LGBTIQ+: DALLE PAROLE DELL'UNIONE EUROPEA ALLA REALTÀ

Alcune settimane fa l’Unione Europea si è dichiarata una “zona di libertà per la comunità LGBTIQ+”, attraverso una risoluzione approvata dal parlamento. Ma cosa vuol dire concretamente?


Dopo le recenti e forti tensioni in Polonia ed Ungheria, l’Unione Europea ha deciso di prendere posizione, schierandosi contro ogni forma di violenza e discriminazione basata sul sesso e/o sull’orientamento sessuale delle persone. Un messaggio sicuramente molto forte che può far ben sperare, ma che di concreto ha ben poco.

La risoluzione, oltre a non avere forza di legge ed essere quindi solo un insieme di tante belle parole, ha visto contrari alla sua approvazione 141 parlamentari. Una minoranza certo, ma pur sempre un numero troppo alto, soprattutto se si tratta di diritti.

C’è chi ha addirittura visto questo gesto come una mossa politica e chi ritiene avesse come unico scopo quello di proteggere l’immagine dell’Europa, allontanandola dai disordini polacchi ed ungheresi.

Tuttavia, anche con le intenzioni più nobili, una risoluzione non è sufficiente a cambiare le cose. Forse è un inizio? Staremo a vedere.


Intanto noi abbiamo deciso di fare quattro chiacchiere con chi la discriminazione la conosce molto bene, ovvero Jean Pierre Moreno, il giovane ragazzo aggredito in stazione a Roma per aver baciato il suo compagno.

Jean concorda nel riconoscere che le affermazioni dell’UE non trovino concretezza nelle politiche dei singoli stati membri, compresa l'Italia, che tra l’altro è uno dei Paesi fondatori.

Il nostro Paese ha ancora troppe difficoltà ad accettare e riconoscere i diritti delle persone appartenenti alla comunità LGBTIQ+, lui stesso ci ricorda quanto la sua aggressione non sia un caso isolato in Italia, dove la discriminazione fa parte della loro quotidianità, seppur ci tenga a precisare che la situazione non è grave come in Centro America, da dove lui proviene.

Jean si sofferma sull’aspetto legale, spiegando quanto, effettivamente, la mancanza di leggi che tutelino questi individui porti l’aggressore stesso a non comprendere appieno la gravità delle sue azioni, poiché punito in maniera incorretta. E mi racconta di come questo meccanismo porti sempre più vittime a non denunciare.

Si dice alquanto indifferente alle parole di solidarietà ricevute dai nostri politici e chiede che vengano tramutate al più presto in realtà attraverso l’approvazione della legge Zan, unico strumento per dare una svolta concreta alla lotta contro discriminazione e violenza.

Ma concordo con lui nel dire che per combattere questo fenomeno sociale così profondamente radicato ci vuole tanto lavoro, soprattutto in una società di stampo ancora patriarcale.

Mi dice infatti quanto sia importante iniziare a parlarne nelle scuole, ad affrontare tematiche come l’educazione sessuale e di genere, fin dalla tenera età.

Bisogna insegnare che il rispetto è un diritto e non un privilegio.

Ed è importante far capire che è sbagliato discriminare o aggredire qualcuno, ed è un atteggiamento che va punito, e non è chi subisce a doversi sentire in errore.

Parole tanto forti quanto ovvie, che sembra quasi stupido dovere ripetere ancora.


La Chiesa: influenza e ruolo sociale


Si ricollega così al discorso religioso, ricordando quanto la Chiesa abbia un’influenza sociale molto più forte di quanto non sembri, a partire dalle scuole stesse, che dice dovrebbero essere totalmente laiche invece di perpetuare una linea educativa fatta di proibizionismo.

Mi fa notare che esistono tantissime persone facenti parte della comunità LGBTIQ+ che sono allo stesso tempo cattoliche e che si ritrovano perciò una chiesa che le fa sentire sbagliate, malate, errori di Dio, costringendole a trattenersi e limitarsi nel loro essere ed amare.

Definisce la Chiesa cattolica molto arretrata, considerando che tantissime altre chiese e altre religioni si sono dette favorevoli alle unioni tra persone dello stesso sesso, una su tutte la stessa Chiesa valdese in Italia.

E’ vero siamo un Paese tecnicamente laico, eppure la Chiesa influenza la nostra società più di quanto non dovrebbe.

Ci ritroviamo così ad ampliare il discorso ed a ricordare quanto l’odio e la discriminazione, nei confronti di qualsiasi diversità, siano una costante nella nostra storia, basti pensare al fenomeno dell’Olocausto.

Questo per dire quanto l’accettazione del diverso sia un traguardo, purtroppo, molto difficile da raggiungere, che negli anni ha visto tantissimi miglioramenti, ma per cui la strada è ancora lunga.



Lotte e traguardi: ancora parecchia incoerenza


Riportando il discorso al tema principale Jean mi racconta di far parte dell’associazione Gaynet di Roma. Ha iniziato con i sit in fin da giovanissimo, lui stesso si definisce una persona ribelle, sempre contro corrente e in lotta per i diritti, suoi come di tutti.

Lotte che vanno avanti da decenni, seppur con poco filo logico. Se le unioni civili sono un grande traguardo nel nostro paese, hanno davvero senso se prima non combatte la discriminazione sociale? Ed infatti Jean ritiene un po’ un controsenso non poter camminare per strada senza ricevere insulti o rischiare un’aggressione ma potersi unire legalmente al suo compagno. Bello, ma forse si sono saltati degli step importanti.

Tuttavia, queste stesse lotte permettono, tanto a lui quanto a tutti, di potersi definire, di avere un’identità sociale. Riflette perciò su come stia nascendo, anche all’interno della comunità LGBTIQ+, una sorta di avversione verso queste etichette, che secondo alcuni privano della libertà di essere chi e come si vuole. A detta sua ognuno è libero di non definirsi, ma bisogna rispettare gli enormi sacrifici fatti in passato per renderlo possibile, lasciando che ognuno scelga come meglio crede.


La nostra è stata una lunga chiacchierata, davvero costruttiva, che ha fatto emergere le innumerevoli problematiche legate ai diritti della comunità LGBTIQ+ ed alla discriminazione in generale, una riflessione che non fa altro che evidenziare quanto le dichiarazioni dell'Unione Europea siano solo parole nel vuoto, che resteranno tali se non saranno presto seguite da azioni materiali. Perché, per usare le parole di Jean, siamo tutti diversi, tutti umani.



di Serena Gerli