LOTTAVANO COSÌ COME SI GIOCA

Il 13 maggio 1968 iniziava il cosiddetto “periodo sociale” del Maggio francese. “Erano gli anni fatati di miti cantati e di contestazioni”, canterà Guccini ripensando a quel periodo. Ma cosa rimane — 53 anni dopo — di quelle sollevazioni, di quelle rivolte studentesche e operaie e della ribellione contro i padri, i miti e il potere?

Il Maggio ‘68 è stato forse il primo momento di coscienza collettiva riguardo la possibilità reale di modificare in modo definitivo un ordine sociale rigido e oppressivo, e l’elemento più radicalmente nuovo — ancora oggi prezioso per i movimenti di protesta — è certamente la natura estetica della protesta. Durante il Maggio francese la rivolta ha assunto una forma completamente inedita fino a quel momento e forse sperimentata con troppo poco coraggio anche successivamente. Per la prima volta l’arte è divenuta la forma della protesta.

Del resto il ruolo dell’arte nel dare forma alla rivoluzione era già stato esplorato dalle correnti più libertarie della sinistra marxista, e non è un caso che un esponente di spicco di questo côté intellettuale, Herbert Marcuse, sia stato uno degli ideologi principali del ‘68. Secondo Marcuse l’arte può essere una vera e propria via d’uscita da quella società che egli chiama società a una dimensione, la società della produzione di bisogni, della repressione e del potere — quella società, insomma, incarnata dai “padri” che i sessantottini contestavano. Non tanto sul piano del contenuto quanto sul piano della forma estetica, l’opera d’arte è in grado di denunciare la realtà oppressiva e delineare le prospettive di una liberazione collettiva ormai possibile. Certo, non sarà un dipinto o un libro a consentire la rivoluzione — “però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia”, canta ancora Guccini. Tuttavia, dice Marcuse, nel suo rimanere separata dalla lotta politica, l’arte denuncia il contrasto tra la repressione vigente e la liberazione possibile e può così dare forma alla protesta.

Gli esempi di quanto affermato dal filosofo della Scuola di Francoforte, in riferimento agli eventi del ‘68, si sprecano, ma l’esempio italiano per eccellenza è Fabrizio De Andrè con il suo album Storia di un impiegato. Le prime cinque parole in assoluto del disco sono in un certo senso una conferma della forma estetica della lotta del Maggio francese: “lottavano così come si gioca”. Il gioco, quel concetto che secondo Friedrich Schiller dovrebbe essere la forza propulsiva per la realizzazione dello Stato estetico, è associato alla lotta politica. La lotta degli studenti e degli operai del Maggio francese, portata avanti “così come si gioca”, è una lotta non contro condizioni di miseria materiale non più tollerabili né contro uno sfruttamento divenuto insostenibile. La protesta non è più una protesta di tipo materiale, ma morale, e così non viene rivendicata una riduzione delle ore di lavoro o un aumento dei salari, ma si contesta la stessa natura oppressiva di un intero modello di società che è divenuto ormai obsoleto e che può essere superato in favore del benessere collettivo. Studenti e lavoratori non sono più costretti a tornare al lavoro a causa della miseria diffusa, ci sono mezzi sufficienti per garantire a tutti una vita dignitosa — questo è il fulcro politico della protesta. In uno dei saggi contenuti in Post-scarcity anarchism Murray Bookchin nota proprio questo: “non fu una rivolta solenne, un colpo di stato programmato con tecniche burocratiche e manipolato da un partito di avanguardia; fu una rivolta arguta, satirica, inventiva e creativa, e in ciò risiedette la sua forza, la sua immensa capacità di automobilitazione, il suo carattere contagioso”.

Proprio questo carattere di automobilitazione e auto-organizzazione fu forse ciò che impedì anche ai partiti più progressisti di capire davvero quello che stava avvenendo. In Storia di un impiegato un’idea simile è espressa in Sogno numero due, quando il giudice che rappresenta il potere borghese spiega all’impiegato come il potere abbia trovato nuovi modi per governare assorbendo le vecchie forme di rivolta. La vecchia sinistra è ormai integrata nel sistema partitico del potere, che per sua natura non può cogliere la radicalità della protesta.

Cosa rimane dunque oggi di quella contestazione che nessun partito fu davvero in grado di cogliere nella sua nuova forma di radicalità? Rimane il carattere spontaneo, artistico e radicalmente anti-gerarchico della lotta — la consapevolezza che la liberazione oggi possibile non potrà mai essere raggiunta con gli strumenti di un sistema di potere gerarchico e oppressivo, ma anzi, potrà vedere la luce solo attraverso la dissoluzione del potere stesso. Contro chi si ostina nei salotti televisivi a portare avanti l’estetizzazione della politica noi, come Walter Benjamin, sosteniamo la politicizzazione dell’arte e continuiamo a cantare: verremo ancora alle vostre porte e grideremo ancora più forte; per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti.


di Fabio Carnevali