LA NOTTE DEL GIUDIZIO

Quale miglior scenario se non quello di Halloween per ribaltare lo Stato con una rivoluzione. Il mese dell’amata e odiatissima festa irlandese e degli eccentrici travestimenti americani è stato da urlo, all’altezza delle aspettative e ancora di più. Un nuovo DPCM come scherzetto agli italiani e il trick or treat di risposta non tarda ad arrivare. Di questi tempi è difficile distinguere la realtà dalla trama di un film Hollywoodiano, a metà strada tra un horror ed uno apocalittico. Misure di sicurezza che limitano le libertà personali e il popolo in rivolta: siamo forse alle porte di una svolta anarchica? No, qua non siamo a Los Angeles. Siamo in Italia, nello specifico a Torino, la città di Profondo Rosso e, tutto sommato, noi italiani con il neorealismo ce la caviamo meglio. Non spaventa l’apocalisse: il popolo ha paura della fame, della disoccupazione, e presa dal panico scende nelle piazze e chiede aiuto. Ciò che da tanto ci spaventava, la recessione e la disoccupazione, sta diventando realtà: parte quindi dal basso un urlo che più di rivolta sa di paura. Ma non possiamo ignorarlo, queste notti di protesta ci dicono molto di più; è più complicato di così. Torino, tra le varie città in rivolta, non la cito a caso, è lì che nel caos generale sono state prese d’assalto le vetrine di negozi extra lusso e la vetrina rotta di Gucci è diventata già icona, meme e leggenda. Atti vandalici che sicuramente debilitano la protesta, ma che allo stesso tempo ci raccontano tanto sull’evolversi della società. Nella prima Repubblica si sarebbe parlato di esproprio proletario, di lotta ai simboli del capitalismo. Anche nella seconda probabilmente il lessico sarebbe stato lo stesso, non a caso qualcuno ha ripescato dagli archivi il meme del ragazzo incappucciato che dà fuoco alla banca perché “è l’emblema”, risalente all’Expo renziano, ma l’associazione non è del tutto corretta. Nei talk show della tivù si è anche parlato di “frange infiltrate di estrema destra”, ma anche questa è una risposta alquanto semplicistica. La vetrina di Gucci rotta mi ha da subito ricordato, per associazione semantica, il BLM statunitense, le cui proteste avevano preso pieghe simili. I fatti di New York ( le vetrine di Dolce e Gabbana, e non solo, saccheggiate) erano stati commentati da Saviano quest’estate. “Non rappresenta la rabbia verso quello che rappresentano quelle vetrine”, aveva detto in una diretta Instagram, “Non è lotta al capitalismo”. Non ci si limita a rompere la vetrina, la si svuota, ci si vuole arrogare il diritto di mettere quegli abiti. L’atto non nasce come messaggio, è vuoto, si vogliono avere delle cose e basta. Forse è proprio questo che lo rende così ricco di significato.

L’opinione pubblica difende con fervore lo scendere in piazza quando di mezzo c’è il lavoro, non solo in quanto valore fondante della costituzione nostrana (protagonista del primo articolo, non uno a caso), ma anche perché comunemente visto come attività “nobile e nobilitante”. Bauman in “Lavoro, consumismo e nuove povertà” scriveva di come il retaggio di questa visione condivisa provenisse dalla seconda rivoluzione industriale, epoca in cui nacque letica del lavoro. Questa morale veniva sfruttata dalle classi dominanti per attirare manodopera in fabbrica. In passato, lavorare e scegliere un mestiere piuttosto che un altro significava costruire una propria identità, abbracciare una carriera e continuarla per sempre. I professionisti nello specifico (penso a medici, ingegneri, notai, colletti bianchi in genere) erano figure degne di rispetto agli occhi della società, e ciò è ancora attuale in parte. Miserabili, invece, coloro che rimangono esclusi dal mercato, che non riescono ad uscire dall’indigenza con i propri mezzi. Ma, a parte qualche strascico, oggigiorno questa visione è superata, appartiene ai tempi andati dei nostri nonni. Ora siamo nell’epoca del part-time, del tirocinio a vita, di neolaureati che prendono meno di mille euro al mese (sempre che lavorino). Non ci addentriamo poi nella questione partite-iva. Ma già prima che la situazione degenerasse fino al punto che conosciamo oggi, l’etica del lavoro aveva smesso di essere colonna portante della nostra società lasciando spazio a valori ben diversi. Almeno una volta nella vita vi sarà capitato di sentir parlare di società dei consumi. Sempre Bauman parla nello specifico di estetica del consumo, ovvero di consumo che diventa necessario, non solo per il sostentamento, ma perché funzionale a costruire la propria identità nel sociale, sostituendo il ruolo prima svolto dal mestiere, come detto prima. Il sociologo polacco cita Peter Townsend, che a riguardo ci dice che “Gli stili di vita stanno diventando sempre più irraggiungibili per chi ha un basso livello di reddito, definito storicamente nei termini di un potere d’acquisto limitato nei beni primari o di sussistenza”. Per Bauman la società dei consumi obbliga i propri membri a sperimentare questa irraggiungibilità come la più penosa delle privazioni. “Il potersi permettere certi stili di vita è la condizione necessaria della felicità umana, se non addirittura della dignità umana.[…] Nessuna quantità di beni e di sensazioni eccitanti potrà mai procurare una soddisfazione simile a quella prestabilita un tempo dalla capacità di raggiungere certi standard, poiché non vi esistono più parametri prestabiliti”. Il divario non è più tra chi fa fatica a sostentarsi e chi invece ce la fa, ma tra chi riesce ad accedere a determinati standard di vita e chi no. All’interno di questa cornice i fatti sopra citati non sembrano più così privi di significato. Non li giustificano certo, ma ci ricordano che siamo tutti figli di una stessa cultura, ci siamo dentro con tutte le scarpe, che lo si voglia ammettere o meno. Non c’è quindi da stupirsi, quindi, se soprattutto i giovanissimi, che non hanno mai conosciuto società diversa da quella descritta (in questa categoria è compresa anche la sottoscritta), considerino “povertà” il non potersi permettere una scarpa Gucci. E non bel mezzo del caos apocalittico ne approfittino. Ma magari queste sono tutte speculazioni senza senso, magari mi sbaglio, magari ha ragione chi dice che quei ragazzi volevano sfondare una vetrina insensatamente. Ma al di là della sottile linea tra torto e ragione, provare a dare una lettura a ciò che ci circonda, provare a dare una spiegazione che sia oltre a ciò che è visibile nell’immediato, rende la realtà un po’ meno da brivido.


di Eva Saldari