NASCA ROSSA, GOTA STRIATA

Diario di un giovane infermiere - Parte Seconda


24 marzo


Devo fare il pomeriggio, solita routine: mi sveglio, faccio cose, non so cosa, mangio e vado a lavoro. Oggi lavoro con Giuseppe, un siciliano infermiere di sala e con Michela, l’infermiera del 118. Al cambio le consegne ce le da un infermiere della mattina, alla prima parola scatta l’intesa tra siculi e parte il “miiinchia” seguito da gioiose parole incomprensibili. Terroni, che bellezza!

Michela alla terapia, io e Giuseppe il resto. Come al solito, ci si conosce poco quindi si collabora tanto! Bellissimo turno. Barbara mi aveva parlato bene di questo Giuseppe, mi aveva rassicurato dicendo che sarei stato in un turno di Pro. Prendiamo i parametri e da questi supponiamo che entro fine turno qualcuno ci potrà lasciare: un paziente anurico da tre giorni, i cui parametri oscillavano da quelli di un paziente terminale a quelli di un adolescente pompato. Boh. Durante il turno una paziente “sospetta” desatura drasticamente, pur avendo lo scafandro (quella bolla di plastica che aiuta a respirare) ci sta, è un presidio, non un incantesimo. Nell’assisterla lei mi guarda con gli occhi di una che sa il fatto suo e mi dice: “tu stai aspettando che io muoia, vero?” rabbrividisco e con la mia splendida faccia da culo la rassicuro del contrario e la tranquillizzo, almeno un poco.

La saturazione tocca i 45/50/60 (valori che pensavo fossero incompatibili con la vita se mantenuti a lungo) il cuore viaggia a i 145 bpm fissi. Intanto facciamo l’igiene per la seconda volta ad una paziente che è andata di corpo, e Giuseppe appena la scopre canticchia il verso “Come prima, più di prima”. Sorrido! È il pezzo del giorno. Si fanno le 22 tutti vivi.

Al cambio arriva Barbara e mi chiede come sia andato il turno e nel passaggio delle consegne le raccontiamo il deterioramento clinico della paziente e lei se ne esce “alora è il Cicio qua che porta iella” rido. Fine turno.


Ho lavorato per cinque giorni e già si capisce che i pazienti muoiono soli. I familiari sono distanti e in pensiero. Un giorno una donna ha portato degli effetti personali di un degente lasciandoli fuori dal reparto. Tenendosi lontana, ci ha detto “sono per ... me lo salutate tanto per favore” in quel momento ho avuto un brividino... ho percepito impotenza, non so. Medici che comunicano per telefono il peggioramento delle condizioni. Assurdo Si torna a casa. C’è Ale, stappiamo una bottiglia di vino si cena e ci si conosce, poco cibo, non ho fame, il vino si fa sentire! Non il miglior me. Ma si ride. Si ascolta musica, sia fantastica che musica di merda e ci proponiamo l’un l’altro canzoni di amici nostri che spaccano. È un grande inizio.


Il 25 marzo riposo

Sveglia tardi, colazione e chiacchiere, si cazzeggia. Non riesco a fare il bonifico al proprietario, con il quale avevo contrattato un po’ per l’affitto. Non è in grado di darmi tre cazzo di codici funzionanti, poi se ne esce mandandomi uno screenshot contenente a suo dire il giusto codice da aggiungere all’iban. Nella foto c’è un iban diverso da quello che mi aveva dato. ‘Sto stronzo mi ha fatto dubitare sul funzionamento della mia carta perché non era in grado. Vabbè lasciamo perdere. Si cucina insieme, pasta al sugo per primo e verza per secondo. Dopo pranzo Ale va a fare il colloquio con la direzione, l’indomani dovrà fare la visita. Anche lui rimedia un passaggio da una collega. Chiacchierando esce fuori che ad entrambi hanno proposto un contratto di un anno a tempo determinato. Vediamo cosa dobbiamo fare e ci scriviamo tutto. La verza è ottima per liberarsi. Il pomeriggio passa tranquillo. Lo passiamo ad alternarci il cesso e con qualche flatulenza. É un grandioso inizio!

Mi chiamano dalla direzione per dirmi che il mio iban non gli piace perché inizia con GB e non IT. (e sti cazzi penso io) chiedo loro informazioni, ma poracce non potevano dirmi altro. La sera ci mangiamo la verza avanzata accompagnata da un mio tentativo di uova in trippa alla Papà. Non degne del suo nome ma buone dai.

Nanna


26 marzo

Mi sveglio e Ale torna dalla visita. Racconta che un infermiere con il prelievo gli ha distrutto il braccio. É un romano vero, molto plateale e parla sempre con un tono di voce altissimo, mi fa morire dal ridere. Entrato fa un caffè, lo prendo ed esco! Direzione poste italiane!!! C’è fila, che pugnetta, allora vado a stampare dei file: quelli per partecipare al bando di assunzione per un anno e quelli per dare la disponibilità per Bergamo, lì si che sarei in trincea. Il proprietario della copisteria dice di non potermi fare copie per il decreto, spiego lui a cosa mi servono le copie, e me le fa, mi fa pure uno sconto e mi da il suo biglietto da visita. Mi saluta dicendo “se vedi chiuso ma hai bisogno di qualcosa chiama pure, abito qua sopra”. Ci salutiamo sorridendo, anche qui, sotto una mascherina. Torno verso le poste e trovo solo due persone in fila, tempo pochi minuti entro. Mi serve una carta con iban italiano per farmi fare il pagamento, allo sportello mi dice che possono fare solo cose urgenti per il decreto. Mi chiedono a cosa mi serve la carta, me la fa.

Torno a casa e nel tragitto racconto felice ai miei amici dei due fatti. Sono un passepartout. Ale per fortuna mi aiuta ad attivare la carta con le app, i link, i cazz, eccetera. Pranziamo e poi ci collassiamo. Io inizio a scrivere ‘sta roba che ci pensavo da un po’. So come sono fatto, se penso una cosa figa o la faccio, o ho pensato una cosa figa. Bacardi chiama Ale e dice lui che sarà nel mio stesso reparto. Domani fa mattina, io pomeriggio, perciò ci si rivedrà al cambio e alla sera. Mi chiede informazioni sul reparto, è palesemente emozionato, un po’ ansioso. Ora sono in camera a scrivere, una sottile porta socchiusa ci separa, lo sento girarsi nel letto, non si ferma più. Sanissima caccalculo prima del primo giorno di lavoro.


27 marzo

La notte è stata lunga ed impegnativa, ho tartassato mia madre di messaggi per chiederle aiuto per iscrivermi alla task force degli infermieri. Sarebbe fighissimo essere un power ranger della protezione civile! Controllo continuamente i siti, si fa una certa e vado a nanna. Alle 6 mi alzo e controllo il sito, si sveglia Ale e va a lavoro. Nella mattina mamma mi manda il link, mi iscrivo. Compilo male il modulo e lo rifaccio. Per 4 volte. Se me pijano è solo per pena.

Rai news 24 comunica che il premier britannico è positivo, godo come un riccio.

Tra le notizie sento che il sindaco di Asolo, ex infermiere impegnato anche in missioni internazionali, ha risposto presente ad una richiesta di lavoro nella rianimazione di Treviso. Serve una mano e tutti vengono contattati. Dopo aver consultato il suo gabinetto e la famiglia decide di togliere le scarpe e mettere gli zoccoli. Il figlio, riportando la consultazione familiare, ha detto lui che l’emergenza sanitaria è prioritaria alla vita amministrativa. Il sindaco descrive questa affermazione come la scossa che lo ha spinto a rendersi disponibile. Mi emoziono. Il servizio mi emoziona.

Vado a lavoro e Ale mi da le consegne, gli ho lasciato il sugo pronto per la pasta. Sto con la Nico e con Sara. Si ride si scherza. Sono in turno con sole donne, anche nei reparti comunicanti. Mi trattano da dio, vado a fare il caffè e lo porto alle mie colleghe, paraculo o galante? Galantemente paraculo direi.

Nel fare avanti e indietro incontro sempre gli stessi colleghi. C’è chi lo riconosco per gli occhi, chi per i capelli, chi per gli occhiali. Un paziente desatura, scende molto, ma non vuole rimettere lo scafandro, non lo sopporta. So bene che è iniziata la discesa. Caprani me lo disse: “vedrai come se li porta via in poco tempo, lo capirai presto”. Arrivano delle colleghe, ci serviva un rianimatore e chiedo: “siete della rianimazione?” Scoppiano a ridere, le avevo appena viste nel corridoio a fianco, in cucina per il caffè, nella stanza del pulito e qualche altra volta. Fortuna che li riconosco i colleghi...


Arriva qualche nuovo ricovero e altri vengono trasferiti. I nuovi arrivati hanno lo scafandro e necessitano di un livello di assistenza maggiore. Alcuni pazienti in “svezzamento” dallo scafandro, fanno 3 cicli di tre ore. I due che stavano migliorando ne fanno solo uno, quello della mattina. L’anestesista vuole provare a far loro indossare la maschera, con un filtro al 60%. La saturazione regge. Scafandro sospeso. Finiamo come al solito verso le 20, è un turno molto tranquillo a parte le condizioni cliniche di un paziente. Arriva il turno della notte, ci sono Giuseppe siculo e Barbara mora. Si ride si scherza, si danno le consegne e tutti a casa.

Ale è a casa che mi aspetta, diciamo cazzate, ridiamo, ci innervosiamo con il mondo infame. Quindi andiamo a letto polemici e sorridenti.


28 marzo

Mi sveglio tardi! Cazzzzo. Arrivo a lavoro ma non mi dicono nulla, mi giustificano, bella! Orecchie basse e si lavora. Girando per il reparto trovo morto il paziente che stava desaturando. Ha finito di soffrire. La mia preoccupazione è quella di gestire il decesso a livello burocratico. Se ne occupa Michi 118. Somministro la terapia endovenosa, Michela del 118 si occupa della terapia orale, Elena fa altro. Elena l’avevo vista al cambio del giorno prima, ed ora ho la conferma! Avevo notato infatti un succhiotto sul suo collo. Ebbrava, almeno qualcuno si coccola! Abbiamo molti letti liberi, l’affluenza in ospedale sembra diminuire. Riordiniamo i documenti, mi serve una graffetta. Vado nel reparto a fianco e la chiedo ad alta voce una graffetta alla caposala che è lungo il corridoio. “Ti serve la pinzatrice o una graffetta?” “na graffetta” rispondo. Lei ripete a gran voce con tono baritono “na graffetta me serve”. Mi scappa una risata! Continua, “Ma non eri di Perugia tee?” annuisco, continua “e come cazzo parli?”. A questo punto non mi sono pisciato addosso dal ridere solo perché poi mi sarei dovuto cambiare. Graffetta trovata. Torno.

Stavo facendo cose, le colleghe erano indaffarate con la caposala che se ne esce da una stanza interrogandosi sulla scomparsa del campanello, e con il suo tono da ladra: “chi ha mangiato il campanello?” “sarà stato Carpinello” rispondo.... Cazzo, rispondo ad alta voce, ma stavo pensando tra me e me. Svio e me la cavo, felice della supercazzola ben riuscita, rido e proseguo facendo cose. Ad un certo punto entro nella stanza di un paziente con lo scafandro. L’ossigeno ad alti flussi un po’ rincoglionisce, è come puntare il phon con aria fredda su di un imbuto, la parte sottile dell’imbuto entra nel sacco di plastica e subito di fianco c’è la guancia del paziente. Aria ad alta pressione, rumore, disidratazione. Immagino di essere lì. È snervante. Mi chiede dell’acqua, apro l’oblò, avvicino lui la bottiglia, beve. Solo dalla cannuccia. L’acqua brucia! Prendo una garza, la inumidisco e infilo una mano dentro all’oblò e passo la garza inumidita sul viso del paziente. Chiude gli occhi e inclina la testa sulla mia mano, mi sembra di coccolare un gatto. Mancano solo le fusa poveraccio... non tardano ad arrivare, come tolgo la mano riapre gli occhi: “Grazie!” mi dice. Al compagno di stanza stesso servizio.

I due pazienti in miglioramento intanto fanno un altro step! Si cambia il filtro della maschera, da 60 a 40%. Sono i nostri pupilli, non vedo l’ora che se ne vadano! Spiego loro il cambiamento, quindi, il miglioramento.

Arriva il pranzo, e vederli mangiare in tranquillità è un gran piacere, glielo comunico e ne sono visibilmente felici. Uno dei due mangiando una zuppa marrone triste che la metà basta, parla felice del fatto che non abbia più la diarrea. Il paziente a fianco mangia la stessa zuppa, trattengo le risa. Manifesto la mia felicità per la lotta vinta contro la dissenteria!

Vado a rimuovere lo scafandro ad un altro paziente, e mi chiede come mai tutta questa fame. Descrive la sua fame dubbioso e sorpreso associandola a quella di un uomo che non mangia da 12 giorni. La descrive inoltre come “bramosia di attaccare il cibo”. Non so dar lui una risposta, vado a domandare e torno con la risposta. Dice di odiare i grissini, divorandoli felicemente, che oggi però sono buonissimi. Utilizzo il mio dottorato, ed insieme troviamo lo scafandro un’ottima soluzione educativa per far amare la verdura ai bambini, ridiamo entrambe. Esco e vado a mangiare una pizza, sono state donate al reparto da una pizzeria del paese. A mangiare con noi c’è il medico del reparto a fianco, un ortopedico molto educato. Lo assocerei allo stereotipo del britannico con bastone, orologio da taschino con catenella basculante e monocolo. Simpatico!

Sazio, esco, è arrivato Ale con il turno di pomeriggio, vado a casa! Mi ha lasciato del sugo con tonno. Bevo un po’ di caffè avanzato, doccia e come promesso sento Rudy, è sempre un piacere parlare con lui. Mi chiede informazioni sulla situazione e parliamo anche della cattiva gestione del flusso di informazioni. Ne avevo giusto parlato con due pazienti poco prima di pranzo. Con Ru esce fuori anche il fatto che durante un’epidemia di un virus che colpisca le vie aeree non ci sia una sensibilizzazione riguardo il fumo o le cattive abitudini. È anche vero che chiudere i tabacchi in questo momento, sarebbe l’unico vero modo per far scendere in strada il popolo con torce e forconi.


29 marzo

Faccio la notte. Sono con un’infermiera che tutta contenta mi dice di essersi laureata a novembre come me. Bella merda! Siamo due pivelli con 15 pazienti. Fortunatamente ho la rianimazione ad un passo e la notte è abbastanza tranquilla. I miei tirocini mi hanno permesso di prendere confidenza con i presidi che dovrò usare nella nottata. Per tenersi sveglia l’infermiera vuole fare tutto lei che deve imparare dice.... La tengo d’occhio per non mettermi nella merda, quando ha dubbi mi chiede. So risponderle, mi sento preparato, sono contento. La gestisco bene. Verso le 2 arriva un paziente che all’anamnesi ha mezza pagina di patologie. Poveruomo. Mi occupo della burocrazia. Il suo compagno di stanza è un diabetico che ha in infusione continua in pompa, l’insulina mentre ha una flebo con il regolatore di flusso con la soluzione glucosata. Ogni ora si deve misurare la glicemia e gestire in funzione del risultato il flusso dei due liquidi. Siamo il suo pancreas.

Nella notte mi chiama un figlio che cerca il padre. Chiama da Lodi, mi dice che è sicuro che suo padre sia stato trasferito nel nostro ospedale, ma non sa dove. Lo cerco e non avendo il padre in corsia do lui tutti i numeri dei reparti con covid. La solitudine dei pazienti è una merda. I parenti sono tutti in pensiero. Un paziente non risponde alla moglie che chiama in reparto preoccupata. Allora invito il paziente a tranquillizzare la moglie e a non farsi desiderare. Scherzando lo minaccio dicendo di farsi sentire carico ed energico per non far preoccupare l’amata. È un paziente un po’ depresso. Essendo soli e distanti da tutto cerco sempre di dire cazzate per strappargli un sorriso. E per ora funziona. Fortuna la tecnologia che può avvicinarli un minimo ai cari. Il peggioramento clinico di alcuni è proprio evidente, un netto e lento declino verso la morte... sappiamo che moriranno, questione di tempo.

Nella notte, essendo una notte tranquilla riesco a leggere qualcosa e a sentire amici o parenti distanti anche da me. Tutti insonni. In turno ci sono due infermiere russe, un’oss moldava e una ucraina. Ed è subito faida est-europea. Mi defilo. Si fanno le 5:30 mi avvio per fare i prelievi vari e per la misurazione dei parametri.

Compilo le cartelle infermieristiche. Si fanno le 7. Arriva il cambio e do le consegne. Sono seduto alla scrivania con 4 colleghe con un’importante anzianità di servizio. Tutte con carta e penna pronte ad appuntarsi ciò che dico. È veramente bello poter aggiornare i colleghi sulle situazioni dei pazienti conoscendole una per una.

Esco e becco la caposala al bar con i due medici della notte. La caposala mi chiede “sei stato bravo”? Io dico “boh penso di si, so tutti vivi”, i medici dicono “si si è stato bravissimo non ci ha disturbato mai” Ve possino.... Dentro di me. Prendo un cornetto per me e uno per Ale. Passo in edicola a prendere l’inserto di Repubblica dei fumettisti. Qualcosa di simpatico almeno c’è. Torno a casa e cammino leggendo il giornale sulla pista ciclabile. È rossa e non ci sono pali, così, pur avendo la testa china sono sicuro di non fare una brutta fine.

Torno a casa, non c’è l’acqua calda, faccio piano che Ale dorme e non lo voglio svegliare. Scaldo una pentola d’acqua sul fuoco e mi faccio la doccia. Penso “minchia quante acqua ho risparmiato”. È bellissimo, sono al calduccio e pulito, vado a letto e dormo.


30 marzo

Mi svegliano alle 9, alle 10, e alle 10.20. Sono offerte di lavoro. Ad una certa me ne sbatto e metto la modalità aereo. Già il mio ciclo circadiano è andato a farsi fottere. Ora voglio dormire. Mi sveglio con Ale che cerca la pentola e la trova in bagno, che spettacolo. Nel pomeriggio, accendo la tv, sembra che in onda ci sia solo Radiosfiga. Morti, cavallette sul raccolto, tamponi, guariti e ccheccazzo! Un’amica mi invia degli audio con la musica in “8D” sono sul letto eppure mi sento in discoteca, ballo come un cretino. Vedo solo storie sulla quarantena. Ho una percezione strana di questa quarantena. Io non la sto vivendo proprio, oddio non che sia tutta una movida, feste alcol e chi più che ha più ne metta. Ma con quel matto del coinquilino sto una pacchia, esco ogni giorno, vedo persone a lavoro, il che mi tiene attivo. Nulla di diverso dalla vita di un tirocinante infermiere. Ale prima di andare a lavoro mi dice che i suoi sono preoccupati, con il suo fare esilarante mi racconta che il padre, ateo da sempre, da quando lui è salito qua, va alla messa alla Madonna del divino amore. Poromo. Ale va, io vado a letto tardi.


31 marzo

Ale torna alle 7, faccio colazione con lui e mi rimetto a letto, ci svegliamo alle 15, se magna e poi vado a fare la spesa. Na fila clamorosa. Alle casse però scopro che ho la precedenza perché sono un sanitario super eroe de sto cavolo salvatore della patria. Bellapemmé. La mattina quando ricordo i sogni che faccio li comunico a Marta, psicologa che ha un’amica che è una pro di interpretazione dei sogni, io la chiamo dream master. Vuole che io scelga un titolo dei sogni che faccio, che le racconti le cose salienti della mia giornata, che le racconti il sogno e che le dica le sensazioni che mi da. Così poi mi invia un’analisi di tutto e mi da le mille possibilità di interpretazioni, é super interessante. Anche se tralascio delle cose, lei ce chiappa!

Torno a casa faccio un dolce ed é subito Safe. Passo il pomeriggio a sentire musica e a sistemare documenti con Ale. Ale fa la lavatrice, chiama la madre e glie fa “a ma, ce so n’sacco de bottoni” io rido dalla cucina. “deve fa la centrifuga che i vestiti erano fracichi l’ultima volta” Un po’ di tempo dopo passo al bagno e tutto contento urlo “aoh sta a fa la centrifuga” come se avessimo vinto il campionato. Si cucina! E pronti alla notte.

Arrivo e c’è Sara, prendiamo le consegne facciamo cose e vabbè tutto regolare. Siamo sempre due giovani. Sara è simpatica eh per carità, ma a piccole dosi. Citando Bonolis in un’improvvisazione la assocerei ad una frase: “quanto può parlare chi non ha niente da dire”.

Ci sono dei pazienti fragili che potrebbero lasciarci nella notte. Che sega.

Uno dei pupilli non c’è più, è stato trasferito. Svolta. Facendo il giro dei parametri passo dal paziente, quello mezzo triste al quale avevo chiesto di incoraggiare la moglie. Sono le 24 perciò gli tolgo lo scafandro e mi dice: “mancava il numero uno e l’hanno rotta, ora l’hanno sostituita. Ci vuole competenza per gestire certe cose” riferendosi a me e al suo presidio. Molti non sanno che sono neolaureato, allora colgo l’occasione per rispondere con sincerità: “l’importante è sembrare competenti, è questa la vera arte”. Mi sorride. Gioco spesso insieme alle persone, con educazione, dando sempre del lei, mi prendo delle confidenze e rompo le pareti della distanza professionale, non intaccando il rispetto “in entrata ed in uscita”: porto loro rispetto e loro ne portano a me. Questo fa si che qualche paziente sia tranquillo quando ci sono io, lo capisco. Mi regalano anche loro sorrisi. Oppure frasi come “vogliamo te che sei gentile”. Questo alimenta di brutto il mio ego e mi rende felice. Non so se questo mio sorridere incondizionato sarà passeggero, molti infermieri dicono: “anche io ero come te, ma poi diventi stronzo” probabilissimo, capisco anche il loro punto di vista. Ma speriamo di no.

Ci sono due primari ricoverati. Ed un carabiniere. Mi fermo con loro a parlare della bellezza dell’Italia e finisco ad elogiare la mia splendida città (mica piattume e risaie). Il carabiniere mi stava tanto simpatico fino a quando se n’è uscito con “Torino è brutta perché ci sono troppi negri”. Ma che gli avranno fatto sti negri. Boh. Cerco sempre di scindere il rapporto di assistenza dal mio pensiero personale. Come direbbe Giovanni Storti: “siamo qua per un altro motivo”. Mentre mi appunto queste righe al telefono la collega capisce che sto scrivendo e si incuriosisce, a domanda rispondo: “un diario”. Mi da dello strano e svia. Menomale.

Una paziente desatura, ma tutto nella norma, è agitata, e si vuole sfilare lo scafandro. Le facciamo la mezza fiala di morfina sottocute classica che viene prescritta solitamente al bisogno. Vado a ritirare il farmaco, apro la cassaforte, ritiro la fiala, compilo il registro e firmo. Per gli stupefacenti va fatto. Anche qui è la mia prima volta.

La paziente non si vuole tranquillizzare e continua nel tentativo di rimuoversi il presidio. La conteniamo su indicazione medica. Le leghiamo i polsi alle sbarre del letto per evitare che si strappi il catetere e che si rimuova il casco.

Nella calma della notte, arriva un dottore, sulla sessantina che chiameremo Dottor Marchionne. Perché? Beh il dialetto mi ha ricordato troppo il personaggio imitato da Crozza, perciò Marchionne sia. Si parla di tutto e si parla di come questa situazione paradossale abbia rivoluzionato tutto. Gente che si lamentava per cagate, ora lavora senza sosta e da il contributo senza fare un frizzo, c’è unità e collaborazione. Parliamo del nostro ruolo e della percezione dei sanitari, e della loro fatica, che speriamo passi ai cittadini. È convinto che chi è stato toccato, si ricorderà di noi. Non come miti, non come eroi. Come persone. Come lavoratori, non come possibili denunce ambulanti o nullafacenti da posto fisso. (che poi io posto fisso un cazzo ma vabbè) Parliamo della pronta disponibilità di alcuni sanitari e della fuga in malattia di altri. “La spinta che sentiamo”, descrive e io condivido, “è perché sappiamo che siamo gli unici che possono fare qualcosa”. Si parla di tutto, è veramente un tipo interessante con il quale è bello parlare. Si parla anche delle tante tante tante morti. Ribadisce come questi pazienti muoiano soli e “noi” siamo le uniche persone che hanno. Si trova spesso a comunicare decessi al telefono.

Non pensava di vivere in tutta la sua vita una situazione del genere. Non avere turni regolari, andare a lavoro senza sapere quando tornare. Si sceglie chi intubare, a chi fare un trattamento e a chi no. È vero, si sceglie. È anche il secondo paese più longevo del mondo, perciò ci sono tanti morti e tanti anziani fragili. Questo a conferma dell’ottima qualità dell’SSN.


Parliamo appunto anche del nostro super sistema sanitario nazionale, eroso dal magna magna di chissà chi, ma pur sempre una chicca. Negli altri paesi del mondo non c’è un’assistenza sanitaria di questo tipo. L’assistenza minima in Italia è migliore della media mondiale. Se uno si frattura qualcosa, torna a casa con il gesso o addirittura lo operano. Aggratiss! Negli altri paesi è utopia una cosa del genere. Speriamo anche qui che il messaggio passi! Ricordo il mio tirocinio al pronto soccorso di Perugia, dove un infermiere mi disse: “il bello di questo reparto è che quanta gente arriva devi aiutare” Ce senti ??? Chi arriva viene aiutato.” Poi che gran parte della gente non ha un cazzo e rompe per le lunghe attese è un altro discorso. Cartina tornasole è che adesso non c’è nessuno in PS perché c’è il cacaccio de massa pe sto coronavirus. Dovrebbe appunto far riflettere nell’abuso di questo nostro gioiello. Cito lui un dottore incazzato nero con gli evasori fiscali che (ipoteticamente) associava al rompipalle pretendente di cure. Condivide. Marchionne, dunque, propone un metodo di sensibilizzazione non verso il singolo, ma alla comunità, del tipo: “se le tasse non vengono pagate, sappiate che c’è un posto di rianimazione in meno. Ci sono meno presidi meno qua meno là.” Molto pratico.

Si parla poi di come questa quarantena porti educazione tra i passanti, un sorriso, un saluto gratuito che prima sarebbe stato inesistente. Speriamo in un cambiamento! In una maggiore educazione civica, in una maggiore sensibilità. Parliamo del ritorno degli animali nelle città e sulle spiagge. I delfini ad esempio, animali importanti per me in questo periodo, perché in queste notti, sporadicamente mi allietano i sogni con qualche bel salto e volteggio, diciamo che si sono ripresi le coste e cose del genere. Si parla anche di quanto la diffusione del virus sia correlato alle zone inquinate e quindi di come l’inquinamento sia anch’esso vettore o comunque una variabile della quale tenere conto. Ci sarà una crisi economica importante, falliremo, quindi: sarà la volta buona per cambiare modello di sviluppo magari. Sarà che sono un fricchettone e figlio di due sognatori, ma spero proprio che ci sia una rivoluzione del modello di sviluppo basato sul rinnovabile, il non sprecare, l’eco-sostenibilità dei materiali. (si vabbè la pace nel modo e il Perugia che vince la Champions) oh io ci spero... speriamo che dall’alto ci siano delle resistenze verso le resistenze ad una rivoluzione simile, per una rivoluzione simile!

A chiacchiere si fanno le 5:30 e si parte con la terapia, parametri e prelievi, “grazie dotto’ per le belle chiacchiere” “grazie a voi” dice. Si torna a casa, doccia, collasso!


1 Aprile


Mi sveglio alle dodici, cucino un piatto di pasta. Ale va a lavoro e io intanto mi incazzo un po’ per i vari contratti che mi propongono. Parlo con la mia super cugina dottoressa, che se me pia qualcosa chiamatela subito che quella è una che House scansate. Parliamo appunto dei contratti e della carenza dei DPI, bella sola. Ad una certa mi calmo e mi alleno con una seduta instagram del mio amico Prez. Me sdruma, me scarica, mi lavo, ascolto Conte con emozione. Mentre cucino penso ai miei amici e a quanto non senta la loro distanza, non me la lascerebbero mai sentire. Cucino e ballo e mi bevo un bicchiere di vino, una strofa idiota mi fa ridere e per un attimo non sputo tutto il vino sul tavolo. Queste stronzate mi rendono tanto felice. Gemitaiz ogni tanto fa crepà. Oggi previsti tuoni al grande hotel, c’è la verza e una frittata con patate e gorgonzola.

Sento Ale al telefono prima che torni dal turno, è incazzato, mi dirà. Torna e mi racconta, mi dice che ha assistito alla morte di un paziente, non c’era nulla da fare.

Il paziente che tanto bene nella notte prima mi aveva chiesto dell’acqua e che dopo avergliela data, mi aveva dato del salvatore per il solo fatto di averlo idratato, (vedi scafandro sete) è morto davanti ai suoi occhi. Era stato tolto lui lo scafandro, nel pomeriggio per poi peggiorare, chiama Ale e dice lui: “aiutami sto morendo”.


ALT : Questa è una zona molto delicata quindi zompamo al clu. A parte le dinamiche che non descrivo perché non le ho vissute e non voglio di’ cazzate, figuriamoci scriverle.

Ale dice che l’ha visto esalare i suoi ultimi respiri, mi ha detto che sentiva i suoi polmoni pieni di acqua. Ha poggiato una mano sul petto e sentiva tremare.

Mi dice anche che nel dolore un’infermiera racconta lui che non ne può più, gli racconta anche del dolore provato dopo che ha visto togliere uno scafandro ad un paziente per darlo ad un altro. Priorità. La Guerra è Guerra.

Lei si era resa conto che quel giorno, il ragazzo in borghese fuori dal reparto che la vide uscire in lacrime ero io. Così l’ha comunicato ad Ale.

Oggi ho avuto un chiarimento. Porca troia, ora trova un senso. Non che prima non ne avesse, ma ora mi è più chiaro.

Io per compatirlo e appesantire ulteriormente la situazione me ne esco “aoh, sta sera ho cucinato un sacco di verdure eh, me sento mi padre”. Ridiamo e riparte il sano loop delle minchiate.


A fine cena compiliamo dei moduli e alla voce “nato” entrambi volevamo scrivere “si”, si lo so, scontato, ma sti cazzi abbiamo riso da morire. La stanchezza a volte dà più ebrezza dell’alcool.


In tv c’è Truman show, mi vedo solo la fine mentre parlo al telefono con Prez e il Gomma, la chiamata degli amici di squadra solita, sempre ricca di contenuti: figa, immagini esilaranti e tante frasi senza senso. Vado in salotto e con Alessandro parte un discorso sulla fisica e la creazione dell’universo, è sveglio il tipo, io non ci capisco un cazzo e ascolto interessato. Boh sta sera abbiamo riso veramente un botto! Bonanotte.



Diario di un giovane infermiere - Parte Seconda


to be continued ...