MAMMA LI TURCHI: LA POLITICA ESTERA DI ERDOGAN

Nel nostro ultimo articolo abbiamo analizzato a fondo la figura di Erdogan, traendo la conclusione che il mondo si trova di fronte ad un nuovo Sultano.

Coerentemente col ruolo scelto dal suo Presidente, negli ultimi anni la Turchia ha sviluppato una politica estera decisamente aggressiva. Un rigurgito di irredentismo ottomano sta investendo la Siria e l’Iraq settentrionale, passando per Cipro ed il Mediterraneo orientale, per arrivare, infine, al Nord Africa (nello specifico alla Libia). In questo (tri)angolo di mondo, Ankara cerca di proporsi come unica potenza egemone: un inaspettato ritorno alla gloria dei tempi della Sublime Porta.


Prima di tuffarci in un’analisi delle strategie turche nelle aree sopracitate, è fondamentale partire da un presupposto: la Turchia è cambiata. O per meglio dire, gli atteggiamenti della Turchia nei confronti dei suoi vicini sono cambiati e attribuire tutta la colpa ad Erdogan sarebbe fin troppo semplicistico. Ovviamente vi sono diversi fattori, contingenti e strutturali, da tenere in considerazione per ciascuna dei fronti “caldi” della politica estera turca.

In primis bisogna chiarire il complicato rapporto con l’Unione Europea. La Turchia dei primi anni 2000, speranzosa di entrare a far parte del “club esclusivo” di Bruxelles, si è recentemente trasformata in competitor regionale per i paesi del vecchio continente.


Inoltre la questione migratoria scoppiata nel 2011 in Medio Oriente come conseguenza della guerra civile siriana, evidenzia chiaramente il cambio di ruolo della Turchia nello scacchiere internazionale. L’enorme numero di profughi che tra il 2011 e il 2016 fugge disperatamente dalla guerra ha offerto al Sultano Erdogan, un'opportunità di negoziazione con l’Unione Europea. Accerchiate e continuamente colpite dalla narrativa populista e nazionalista, le istituzioni europee si sono convinte della necessità di fermare i flussi migratori. Considerata anche la condizione della Libia, a pezzi per la guerra civile in corso dal 2011, Erdogan ad oggi rappresenta la controparte utilitaristicamente migliore con cui negoziare un blocco alle partenze, perlomeno dalla regione mediorientale.

Nel marzo 2016, l’UE e la Turchia conclusero un accordo storico: da quel momento in poi tutti i migranti irregolari che avessero tentato di entrare in Grecia sarebbero stati rimpatriati in Turchia che, in più, avrebbe preso provvedimenti per impedire l'apertura di nuove rotte migratorie. In cambio l’Unione avrebbe elargito la modica cifra di 6 miliardi di euro alla Turchia per la gestione e l’accoglienza dei migranti. A questo vanno aggiunte diverse concessioni per il rilascio dei visti ai cittadini turchi desiderosi di entrare in UE.

Erdogan, da abile stratega, ha visto nella crisi migratoria e negli annaspamenti politici europei l’occasione d’oro per riprendersi il peso politico al tavolo della diplomazia internazionale di cui il Paese era stato privato con la firma del trattato di Sèvres. La crisi ha, quindi, permesso alla Turchia di presentarsi agli occhi dei media, e dell’opinione pubblica turca ed europea, come potenza regionale con cui è necessario e conveniente trattare se si vuole affermare la propria influenza nella regione mediterranea.


Va tenuto però in considerazione come l’Unione Europea non sia dotata di una politica estera comune. Di conseguenza, non riteniamo sia il caso di analizzare ulteriormente i rapporti tra UE e Turchia; ad ogni modo quanto accaduto sembra esemplificativo della direzione politica che Ankara ha deciso di intraprendere.


Il discorso, invece, è diverso per quanto riguarda il MENA (Middle-East and North Africa) dove il già discusso sentimento neo-ottomano, affiancato da interessi puramente strategici, è alla base delle velleità espansionistiche turche.

Per una questione di vicinanza geografica, iniziamo prendendo in considerazione Iraq e Siria. Entrambi i paesi sono ormai solo lo spettro di ciò che erano: l’Iraq è stato sconvolto dall’ascesa di Daesh e da una ormai radicata instabilità politica; al contempo, la Siria è stata dilaniata da anni di guerra civile, anche se apparentemente Bashar Al-Assad sembra aver preservato un discreto consenso. Nel disegno turco, le regioni settentrionali di entrambi i territori sono di fondamentale importanza strategica nella lotta ai curdi. Per Erdogan, che in quanto nazionalista turco considera questo popolo come un nemico naturale, è di fondamentale importanza che essi vengano schiacciati. Controllando il Nord di Siria e Iraq, Ankara riuscirebbe, nel tempo, ad eliminare definitivamente la minaccia curda.

Il nuovo Sultano è stato inoltre in grado di alimentare i dissapori e gli attriti tra le milizie filo-PKK e quelle dei Curdi Iracheni, indebolendo così la resistenza nell’anatolia meridionale, in Siria e in parte dell’Iraq. Il controllo di queste zone ha per la Turchia anche un grande valore economico. Ciò, infatti, permetterebbe ad Ankara di dominare sulla fascia di terra che collega il Caucaso e il Medio Oriente, portando grandissimi vantaggi in termini di traffici commerciali. Non a caso, negli ultimi anni, Erdogan ha anche rafforzato le sue reti diplomatiche intensificando i rapporti con la monarchia del Qatar, essendo questo un paese chiave per la gestione e il commercio del petrolio del golfo.


Attraversando obliquamente il Mediterraneo giungiamo in Nord Africa, più precisamente in Libia. Quello che un tempo, sotto il regime di Gheddafi, era lo stato canaglia per eccellenza, un vero e proprio cane sciolto nello scacchiere della geopolitica, oggi sembra essere una distesa di sabbia contesa da signori della guerra. Al momento due generali sono sorti dalle ceneri: al-Sarraj a Tripoli, con un governo riconosciuto dall’Onu, e Haftar a Tobruk. Il Presidente turco ha scelto al-Sarraj come cavallo vincente in questa corsa al potere, cercando, con ogni mezzo, di rendere remunerativa la sua puntata. Non è un segreto che Ankara abbia dato e stia dando sostegno economico, logistico e militare al governo di Tripoli. I risultati sono evidenti, tant’è che al-Sarraj, proprio grazie all’appoggio turco, è stato in grado di riportare ad una fase di stallo una guerra che sembrava ormai persa.

Considerando che il Paese è da anni un vero e proprio inferno, qualcuno potrebbe chiedersi “perché scegliere proprio la Libia?”. La risposta a questa domanda è da strutturare su più livelli: in primis, bisogna comprendere l’obiettivo generale della strategia turca. Erdogan necessita di una testa di ponte in Nord Africa, in modo da espandere rapidamente la propria sfera di influenza nel Mediterraneo orientale, prendendo così in contropiede i competitor Europei - soprattutto Italia e Grecia.

In secondo luogo, la scelta del Presidente turco è ricaduta sulla Libia sia per la relativa libertà con cui ci si può inserire nella guerra civile, sia perché l’altra opzione, l’Egitto, è definitivamente decaduta. Difatti, i rapporti tra Ankara e Il Cairo si sono logorati negli ultimi anni. Probabilmente in Egitto Erdogan non avrebbe istituito un governo fantoccio, come ha cercato di fare con al-Sarraj, bensì si sarebbe limitato a sviluppare uno stretto rapporto di collaborazione con il presidente al-Sisi.


Arriviamo, infine, all’ultimo tassello del piano del Presidente turco: il controllo sull’area settentrionale di Cipro e, per naturale connessione, su parte dell’Egeo orientale. Anche in questo caso l’ambizione di Erdogan ha una natura dicotomica: da una parte l’espressione del già citato irredentismo ottomano, dall’altra il valore strategico dell’isola. A differenza delle altre aree sui cui il Presidente turco ha posato i propri occhi, Cipro è membro dell’Unione Europea ed è, perlomeno formalmente, uno Stato sovrano stabile e funzionante. De facto l’isola è divisa in due aree di influenza, quella greca a occidente e quella turca a nord-est. Tale situazione è una conseguenza della crisi del 1974 e da allora si è conservato questo status quo (a tal proposito vi consigliamo di leggere la risoluzione del consiglio di sicurezza dell’ONU S/RES/353 per comprendere appieno il contesto). Nel 1983, però, l’amministrazione turca nel nord del Paese dichiarò la nascita della “Repubblica di Cipro del Nord”, progetto immediatamente stroncato da una dichiarazione dell’ONU che non ne riconobbe la legittimità.

Il piano di Recep Erdogan ha come pietra angolare proprio il riconoscimento della Repubblica di Cipro del Nord. La piccola isola mediterranea è un pilastro per gli interessi strategici e per la sicurezza europea nel Mediterraneo orientale. Il controllo delle risorse energetiche è uno degli strumenti classici utilizzati dagli stati per espandere la propria influenza geopolitica e geoeconomica. Considerando questa prospettiva, nel gennaio 2020, Cipro, Grecia e Israele, firmano ad Atene un accordo per la costruzione del gasdotto EastMed che mira a trasportare il gas offshore cipriota ed israeliano in Europa. Il progetto è ostacolato da Ankara, che prova a controllare gran parte delle riserve e dei giacimenti di gas naturale presenti nel Mediterraneo orientale.

Cipro è inoltre parte integrante di PESCO - la Cooperazione Strutturata Permanente di Difesa dell’Unione Europea - e il controllo di parte dell’isola darebbe ad Erdogan un vantaggio notevole nella partita a scacchi che si sta giocando in mare.


Con la speranza di aver risposto ad alcune domande che vi erano sorte, vogliamo lasciarvi con ulteriori quesiti relativi all’evoluzione dei progetti di politica estera di Erdogan. Tenendo conto della complessità del contesto che vi abbiamo finora raccontato, verrebbe da chiedersi in che modo l’Unione Europea reagirà alle ambizioni turca nel Mediterraneo; e soprattutto per quanto ancora i profughi verranno trattati come un semplice numero da usare per far quadrare i conti nelle trattative internazionali.


Limes 7/2020

https://www.limesonline.com/cartaceo/altro-che-islam-guardate-la-mappa-per-capire-la-turchia?prv=true



di Geopolitales