MAMMA LI TURCHI: IL NUOVO SULTANO

Recep Tayyip Erdogan nasce nel 1954 a Kasimpasa da una famiglia di estrazione medio-borghese e particolarmente tradizionalista. Laureato in Economia all’Università di Marmara (Istanbul) nel 1981, Erdogan può essere definito un politico di professione. Nel 1994 viene eletto sindaco di Istanbul come candidato del Refah Partisi (Partito del Benessere), partito di stampo islamista sciolto solo quattro anni dopo dalla Corte costituzionale turca poiché considerato una minaccia alla laicità. Inoltre, nel settembre ‘98 Erdogan viene arrestato per incitamento all’odio religioso - punito sulla base dall’articolo 312.2 del codice penale turco. L'arresto comporta il divieto di poter ricoprire incarichi pubblici. Erdogan, però, non demorde e nel 2001 fonda l’AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo) che vince le elezioni politiche del 2002. Diventa premier il co-fondatore del partito, Abdullah Gül, il quale annulla il divieto pendente su Erdogan.


Per comprendere appieno l’identità politica di Erdogan è fondamentale emanciparsi dalla percezione distorta che l’Occidente ha della Turchia, ovvero un Paese musulmano “addomesticato”.

Infatti, dalla caduta dell’Impero ottomano e con la creazione della repubblica, i primi politici - ci riferiamo principalmente ad Ataturk e ai Giovani Turchi - hanno sempre mirato ad una decisa secolarizzazione del Paese, mandando, di conseguenza, in letargo lo spirito ottomano della società. Ciò significa, che nel Paese la dimensione politica dell’Islam è stata a lungo osteggiata, a favore di un parziale avvicinamento al modello europeo di società. Nel disegno di Ataturk, il Paese doveva abbandonare le tradizioni islamiche classicamente ottomane.

Il progetto di trasformazione venne implementato principalmente rimuovendo le strutture classiche di governo, come il califfato, e abrogando ogni norma che poteva ricollegarsi alla sharia. Tra le riforme, invece, possiamo annoverare l'introduzione di una Costituzione, parzialmente copiata dal Codice Svizzero, e di un Codice penale, basato su quello italiano dell’epoca (Codice Zanardelli); il divieto di indossare il fez, accompagnato dall'obbligo per tutti i dipendenti pubblici di indossare cappelli all'occidentale. Infine, l'abolizione dell'alfabeto turco ottomano, derivato dall'alfabeto arabo, a favore del nuovo alfabeto turco derivato da quello latino.

Nel processo di secolarizzazione, l’Esercito ha ricoperto un ruolo decisivo, venendo considerato, in modo più o meno formale, come il protettore della Costituzione turca e della laicità dello Stato. Vi invitiamo a tenere a mente questa peculiare centralità dell’Esercito Turco.


Ma torniamo all’attuale indiscusso protagonista della vita politica turca. L’abilità nel parlare a tutte le fasce della popolazione è stata sicuramente un elemento fondante del successo di Erdogan. Inoltre, durante il suo mandato di sindaco, è riuscito a mantenere le promesse di miglioramento delle condizioni economiche e sociali dei cittadini.

Di fatto il corredo di politiche implementate ad Istanbul, insieme al programma profondamente riformista promosso nei primi anni dell’AKP, hanno permesso ad Erdogan di costruirsi una forte credibilità tanto all’interno quanto all'esterno del Paese. Inoltre, l’obiettivo di legittimarsi agli occhi degli attori internazionali è stato perseguito anche dal partito, intraprendendo un percorso di adattamento delle politiche economico-sociali agli standard internazionali ed europei. Precisamente, la Turchia ha cercato di adeguarsi ai tre criteri, c.d. di Copenaghen, il cui rispetto è necessario per entrare nell’Unione Europea. Ciononostante la candidatura presentata nell’85 non è mai stata accolta ed è, di fatto, rimasta ignorata fino ad ora.

Dal 2003 al 2014 Erdogan ricopre la funzione di Primo Ministro, riscuotendo, nei primi anni, un tasso di apprezzamento che sfiora la totalità dei turchi. In realtà questo consenso era assoluto solo in apparenza. Nel 2013, infatti, per la prima volta ad Istanbul si accendono le proteste. Iniziate dopo la feroce repressione di un sit-in per opporsi alla costruzione di un centro commerciale nel Parco di Gezi, queste si sono poi estese all’intero Paese. I manifestanti, ideologicamente eterogenei, lamentavano principalmente la deriva autoritaria del governo di Erdogan e la progressiva reintroduzione dell’Islam in una società che era ormai abituata alla laicità. Come ampiamente prevedibile le dimostrazioni, seppur pacifiche, vennero represse dalla polizia con particolare violenza. E’ con questi eventi che la natura autoritaria della politica interna di Erdogan si esplicita con chiarezza.

I fatti di Gezi sono seguiti da un avvenimento di uguale, se non superiore, importanza. Nel luglio 2016, infatti, fallisce un clamoroso coup d'état contro Erdogan. Nella notte tra il 15 e il 16 l’intelligence turca intercetta le comunicazioni della branca golpista dell’esercito. Nelle successive 14 ore il paese sprofonda nel caos più totale, i social media vengono bloccati, cittadini e militari - sia pro-golpe che lealisti - si riversano nelle strade. Nel frattempo Erdogan, quando si dice il caso, non si trova ad Ankara, bensì in villeggiatura nel sud del paese. Il golpe si conclude in un fallimento e il bollettino dei decessi riferisce di 104 golpisti, 67 membri dell’esercito pro-Erdogan e tra i 270-350 civili. Il coup d'état del 2016 è un evento certamente complesso e divisivo, definito da non pochi analisti politici come mal organizzato e, in alcuni casi, addirittura una “false flag”. Noi di Geopolitales preferiamo non esporci dato che non vi sono prove schiaccianti a sostegno di queste tesi; è innegabile però che il golpe si sia evoluto in una occasione ghiottissima per Erdogan per consolidare la sua posizione di potere. Le ragioni che si celano dietro al colpo di stato sono ancora relativamente oscure: una delle ipotesi più accreditate è che la branca golpista dell'Esercito turco, coerentemente con il ruolo de facto ricoperto dall'organo, volesse preservare la laicità della politica turca. Erdogan e l’AKP, però, non perdono tempo ad accusare l’arcinemico Fetullah Gulen (auto-esiliato negli USA dal 1999) e ad effettuare una vera e propria purga degli apparati statali: nei giorni successivi al coup tantissimi membri dell’esercito, avvocati, intellettuali dissidenti, professori, giornalisti o in generale membri della classe dirigente vengono arrestati perché considerati una minaccia per la Repubblica. L’elemento che li accomuna è il loro non essere allineati politicamente con Erdogan.

Sempre coerentemente con questo processo di “pulizia”, Erdogan si arroga il diritto di nominare i rettori delle università e di chiudere quelle considerate sovversive. Le proteste dell’Università del Bosforo sono la diretta diretta conseguenza di queste scelte. Gli studenti si oppongono con decisione ma a questo punto appare ormai chiaro il progressivo accentramento di potere portato avanti dal presidente

Il primo passo formale che testimonia questa tendenza è certamente individuabile nel Referendum costituzionale del 16 aprile 2017, con cui viene abolita la carica di Primo Ministro e affidato l’esecutivo al Presidente, al quale vengono concessi anche poteri di nomina dei membri del Consiglio dei Giudici e dei Pubblici Ministeri.

Nel programma di Erdogan l’accrescimento del culto della personalità pare, a questo punto, il tassello mancante verso la costituzione di un sistema autoritario; ma, tranquilli, sta lavorando anche su quello. La recente riconsacrazione della moschea di Ayasofya è un gesto la cui importanza, soprattutto simbolica, è elevatissima. Erdogan sta riportando, o almeno questo è ciò che lui vuole trasmettere, la Turchia al suo antico splendore ottomano ed è proprio lui, il nuovo Sultano, che deve assicurarsi che ciò avvenga senza ostacoli.


di Geopolitales