LA SOTTILE LINEA TRA REALTA' E SPECULAZIONE

Come sarà il giornalismo post-covid?


Sono tornati il caldo afoso, le spiagge che pullulano di famiglie, le code in macchina la domenica, la parmigiana e il canto delle cicale tra gli alberi. Quella del 2020 sembra essere un’estate italiana come tante altre. Vogliamo tutti buttarci alle spalle l’esperienza surreale del lockdown, come fosse solo un brutto sogno, e provare a tornare alla tanto agognata “normalità”. Eppure, anche se cerchiamo di ignorarlo, aleggia sulle nostre teste un sentore di pericolo. Io in primis continuo ad avere paura, ma non sto parlando della celeberrima seconda ondata. Ciò che più mi spaventa è la rapidità con cui tre mesi di importanti lezioni di educazione civica siano stati archiviati nel dimenticatoio. Questo articolo non ha l’intento di fare la paternale agli italiani che non mettono la mascherina e non riescono (ma proprio non riescono) a mantenere le distanze. Intendo, piuttosto, aprire una riflessione sul settore che più mi sta a cuore e che forse mi appartiene: il giornalismo. Già mesi fa, durante la quarantena, iniziai a riflettere sui contenuti e le strategie adottate delle principali testate e delle firme più importanti. Decisi però di rimandare la mia ennesima opinione non richiesta a tempi più sereni. Durante l’ora più buia, in molti furono dell’idea che per rimanere coesi bisognasse mettere in pausa la super-criticità dell’opinionismo e rimandare i giudizi al “dopo”, così anche io nel mio piccolo decisi di aderire a questa linea di pensiero. Il dopo è arrivato e, vista la piega che il giornalismo italiano sta prendendo, un’analisi è più che d’obbligo.


Va premesso che a scrivere è un’aspirante giornalista che, figlia del suo tempo, apprezza particolarmente i nuovi metodi comunicativi. In tempi non sospetti difesi, anzi apprezzai, la scelta delle testate storiche di atterrare sul mondo dei social network, in particolar modo su Instagram. La carta stampata ha senz'altro il suo fascino, ma è dispendiosa per noi e per l’ambiente, in più il fatto che i giornali si fossero finalmente adattati ai nuovi mezzi comunicativi mi rincuorava. Speravo che questo avrebbe aiutato un settore in crisi da quando ho memoria, ma soprattutto che avrebbe riavvicinato i miei coetanei ma anche i giovanissimi alla lettura di articoli online. Con tutte le contraddizioni del caso, la previsione si è rivelata giusta. Ad oggi, è possibile vedere i titoli dell’arcaica prima pagina tra le stories di Instagram, accompagnati da foto efficaci, e fare swipe up per leggere l’articolo. Potenzialmente, potremmo essere informati su letteralmente qualsiasi cosa in tempo reale. Tutto molto bello. Ma poi è arrivato il virus e sono venute a galla le prime falle del sistema.


Sorge una prima domanda: le informazioni che riceviamo possono essere troppe? In linea di principio verrebbe da rispondere di no, l’ignoranza non è mai una buona cosa. Eppure quando la pandemia era agli inizi, ma soprattutto durante il picco, c’è stata una tendenza generale a cercare informazioni in modo compulsivo, tanto che il professore emerito di Psicologia Paolo Lagrenzi, dell’Università Ca’ Foscari, arrivò a dire “Smettetela di leggere compulsivamente le stesse cose” (qui il link per leggere l’articolo https://www.agi.it/cultura/news/2020-03-22/coronavirus-social-psicologia-7761182/). Dal lato della tastiera, invece, arrivavano una quantità indefinita di notizie, spesso date frettolosamente, a volte senza aver prima controllato le fonti. Aumentava quindi l’ansia e il panico di chi, un po’ per abitudine un po’ vista la situazione, passava le proprie giornate davanti ad uno schermo luminoso. Il mondo mediatico si è così ritrovato di punto in bianco a dover colmare una domanda mai vista prima di informazioni, una vera e propria fame di sapere. Chi conosce minimamente il mestiere sa che l’attenzione del lettore (o spettatore) è la più rara tra le curve di domanda, si è trattato quindi di un fenomeno più unico che raro ed ora è il caso di dirlo: chi di questo campa se ne è approfittato. Vaccini, dati statistici, mutazioni del virus. Si è messo a parlare di scienza anche chi di mestiere fa altro, lasciando da parte quella che dovrebbe essere una legge non scritta: per poter rispondere agli interrogativi di chi legge, bisogna prima aver risposto ai propri. Sono, invece, state date risposte prive di fondamento laddove la scienza era ancora in fase di ricerca. Distinguere il vero dalla speculazione è stato davvero complicato negli ultimi tempi, anche per chi è abituato a leggere con spirito critico. Il climax è stato senz’altro raggiunto quando è stato diffuso il decreto, ancora senza firma, che avrebbe dato il via alla primissima zona rossa (Lombardia ed altre province). I media sono stati i veri responsabili della grande fuga verso il sud che ha segnato quei giorni. Altra vicenda grottesca, fuori dal contesto pandemia, Open che pubblica l’articolo titolato “Ecco perché siamo orgogliosi di non aver dato la notizia di Silvia Romano che esce di casa per andare dall’estetista”. Vicenda che si commenta da sola.


Ma questa ormai è storia. Ciò che emerge dagli eventi di questi mesi è, però, un evergreen, ovvero la trascuratezza della variabile tempo. Ci vuole tempo per leggere e comprendere, ci vuole tempo per scrivere. Ne va della qualità dell’informazione che si trasmette, che in ogni caso verrà sintetizzata e rielaborata in modo del tutto autonomo da chi la recepisce. Se si taglia sui tempi, il giornalismo si trasforma in chiacchiere da bar. Le fake news, così come la dialettica sovranista sono figlie di questa frettolosità. Quel tipo di comunicazione attecchisce perché è semplicistico, estremamente sintetico e diretto. La risposta del Giornalismo, quello vero, non può essere altrettanto sintetica. Deve essere chiara e diretta, affinché anche un bambino possa capirla, ma non può essere sbrigativa, perché la realtà è complessa e spiegarla è altrettanto difficile. Ciò che è in ballo è la sopravvivenza del giornalismo così come lo conosciamo. Infatti, se ancora oggi c’è chi controlla le fonti e si rassicura leggendo nomi di testate importanti, è perché l’autorevolezza della firma rappresenta una garanzia sulla veridicità della notizia. Nell’epoca delle bufale online, dell’informazione fatta con i meme e dei video di Welcome to Favelas, c’è ancora chi si aspetta qualità. I media devono essere all’altezza di queste aspettative e garantire quello che è a tutti gli effetti un servizio pubblico.


Mi sono quindi ricreduta sui social come mezzo di informazione, a posteriori? No. Ancora è possibile informarsi, facendolo anche bene, in modo smart. Oltre ai “giornaloni” esistono realtà molto più piccoleche scrivono articoli di qualità (oltre ai Funamboli, ovviamente), che riportano le fonti, ma soprattutto che rispondono a interrogativi importanti. Vi cito qui di seguito le mie pagine preferite di informazione su Instagram, tutte tendenzialmente poco conosciute. Dopodiché consiglio vivamente di andare in avanscoperta, perché il mondo dell’internet è davvero molto vasto.

Duegradi (duegradi.eu)

Lo Spiegone

Pagella Politica

Tortuga

Atena


Di Eva Saldari