LE PROTESTE IN BIRMANIA: STORIE VECCHIE IN CONTESTI NUOVI

Il 1° febbraio di quest’anno l’esercito birmano ha effettuato un coup d’état destituendo dalla sua posizione la consigliera Aung San Suu Kyi e prendendo il totale controllo del paese. Da allora le proteste non sono mai cessate, nonostante le brutali repressioni da parte dei militari, e l’uccisione di più 500 civili birmani durante gli scontri. Per comprendere appieno ciò che sta succedendo nel Myanmar, un paese che ne ha già passate un paio nel corso del XX secolo, è necessario avere ben chiara la sua storia recente e le caratteristiche politiche della nazione.


Per questo angolo di mondo il 900’ è stato innegabilmente travagliato, o frizzantino come amiamo definirlo noi del podcast di Geopolitales.


Durante la prima metà del secolo la Birmania rimane sotto l’occupazione coloniale britannica. Per un breve periodo, tra il ‘42 e il ‘45, il Giappone Imperiale - noto, all’epoca, per essere simpatico come il colera - interrompe il dominio di Londra. Finita la guerra, gli inglesi riprendono il controllo del territorio, ma solo per poco perchè nel 1948, sull’onda dei movimenti anticoloniali sviluppatisi in tutto il mondo, viene raggiunta la completa indipendenza dalla Gran Bretagna. Ad essa contribuisce anche il padre di Aung San Suu Kyi, già militare ed eroe della resistenza partigiana contro i Giapponesi.

L’esperienza democratica birmana purtroppo dura solo fino al 1962, quando i militari prendono il controllo del paese con un colpo di stato, mantenendo il potere fino al 2011.

A tal proposito vale la pena sottolineare come i Birmani non abbiano subito passivamente il governo dei militari. L’8 agosto dell’88 vi furono, infatti, una serie di manifestazioni studentesche, chiamate, per l’appunto, “rivolte 8888”. Le proteste, represse nel sangue, videro la discesa in campo di Aung San Suu Kyi alla guida della Lega Nazionale per la Democrazia e il suo conseguente arresto. Solo dopo la sua liberazione, nel 2010, furono ristabiliti un regime semi-democratico e una situazione di parziale normalità. O almeno così pareva.

Oggi infatti il regime in Birmania appare tutt'altro che democratico e gli scontri nelle piazze di normale hanno ben poco. A tal proposito, per comprendere a pieno la complicata situazione odierna, pare fondamentale analizzare alcune caratteristiche del paese. Innanzitutto il Myanmar ha una popolazione estremamente eterogenea. Al suo interno coesistono 135 gruppi etnici, alcuni dei quali - per non farsi mancare niente - organizzati militarmente in maniera autonoma. Di conseguenza, creare un governo di unità nazionale non è mai stato semplice. Difatti, la disomogeneità etnica all’interno dei paesi del “terzo mondo” è una caratteristica molto comune, a causa di processi di decolonizzazione implementati, per dirla alla Renè Ferretti, alla cazzo di cane. Pertanto, sin dal 1948 l’esercito birmano ha assunto il ruolo più o meno simbolico di “protettore e padre dello Stato”, che dopo il 2011 si è tradotto nel controllo, per legge, del 25% del parlamento birmano. A ciò va aggiunto che, nell’ordinamento del Myanmar, una proposta di legge per essere approvata deve ricevere un consenso superiore ai 3/4 dei seggi. Tradotto in parole povere: no approvazione dell’esercito no party. E’ chiaro, dunque, come le forze armate abbiano sempre mantenuto un ruolo di rilievo nei policy cycles anche dopo la restaurazione della democrazia.


A complicare ancor più il contesto si inserisce la questione della minoranza dei Rohingya. Quest’ultimi costituiscono un gruppo etnico di religione musulmana che vive nella zona

settentrionale del Myanmar, nello stato di Rakhine, al confine con il Bangladesh. La Birmania, paese a maggioranza buddista, non riconosce i Rohingya come uno dei tanti gruppi etnici nazionali, non concedendogli neppure la cittadinanza. Inoltre, per anni l’esercito birmano e alcune delle altre etnie hanno perseguitato violentemente questa minoranza. I Rohingya sono saliti alla ribalta nel 2017, dopo l'ennesima repressione perpetrata dall’esercito e dai gruppi buddisti più estremisti, quando più di 700 mila persone sono state costrette a fuggire verso il confine con il Bangladesh, causando una crisi umanitaria fra le più gravi della storia.


Nel 2018, sotto la pressione di NGOs e parte della comunità internazionale, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati usò il termine pulizia etnica per descrivere la fuga dei Rohingya e le azioni dello stato birmano. Davanti a questa crisi, lo status di Aung San Suu Kyi venne messo in discussione. Nel 2019 fu chiamata a testimoniare davanti alla Corte internazionale di Giustizia dell'Onu all'Aja. Kyi tuttavia negò il genocidio e parlò solamente della perpetrazione di alcuni crimini di guerra da parte di pochi generali dell’esercito. Queste affermazioni dell'ex Premio Nobel per la pace causarono sconcerto nell’opinione pubblica mondiale. Per quale motivo la paladina della democrazia Birmana e guida civile nazionale dovrebbe mai negare pubblicamente crimini contro l’umanità commessi dagli stessi nemici che combatte da più di 30 anni? A primo impatto tutto ciò potrebbe sembrare assurdo, ma la realtà Birmana è molto più complessa di quello che sembra. Nonostante le libere elezioni nel 2015 e l’immenso supporto popolare, la posizione politica di Aung San Suu Kyi è sempre rimasta in bilico. Il recente colpo di stato e relativo arresto lo dimostrano. Kyi era ed è una politica pragmatica. Probabilmente il negare l’esistenza di un genocidio davanti alla Corte Internazionale di Giustizia faceva parte di un disegno politico più lungimirante, almeno nelle intenzioni. L’idea nasceva dalla necessità di evitare lo scontro frontale con i militari, garantendo un minimo di libertà e democrazia alla popolazione ed al contempo limitare gli attriti tra le minoranza buddiste e musulmane nelle regioni confinanti con il Bangladesh. Una strategia che, tuttavia, non sembra avere generato alcun beneficio né per i Rohingya, che continuano a sopravvivere in una situazione disastrosa, né per la giovanissima democrazia birmana.


Il futuro del Myanmar non si prospetta affatto roseo: non solo i militari sembrano ormai aver totalmente in pugno il paese, ma la comunità internazionale pare impotente di fronte ai crimini che le forze armate birmane stanno commettendo. Per l’ennesima volta dubbi si sollevano sul ruolo dell’ONU e, vista la sostanziale immobilità, viene naturale domandarsi quale sia la reale funzione di questa organizzazione internazionale nei rapporti geopolitici odierni.


di Geopolitales