LA SINISTRA CHE VORREI

Sgombriamo il campo da equivoci: la realtà è irrimediabilmente lontana dalle nostre aspettative; i crudi rapporti di forza modellano il mondo così come lo conosciamo oggi; per combattere le ingiustizie, in democrazia, si deve anche imparare a dialogare col potere. In questa prospettiva, è inevitabile pensare che Conte e Letta, centristi, democristiani e filo-atlantisti, siano decisamente meglio di Salvini, Meloni e del mafioso di Forza Italia che non posso nominare (odio provare ribrezzo quando scrivo). Ma supponiamo che si pongano, in futuro, le basi per una sinistra veramente radicale, democratica e ambientalista: quali sono i personaggi in grado di aggregare le istanze provenienti dal basso, di essere il meno personalistici possibile, di coordinare con gentilezza anziché decidere autoritativamente, di farsi portavoce di un universo, quello della società civile, che mai come in questo momento storico sopperisce come può alle drammatiche carenze della politica neo-liberista? Ho provato ad individuarne alcuni, sperando di essere stato miope sulla prospettiva di tante altre persone che compongono il variopinto mondo della sinistra italiana.


Elly Schlein è la figura di sinistra più convincente e capace che si sia vista negli ultimi anni. Capace come pochissime altre figure di aggregare istanze radicali e capacità di dialogo; unica nella politica mainstream a parlare di “intersezionalità” delle lotte, ovvero della necessità di comprendere l’interdipendenza e la complementarietà delle grandi questioni irrisolte del nostro tempo (quella ambientale, quella razziale, quella di genere e quella sociale); coraggiosa (nomen omen: “Coraggiosa” è la lista con cui è diventata vicepresidente regionale in Emilia-Romagna) nell’uscire dal PD insieme a Civati in un periodo in cui essere renziani conveniva non poco, e portava prestigio e potere a politici e politiche in rampa di lancio.


Aboubakar Soumahoro è ciò che manca alle nostre istituzioni: laureatosi in sociologia mentre faceva il bracciante, sindacalista, bravissimo oratore, figura talmente pulita e affidabile da aggregare intorno a sé le istanze di tutti gli “invisibili” del nostro Paese: braccianti (il mondo dal quale proviene) sfruttati dal caporalato, lavoratori dello spettacolo impoveriti dalla pandemia, riders senza diritti, operai senza tutele. Ai propagandistici “Stati generali dell’economia” del governo Conte 2 (in cui si è incatenato davanti a villa Pamphili, per rivendicare maggiori diritti per gli sfruttati del caporalato e chiedere l’abolizione dei decreti sicurezza) ha risposto organizzando gli “Stati popolari”, tenutisi a luglio in piazza San Giovanni a Roma. Nell’ultimo mese il sindacalista della “Lega braccianti” ha infine annunciato la volontà di candidarsi alle prossime elezioni, alla guida della comunità politica “Invisibili in movimento”. Lancio un appello a Fratoianni e Civati, esponenti di spicco di Sinistra Italiana e Possibile: perché non avviare subito un dialogo con Soumahoro sui temi della lotta al caporalato e della giustizia sociale, per costruire una coalizione di sinistra capace, se serve, di dialogare con PD e 5 stelle, ma in grado anche di esercitare una propria egemonia culturale? Chi più di Soumahoro può difendere dal basso le istanze degli ultimi?


Alla costruzione della sinistra che vorrei deve contribuire una nuova generazione di intellettuali. Michele Serra e Massimo Recalcati hanno pontificato per anni sui maggiori quotidiani nazionali, finendo per diventare fervidi sostenitori del renzismo e dell’estetica del “padre che uccide i figli” come Renzi rottama la sinistra. Ecco, questi ultimi hanno fatto il loro tempo. L’intellettuale non deve spingere le masse a sostenere chi più gli/le aggrada: deve invece aiutare i cittadini a sviluppare una coscienza critica sulle storture del mondo e sulla necessità di porvi rimedio. Non deve convincere di qualcosa, ma deve suscitare qualcosa. Se agisce da comitato elettorale svaluta totalmente la sua funzione; se invece stimola la cittadinanza a re-innamorarsi della politica dopo anni di apatia, eleva il suo compito. L’intellettuale deve aspirare ad avere un ruolo a tempo rigorosamente determinato: contribuendo alla costruzione di comunità di cittadini liberi e pensanti, che sostituiranno progressivamente la sua funzione di stimolo, imparando ad esercitare il pensiero critico in autonomia. Michela Murgia e Roberto Saviano sono sicuramente le figure di questo tipo più conosciute; ma il contributo che stanno riuscendo a portare nel dibattito pubblico giovanissime scrittrici come Jennifer Guerra (autrice de “Il corpo elettrico. Il desiderio nel femminismo che verrà”) è già rilevante.


Infine, l’informazione: sempre più precaria e minacciata dal potere (come dimostra la terrificante pratica di intercettare giornalist* come Francesca Mannocchi, Antonio Massari e Nancy Porsia, colpevoli di documentare la tragedia umana che avviene ogni giorno nel Mediterraneo), e proprio per questo sempre più necessaria. Giornali come “Funamboli-saperi dal basso” provano secondo me a dimostrare che un’informazione libera e indipendente è ancora possibile: lontani dalla più scandalosa concentrazione editoriale del XXI secolo (quella del gruppo GEDI, la sedicente sinistra degli Agnelli-Elkann) e vicini alle migliori tradizioni del giornalismo dal basso, in sintonia con un contesto sociale fervido come quello di Bologna, vero laboratorio della sinistra che verrà. Sinistra che spero si venga a costituire anche grazie ad una osservazione della realtà sempre in equilibrio sulla fune del libero pensiero, attenta a non cadere nell’abisso dell’assuefazione al mondo che viviamo: insomma, grazie all’essere Funamboli.


di Daniele Ballerini