MANSPIEGONE

Mansplaining e Propaganda


"La forma mentis nostra, di noi quattro maschi che abbiamo dato alla luce questo programma – che forse è quella di uomini del ‘900, un po’ rigidi su certe cose – è quella per cui ci viene istintivamente l’idea di chiamare una donna o un uomo perché competenti. La prima cosa che ci viene in mente di fare è chiamare quella persona perché è la migliore per parlare di quella cosa, e non ci pensiamo subito al sesso”.


Così si apre la puntata di Propaganda Live del 14 maggio: tramite le parole di Diego Bianchi, in arte Zoro, che da otto anni dirige il programma.


Il discorso è parte di una risposta alla scelta della giornalista Rula Jebreal di declinare l’invito a partecipare alla trasmissione, in quanto unica donna presente. La Jebreal ha scritto su Twitter che la sua decisione è derivata dal fatto che Propaganda è “un programma che dichiara di invitare solo i migliori (quality not quantity), e i migliori ieri erano casualmente quasi tutti uomini”.


La risposta di Zoro ha lasciato a desiderare: dispiace che sia proprio il conduttore di Propaganda Live, una trasmissione evidentemente di sinistra (etichetta che ha però sempre meno senso in Italia, purtroppo), che si fa portatrice da anni di battaglie sociali ed economiche progressiste, a ripetere questa formula che implica chiaramente che le donne non siano competenti quanto gli uomini; d’altra parte, se l’unico metro di misura su cui si dice di basarsi è la competenza e si invitano uomini in numero maggiore, è evidente che almeno inconsciamente si crede che gli uomini in media siano più competenti.


Non sono brava con i numeri – tutt’altro, ho una congenita incapacità di piegarli al mio volere. Persino io, però, sono capace di compiere dei ragionamenti semplici basati sulla statistica. Ad esempio, se nella popolazione mondiale gli individui di sesso maschile e di sesso femminile sono approssimativamente lo stesso numero, statisticamente le esperienze professionali dovrebbero essere simili, e gli incarichi dovrebbero essere equamente divisi tra i sessi, seguendo un processo totalmente naturale.


Sappiamo tuttə, però, che la realtà è diversa.


Il mondo del lavoro è in mano agli uomini (bianchi e cis, in particolare). Mi rendo conto che sia una frase che non lascia spazio ai mezzi termini ma, ad esempio per quanto riguarda l’Italia, basta andare sul sito dell’Istat per confermarla: nella sua “rilevazione sulle forze di lavoro”, l’Istituto fa una lista di tutti i settori caratterizzati da un tasso di disparità, maggiore o minore, uomo-donna a favore degli uomini; credetemi (o andate a controllare voi stessi, i dati sono pubblici), sono moltissimi e i più disparati. Si va dall’agricoltura alla Pubblica Amministrazione in generale, dalle forze armate ai membri dei corpi legislativi e di governo.


Ma non è tutto: anche le posizioni di potere sono distribuite diversamente, tanto che solo un terzo dei manager nell’Unione Europea sono donne; è risaputo poi che le donne guadagnino in media meno degli uomini, ma forse non tutti sanno che subiscono anche maggiormente la disoccupazione.


È evidente che qualcosa influenzi il mondo del lavoro e generi questa differenza, e, per scoprirne l’origine, le strade non sono poi molte: o si crede alla pseudoscienza che suggerisce che le differenze biologiche tra sesso femminile e sesso maschile influenzino anche le capacità e l’attitudine professionale, oppure la ragione va ricercata nel sistema patriarcale e maschilista che pervade la nostra società, e quindi anche il mondo del lavoro.


C’è una frase, pronunciata da Rachel Thomas, CEO dell’organizzazione Lean In che si occupa di promuovere la parità di genere lavorativa, che sintetizza bene, (anche se forse lo semplifica) il problema: “Gli uomini sono tipicamente assunti in base al loro potenziale e a cosa si crede che possano fare. Le donne invece in base a ciò che hanno già ottenuto.” In pratica, le donne sono ritenute incapaci finché non dimostrano il contrario, più adatte a ruoli con meno responsabilità e/o di cura a causa di un immaginario retaggio biologico che le porta ad essere preda di emozioni incontrollabili e ad avere istinti materni generalizzati.


Sì, è sempre la solita canzone, lo so. L’avete sentita mille volte, e magari pensate di non poterne più. Eppure è lampante che collettivamente non ne abbiamo ancora avuto abbastanza, altrimenti la questione sarebbe risolta. Quella frase che ha detto Zoro, “scegliamo chi invitare in base alle competenze, non il sesso”, non solo è uno dei cavalli di battaglia di chi rifiuta il femminismo, ma ha un bias intrinseco che non tiene conto di quella disparità lavorativa che ho citato pocanzi: le donne non sono meno competenti, sono solo meno visibili.


Per giustificarsi, Zoro ha anche mostrato un premio che la trasmissione ha vinto nel 2020, il Diversity Media Award, che “premia i personaggi e i contenuti media che hanno contribuito a una rappresentazione valorizzante della diversità nelle aree genere e identità di genere, orientamento sessuale ed affettivo, etnia, età e generazioni, disabilità”. Apro una metaforica parentesi per dire che nel 2019 il premio è stato vinto da Freeda, e forse basterebbe solo questo come commento.


Ricevere un premio è abbastanza per rifiutare ogni critica futura, soprattutto se quella critica viene proprio dalla “parte lesa”? Non sarebbe meglio mettersi continuamente in discussione? La certezza del giusto non dovrebbe appartenere a chi davvero vuole contribuire alla costruzione di un mondo più inclusivo e più equo – c’è sempre, sempre qualcosa da imparare e qualche atteggiamento da rivedere.


Al momento non sembra che Propaganda Live voglia fare questo passo. Nella puntata di venerdì 21 è stata invitata la giornalista Barbara Serra, che ha commentato spontaneamente gli eventi legati a Rula Jebreal benché fosse stata invitata per parlare del bombardamento sul palazzo dei media nella striscia di Gaza. “Ogni trasmissione deve guardarsi e chiedersi quale sia il proprio limite [per quanto riguarda la rappresentanza femminile]” ha affermato. “Il 50% è quasi inarrivabile perché tante delle posizioni di potere in Italia sono occupate da uomini. […] So che non è facile perché anche io cerco ospiti per il mio TG, ma la rappresentanza è importante e sfortunatamente è uno dei punti deboli del nostro paese. A volte parlare solo di competenze nasconde certi problemi di base.”


Sarebbe stata un’occasione perfetta per Diego Bianchi di ricevere la critica, farla sua, e accettare di migliorare. Invece, il conduttore ha replicato di non aver mai negato il problema e di aver gestito puntate in cui gli ospiti femminili superavano in numero gli ospiti maschili, e che il suo discorso sulle competenze non era che la chiusura di un discorso più ampio durato dieci minuti.


Io ho ascoltato il discorso nella sua interezza. Il contesto della frase è perfettamente in linea con il suo significato.


Il problema ovviamente va al di là di Propaganda Live: è intrecciato nelle trame variopinte della nostra società, e c’è chi è selettivamente cieco al suo colore. Il fatto che una trasmissione come Propaganda Live non cerchi di risolverlo ma anzi si arrocchi sulle proprie posizioni difensive è però un’aspra delusione.


È davvero impossibile che in Italia esista una trasmissione televisiva capace di guardarsi allo specchio e accettare i propri limiti e i propri difetti? E la parità di genere in ambito lavorativo è davvero raggiungibile, se che anche chi si ritiene estremamente progressista si rifiuta di comprendere il problema? È forse troppo aspettarsi da un maschio bianco etero cis che accetti che la percezione della competenza non è esente dal maschilismo e dal privilegio?


Eppure la soluzione sarebbe semplice, se ridotta all’osso: credere alle donne (e in generale a chi subisce discriminazione) quando presentano un problema, ed evitare di arrogarsi il diritto di spiegare che no, il problema non esiste, e che se esiste noi non ne facciamo parte.


Insomma, Propaganda, proprio perché hai vere potenzialità, ti prego di ripensarci: gli spiegoni sono belli quando non perpetuano l’oppressione. Altrimenti, va bene anche fare un “ascoltone”, ogni tanto.


di Anna Credendino