LA SOLITUDINE DEL MORENTE

Attenzione! Questa non è una lettura per cuori deboli.


Saramago scriveva in Cecità “E’ una vecchia abitudine dell’umanità, passare accanto ai morti e non vederli”. Così, in questo nostro strano intermezzo di vita, veniamo ogni giorno a conoscenza di cifre, quelle di persone decedute, spesso senza comprenderle, razionalizzandole a stento. Il sacrificio di vite umane di una società che non fa altro che guardare al dopo. In Italia si parla di ca. 27.600 morti. Quasi uno stadio.

In una chiacchierata al telefono con una Dottoressa anatomopatologa (che lasceremo nell’anonimato) chiedo quale sentimento prevalga di fronte alle persone malate. Ciò che più mi spaventa degli ospedali è la freddezza apparente di dottori che, per forza di cose, spesso mostrano occhi privi di compassione. Eppure lei mi rivela che mai come ora i medici mostrino la propria empatia e sensibilità. Non eroi, quella è retorica, “Una grande cazzata, quando fino a poco fa ci davano degli assassini” mi dice lei (passi il francesismo n.d.r.), ma esseri umani che hanno di fronte pazienti soli. “La riflessione che si fa è che siamo soli di fronte alla morte” racconta, “I pazienti muoiono senza avere accanto un parente, un amico, nessuno”. Ed è a quel punto che mi torna in mente il libro del sociologo Norbert Elias “La solitudine del morente”. Secondo Elias, più il processo di civilizzazione progredisce, addentrandosi nella post-modernità, più si tende a relegare la morte dietro le quinte della società, fino a renderla un tabù. “La morte è uno dei più grandi pericoli bio-sociali che minacciano la vita umana” scrive, “Per chi muore ciò significa vedersi relegare dietro le quinte, e dunque essere isolato”. Di morte non si parla, la morte non si nomina. Si usano eufemismi come è venuto a mancare, è deceduto, è scomparso, perché il nudo e crudo è morto rappresenta una realtà troppo grande da digerire tutta insieme, o con le parole di Elias si cerca di “celare quanto il più possibile questo aspetto increscioso dell’animalità umana”. Il sociologo ci spiega come questo processo si concretizzi nella distanza fisica tra vivi e morente, nel timore anche solo di toccare chi sta per morire. I rituali della morte, quindi, trovano luogo nell’asetticità degli ospedali, quando la maggior parte delle persone preferirebbe morire nell’ambiente caldo della propria abitazione. La proiezione fatta anni addietro da Norbert Elias tocca oggi i propri massimi storici, per ragioni pratiche e comprensibili, ma aprendo la strada ad una riflessione non banale. La cura della persona umana è in primo o in secondo piano rispetto a quella dei singoli organi?


Quando chiedo alla Dottoressa se ha paura, lei mi risponde che ciò che più la spaventa è l’idea dell’isolamento, se le capitasse di essere ricoverata i suoi cari non saprebbero il suo collocamento, nemmeno il reparto, nonostante l’ospedale sia quello in cui lavora. Non può non colpire, in effetti, la sua forte immedesimazione con il malato. Viene quindi da chiedersi se una volta superato questo caos non si arrivi ad una controtendenza rispetto a quanto spiegato da Elias. D’altronde, come scrive il sociologo tedesco “il problema della morte muta nel corso dello sviluppo della società”, perciò se l’unica cosa che ora appare certa è che in futuro ci sarà un prima e un dopo il virus, non potrà non esserci un cambiamento anche in questo senso. Ciò che ci auguriamo è che sia in positivo. Ci auguriamo che la dignità dell’anziano venga rispettata e che la sua cura non venga affrontata con leggerezza, o peggio, con indifferenza. L’esclusione dell’anziano dalla società, la chiusura in una casa di riposo è la sintesi perfetta del fenomeno di allontanamento della morte dalla sfera della vita. Gli scandali relativi alle RSA, di cui si è parlato in questi giorni, sono solo la punta dell’iceberg di un fenomeno molto più complesso. In senso più metafisico, riuscirà la nostra società a riaccettare la morte come parte naturale del corso della vita? Certamente l’esperienza della pandemia non può che mettere tutti di fronte ad una realtà, che nella velocità del quotidiano dimentichiamo: il nostro essere mortale.


Un argomento mastodontico, in cui io stessa scrivendo mi sono persa. Ciò che mi auguro più di ogni altra cosa, a fronte anche degli eventi politici di questi giorni e delle dichiarazioni di molti personaggi di spicco del settore, è che la fretta della ripartenza non faccia rimanere indietro chi è più fragile ed ha la vita appesa ad un filo. Quel qualcuno per esteso siamo tutti noi, ma tendiamo a dimenticarlo. Chi predica riaperture in nome del PIL dimentica che prima dell’economia e dell’immortalità del denaro c’è una natura fragile e mortale con cui fare i conti, di gran lunga superiore alle nostre possibilità. Per una volta, almeno per una volta, potremmo mettere da parte il Superuomo che è in noi ed esercitare quella misteriosa arte quale è l’empatia.

Proprio in onore di quest’ultima, riportiamo i contatti di un’iniziativa di sostegno psicologico gratuito, destinato agli operatori della sanità, su consiglio della Dottoressa intervistata. Colgo l’occasione per farle miei più grandi auguri.

https://www.istitutodipsicopatologia.it/sostegno-psicologico-gratuito-agli-operatori-della-sanita/


- Eva Saldari