LA POVERTÀ AUMENTA, LE RETI SOLIDALI BOLOGNESI SI AUTO-ORGANIZZANO

Sono stato cacciato di casa tre anni fa, per quasi un anno sono stato in un albergo. Da due anni vivo in una casa del comune. (…)””ad aprile dell’anno scorso, proprio il 16 Aprile sono stato licenziato, mi ricordo il giorno proprio come se fosse l’inizio della terza guerra mondiale, facevo il pizzaiolo da quasi 16 anni”


A parlare è Mimmo, un volontario delle Brigate Solidali del TPO, centro sociale bolognese. Mimmo, egiziano di circa quarant’anni con una moglie e con una bambina piccola a carico, è uno dei tanti che in questi mesi difficili di pandemia ha perso il lavoro. In attesa di tornare alla normalità e di trovare un nuovo lavoro, si è messo a disposizione con tutta la sua energia come volontario dell’associazione che gli ha permesso di andare avanti in questi mesi difficili.


Secondo un report dell’Istat uscito il 4 Marzo, quasi ad un anno preciso dal primo lockdown, nel 2020 un milione di persone in più sono scese sotto la soglia della povertà assoluta. In totale sono 2 milioni le famiglie sotto la soglia di povertà assoluta oggi in Italia, per un numero di individui pari a circa 5,6 milioni, oltre un milione in più rispetto al 2019. L’incremento maggiore della povertà assoluta è stato nel Nord del paese, dove 218 mila famiglie, 720 mila individui, sono scesi sotto la soglia di povertà. A subire di più le conseguenze della crisi sanitaria ed economica sono state le famiglie numerose e quelle con una sola persona di riferimento occupata. È salito a livelli mai così alti dal 2005, anno della prima rilevazione, il livello di povertà per gli individui minori di 18 anni: sono 1 milione e 346 mila i bambini e ragazzi poveri nel 2020, 209 mila in più rispetto al 2019.


I freddi dati certificano e danno un quadro più ampio, diffuso su tutto il territorio nazionale, di una nuova realtà sanitaria, economica e sociale cambiata per tutti, ma che ha già iniziato a colpire con forza le fasce più deboli della società. C’è chi però di fronte a tutto ciò ha avviato un percorso di solidarietà con lo scopo preciso di creare rete, per cercare di non lasciare indietro nessuno, nonostante i ritardi e le poche soluzioni messe a disposizione dallo Stato e dalle autorità locali.Queste reti rispondono alle esigenze di chi ha bisogno, si sostituiscono a servizi che dovrebbero essere garantiti. A Bologna già esistevano realtà di solidarietà, come il TPO e le Cucine Popolari che hanno aumentato la loro attività sin dal primo lockdown. Altre iniziative sono nate proprio a causa della pandemia, come il progetto Don’t Panic.


TPO


In un grigio venerdì mattina di gennaio ci siamo recati al centro sociale TPO, in Via Casarini, quartiere Porto. Nell’ampio cortile interno proprio sopra l’entrata sventolava una bandiera con il volto di Ochalan, capo della resistenza Curda. Una volta entrati nel primo edificio sulla sinistra, lo spazio più grande, lì dove fino ad un anno fa si organizzavano i concerti e diverse attività culturali e politiche, abbiamo incontrato i volontari delle Brigate Solidali, indaffarati nel preparare la distribuzione del cibo che di lì a poco sarebbe iniziata. Diverse famiglie erano già in attesa. A raccontarci il loro lavoro è stato Manuel, uno studente e volontario, che si occupa di raccogliere le donazioni davanti ai supermercati e di distribuire i pacchi alimentari il venerdì mattina.

Il progetto è iniziato a maggio, con l’idea di creare un circuito di mutuo aiuto che non fosse beneficienza fine a sé stessa, ma con l’intento di creare un rapporto tra il volontario e chi usufruisce del servizio. Oltre all’attività di distribuzione dei pacchi alimentari sono attivi altri servizi, già presenti da prima di marzo 2020: il doposcuola, lo sportello lavoro e lo sportello casa.


Di solito chi viene a prendere i pacchi può anche avere una necessità di altre dinamiche quindi stiamo cercando di integrare tutti questi progetti insieme.”.


I volontari riparano anche i computer e danno una mano con la teoria a chi vuole prendere la patente. Dopo una pausa estiva sono ripartiti a ottobre, riadattando l’attività anche in base a come cambiava la situazione fuori dal TPO. Inizialmente i pacchi venivano portati a casa (le famiglie che usufruiscono del servizio sono famiglie del quartiere Porto-Saragozza, abitano tutte vicino). Dopo l’estate sono diminuite le richieste, probabilmente perché qualcuno ha trovato un lavoro. È stato quindi deciso di cambiare procedura, passando alla raccolta del cibo davanti ai supermercati e alla distribuzione dei pacchi, il venerdì e il sabato mattina nella sede stessa del TPO. A maggio c’erano 30 famiglie, a ottobre una decina. Attualmente il numero è di 20-25, ma è in continuo aumento. Si tratta di nuclei famigliari che vanno da 2-3 persone alle 5-6 persone.


“Ho notato come differenza dal primo lockdown una diversa disponibilità delle persone. Con il primo lockdown sembrava ci fosse la corsa alla solidarietà, come se fosse diventata una moda, io almeno ho avuto questa sensazione che col tempo è calata…forse adesso sta tornando una certa consapevolezza, legata al fatto che c’è un problema sociale ed è necessario.”.


In totale i volontari attivi sono una 20ina, anche se 50 persone si sono messe a disposizione.


Doposcuola, sportello casa e lavoro erano già attivi prima della pandemia, erano attività legate al TPO e adesso si sta cercando di ampliarle”.


Mentre parliamo, nel cortile interno dalle finestre dell’edificio più piccolo che guarda la struttura principale, si sentono le voci dei bambini alle prese con le lezioni, un ragazzino in ritardo vaga per il cortile, affacciandosi timoroso alla porta.


Manuel, intanto, ci racconta di come funziona la logistica del cibo. La quantità di cibo disponibile dipende molto dalle raccolte che vengono fatte, quindi se la raccolta va a buon fine si riescono a coprire un paio di settimane. Recentemente è stato stretto un patto con il Banco Alimentare, che riuscirà a garantire continuità nel riempire il magazzino. Anche le Cucine Popolari contribuiscono alla reperibilità di cibo. Si creano reti, è questo l’obiettivo del progetto che però non vuole limitarsi soltanto a un’attività di puro volontariato ma anche avviare un percorso di rivendicazioni politiche favorendo un discorso di confronto con le autorità locali e di rivendicazione politica, insieme anche al centro sociale Labas.


Cucine popolari


Le Cucine popolari si trovano in Via Berti, dietro porta Lame, proprio accanto al cinema Nosadella, in un grande comprensorio. Avvicinandosi alla porta delle cucine, gruppetti di persone mangiano appoggiati sui bordi delle aiuole. Proprio sul ciglio della porta vi è un banchetto dove avviene la distribuzione, dentro i volontari si danno da fare chi per fare i pacchetti, chi in cucina, fuori ogni tot tempo si affaccia qualcuno e ogni tanto si forma una breve file di 3-4 persone. Dentro abbiamo conosciuto Vania, volontaria da tre anni che organizza i turni dei volontari sia per i cuochi sia per coloro che preparano i sacchetti d’asporto. Vania inoltre organizza il tesseramento e l’accoglienza degli ospiti il venerdì a pranzo. Le Cucine Popolari, che a luglio festeggeranno i 5 anni di attività, nascono dall’idea di Roberto Morgantini di fornire un pasto alle persone con scarse possibilità, come i senza fissa dimora, i disoccupati, le persone sole. Ma oltre alla fornitura del pasto l’obiettivo delle Cucine Popolari è quello di creare un ambiente di relazione: “non solo cibo ma relazione per rompere delle solitudini, per permettere, quando si poteva, di accoglierli in sala, di vivere una situazione di normalità, un pasto caldo, i bicchieri, le posate, le chiacchiere, per permettere loro di socializzare e uscire da un isolamento.”.


L’intenzione inoltre non era solo quella di accogliere l’emarginazione, ma di rendere le Cucine un posto che potesse ospitare la normalità: prima del covid chiunque poteva pranzare alle Cucine Popolari insieme agli ospiti “tradizionali”, dando un’offerta libera. Era inoltre possibile organizzare eventi come compleanni, feste e presentazioni di libri, per permettere al luogo di non ospitare solo emarginazione ma anche cultura. “Sono stati fatti incontri sul tema del cibo, dal Medioevo in poi, presentazioni di libri a tema immigrazione, a cui venivano invitati anche i nostri ospiti tradizionali. Così da non dare solo cibo ma anche altro.”.


Da marzo 2020 le Cucine Popolari hanno dovuto cambiare modus operandi e ora fanno cibo d’asporto. “Abbiamo circa una media di 100 ospiti al giorno. Prima del lockdown di marzo ospitavamo 60 persone a tavola, con la pandemia siamo arrivati a 140/150. Ieri erano 111, ieri l’altro 105.”.


È stato calcolato che il 53% di loro è senza fissa dimora straniero e disoccupato. gli altri sono ospiti storici, segnalati ai servizi. La maggior parte sono uomini. È diminuita invece la presenza delle donne che prima venivano volentieri in sala ma ora non si ritrovano nella situazione di fare la fila. I volontari accolgono le segnalazioni sia dei servizi sociali che delle parrocchie.


“I servizi non funzionano: noi per gli ospiti che arrivano prepariamo una scheda oppure li interroghiamo, in base alla valutazione che facciamo gli diamo una tessera provvisoria che ha una durata mensile e nel frattempo mandiamo la segnalazione ai servizi sociali affinché se ne facciano carico. Loro ci rispondono che possiamo mandare la scheda ma tanto loro fanno fatica a stare dietro alla nuova povertà perché non hanno le forze.”. Infatti Vania ci racconta che all’Help Center e a Bassa Soglia, servizi comunali che si occupano delle persone senza fissa dimora, hanno cambiato a causa della pandemia l’attività dei loro sportelli. Attualmente esiste solo un servizio telefonico per accedere al quale bisogna possedere un telefono e avere la fortuna di non trovare la linea occupata.


“C’è una necessità immediata, quella della fame, per adesso, poi si arrangiano come possono per dormire, sotto questo portico qua, negli scantinati.”. La loro impressione è che il servizio pubblico stia delegando un po’ troppo al volontariato, in particolare l’assistenza alimentare. Le Cucine Popolari non hanno alcun tipo di finanziamento pubblico, vivono di autofinanziamento che una volta era legato agli eventi organizzati. Ora vanno avanti con le donazioni dei privati e grazie ai supermercati che donano i prodotti vicini alla scadenza, tre volte a settimana. Anche altre aziende contribuiscono, come il Banco Alimentare. Le Cucine Popolari non hanno mai chiuso, neanche durante il primo lockdown. Vania poi ci racconta di come sono cambiate le cose, infatti se prima della pandemia questo era il luogo dove si socializzava sia d’estate che d’inverno adesso è cambiata la procedura che è diventata una cosa molto rapida, gli ospiti infatti non vedono l’ora di prendere il pasto e mangiare e a volte ci sono momenti di tensione.


I volontari hanno un elenco dei nuovi arrivi a cui viene dato il pasto e li si invita ad andare all’Help Center. Solitamente arrivano dalle 5 alle 10 persone nuove ogni giorno, la maggior parte sono stranieri. Con la segnalazione si sottoscrive una tessera che se presentata permette di avere l’accesso regolare al pasto. Come accennato prima, può capitare che chi telefona all’Help Center non riesca ad ottenere una risposta telefonica non riuscendo così ad avere automaticamente un accesso ai pasti. I volontari riescono ad occuparsi al massimo di 120 pasti d’asporto al giorno. Ci sono altre due sedi oltre a quella di via Berti e tutte insieme le tre cucine -dal lunedì al venerdì- hanno 450/500 ospiti a pranzo. Dei 220 registrati nella sede di via Berti non tutti si presentano ogni giorno, ma è raro che quelli che non vengono più si siano sistemati. È infatti molto difficile che riescano a trovare un lavoro. Vania ci racconta che qualcuno degli “storici” è riuscito provvisoriamente a trovare un impiego ma quasi sempre con contratti a tempo determinato e perlopiù era gente radicata a Bologna da molto tempo. Sono invece molti a non recarsi ai servizi del comune perché privi di permesso di soggiorno o perché lavoratori in nero e perciò spaventati dalla possibilità di essere segnalati alle forze dell’ordine.



















Don’t Panic


Gioacchino, studente fuorisede a Bologna, volontario dell’organizzazione, ci racconta cos’è “Don’t Panic” e come è nato. Silvia anche lei volontaria di “Don’t Panic” ci spiega la loro ultima iniziativa: i “Condomini della Cura”. Valerio Tuccella invece ci mostra l’esperienza del “Ritmo Lento” e di come si stia riorganizzando in questi tempi di pandemia.


Foto di Cecilia Fasciani



La pandemia colpisce con forza la nostra società, ma in molti hanno deciso di rispondere ed auto organizzarsi in attesa di risposte strutturali da parte delle istituzioni. Le reti solidali bolognesi sono in prima linea e soprattutto in questa fase unite. Sono tantissime e non abbiamo potuto raccontare tutte le esperienze. La speranza è che una volta finita questa pandemia, le energie profuse e l’unità d’intenti continui e diventi ancora di più una componente fondamentale della politica cittadina e nazionale, in modo che nessun* davvero venga lasciat* indietro.


di Elena Lupica e Stefano Chianese

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Cucine Popolari


TPO


Don't Panic - foto di Cecilia Fasciani