dal potere e la scuola perde uno dei suoi scopi costitutivi. Se dopo tredici anni di educazione il 28% della popolazione soffre di analfabetismo funzionale forse dovremmo interrogarci sul modo in cui la scuola insegna. Ogni slancio di didattica alternativa è demandato alla buona volontà di insegnanti appassionati, costretti a rincorrere i programmi ministeriali rigidi e lineari. Programmi che pretendono di omologare in maniera oggettiva la conoscenza, ignorando che il sapere non è mai neutro e che tanto meno può esserlo l’insegnamento. Una pretesa di oggettività che si traduce negli strumenti professionali della scuola: i sistemi di verifica e di valutazione, di promozione e bocciatura. Strumenti che sono pensati non tanto per spronare, quanto più per punire, e che di conseguenza si rivelano inutili e nella maggior parte dei casi classisti. Dati alla mano, le bocciature colpiscono massicciamente le classi sociali con un basso capitale culturale e sono uno dei fattori che favorisce la dispersione scolastica. Così come gli studenti “modello” sono spesso espressione di classi sociali agiate, gli studenti che “faticano” presentano, a livello sistematico, un background sociale svantaggiato e , a fronte della bocciatura, non migliorano la propria carriera scolastica. Diventa allora fondamentale domandarsi se un sistema che punisce sistematicamente al ribasso vada mantenuto. Diventa cruciale chiedersi se questo modo di strutturare l’insegnamento sia veramente in grado di sviluppare il pensiero critico e libero, se questo obiettivo sia raggiungibile per mezzo di conoscenze trasferite o se invece l’omologazione non si traduca, nei fatti, in un impedimento al “trovare la verità da soli”. Un’omologazione dei linguaggi, degli argomenti e quindi delle idee. Sembra tutto paradossale, ma lo è davvero? La scuola è un’istituzione, e come ogni istituzione rispecchia il sistema di potere che la crea. Da una prospettiva conflittualista, può essere vista come il prodotto storico di determinate strutture sociali, che esprime e riproduce le contraddizioni proprie della società a cui appartiene. Noam Chomsky sostiene che la scuola svolga un ruolo di controllo, trasformandosi in un luogo che riproduce l’ideologia dominante e scoraggia il pensiero indipendente. Non deve in questo senso stupire la graduale trasformazione dell’istruzione in senso neoliberista: è dalla fine degli anni Ottanta che assistiamo al suo mutamento progressivo in un servizio che eroga for­mazione, subalterno alle esigenze del mercato. La “Buona Scuola” di Renzi esemplifica bene il cambiamento verso la scuola del profitto, con la sottomissione del sapere alla produttività economica e l’approccio strumentale all’istruzione. La conoscenza è piegata alla necessità di acquisire competenze utili al mercato del lavoro e il fine di insegnare diventa quello di adattare gli studenti al contesto economico. «Ogni rapporto di egemonia è necessariamente un rapporto pedagogico» scriveva Gramsci: così l’ordine neoliberista necessita di lavoratori passivi e abituati a competere (al ribasso) e la scuola non deve più preoccuparsi di costruire cittadinanza democratica e uguaglianza. Da qui anche il paradigma del merito su cui l’insegnamento pone oggi i propri fondamenti, diventando sinonimo di obbedienza e di dovere. È infatti attraverso la dittatura della meritocrazia che il sistema scolastico perde la capacità di creare mobilità sociale: la disuguaglianza sociale è camuffata da mancanza di talento e lo studente svantaggiato diventa svogliato. Va a Pierre Bourdieu il merito di aver sottolineato per primo come le disuguaglianze interne alla scuola siano non solo specchio dei diversi ambienti di provenienza degli studenti, ma anche prodotto sistematico dell’istituzione in sè. Secondo il sociologo francese, sono infatti gli oppressi stessi che contribuiscono alla propria oppressione. Per spiegare questa teoria si serve del concetto di habitus, inteso come socializzazione della struttura sociale di provenienza e degli atteggiamenti e linguaggi che le sono propri. È l’habitus che induce lo studente ad auto-selezionarsi rispetto ad obiettivi di formazione “troppo ambiziosi” e contemporaneamente spinge l’insegnante a giudicare come dono o pigrizia ciò che è invece prodotto diretto delle condizioni materiali e culturali della classe sociale di appartenenza. L’analisi è completata dal concetto di violenza simbolica, intesa come imposizione di valori e significati estranei che delegittimano i valori e i significati di cui i soggetti sono portatori. I parametri del giudizio scolastico non sono quindi basati su significati collettivamente condivisi, ma rispecchiano i linguaggi propri dell’istituzione scolastica e delle classi sociali che la esprimono, andando di fatto a giustificare come mancanza di capacità quelle che non sono altro che disuguaglianze di habitus, frutto del contesto sociale e culturale di un determinato studente. Un esempio lampante in questo senso è la pretesa di una determinata proprietà di linguaggio, proprietà che non si insegna, ma si valuta.

E quindi?

La storia della scuola è un processo di accumulazione di monetine dimenticate. Ad oggi, siamo così immersi nei suoi meccanismi da dimenticare il ruolo cruciale che svolge in ogni società che voglia essere davvero democratica e da non vedere i paradossi su cui è costruita. La conoscenza è libertà e la costruzione di una società ugualitaria, giusta e libera non può prescindere da un sistema di istruzione democratico nei fatti oltre che negli intenti. Per farlo, ciò che è necessario oggi non è per forza avere soluzioni già pronte, quanto più interrogarsi sulla reale natura dei problemi, andando a riaccendere così un dibattito sopito da troppo tempo. Un dibattito intellettuale, un fermento sociale in grado di spingere la politica a elaborare soluzioni partendo dalla radice dei problemi, così che la società tutta acquisisca la lungimiranza di raccogliere quella monetina dimenticata.


Di Virginia Tallone

Qualche consiglio di lettura Libri e saggi: -Noam Chomsky, Dis-educazione. Perché la scuola ha bisogno del pensiero critico -Don Lorenzo Milani, Lettera a una professoressa -Henry Giroux, Youth in a Suspect Society: Democracy Or Disposability?

-John Dewey, Democrazia e Società -Martha Nussbaum, Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica

Articoli:

-https://jacobinitalia.it/404-universita-not-found/

-https://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-4-2019/item/4218-la-deriva-neoliberista-che-minaccia-la-scuola-democratica.html

- https://www.iisf.it/index.php/attivita/pubblicazioni-e-archivi/diario-della-crisi/giorgio-agamben-requiem-per-gli-studenti.html

- https://www.dinamopress.it/news/la-scuola-si-mobilita/

- https://www.internazionale.it/opinione/felice-cimatti/2020/05/25/universita-gratuita-tasse

- http://www.leparoleelecose.it/?p=11925