Nasca rossa, gota striata


Parte Prima


Dopo tre anni di università, il 29 novembre 2019 mi sono laureato in infermieristica. Indeciso sul mio futuro, scherzando con un amico nei momenti di meritato cazzeggio, nasce l’idea di un’ipotetica avventura in Australia, quel paese che in quel momento stava combattendo contro le fiamme, incendi catastrofici con una risonanza mediatica spaventosa. Ce ne freghiamo e il gioco prosegue e piano piano si fa realtà. Diventa tutto vero quando, ad inizio gennaio 2020 compriamo i visti, compriamo i biglietti, patente internazionale e burocrazia varia per l’assicurazione sanitaria. Manca solo la valigia all’appello. Il 3 aprile saremmo partiti in direzione Melbourne.

Una paura immensa per uno stravolgimento di vita programmato ma non troppo. Si parte assieme, con l’amico di sempre, spalla a spalla come direbbero gli irlandesi, e nulla ci può fermare.

Ad un tratto, ad inizio febbraio, i giornali riducono la mole di argomenti trattati e si focalizzano su una probabile infezione proveniente dalla Cina. Io ed il mio amico Marco impauriti prima dagli incendi alti due palazzi, siamo ora dubbiosi sulla possibilità̀ che la nostra partenza avvenga. Forse qualcosa ci può̀ fermare. Intanto in Italia iniziano a crearsi dei focolai, sembra che il nord sia molto colpito. Inizio marzo, l’Australia chiude i voli agli italiani, il sogno crolla.

Niente più viaggio, dobbiamo rimandare a chissà quando il nostro sogno di duro lavoro ed altrettanto impegnato cazzeggio sulle coste australiane. Niente van. Niente surf. L’Italia viene messa in quarantena, io sono fortunato, perché posso continuare a lavorare ed uscire di casa. Pochi minuti dopo la pessima notizia, non do tempo alla rabbia e alla tristezza di crescere. Il web è pieno di avvisi di assunzione immediata per sanitari. Con la voglia di rispondere con grinta a questo schiaffo, con il sostegno dei miei familiari e di Marta, imbucatasi a casa per i primi giorni di quarantena, mi siedo al pc.

Colgo la palla al balzo e rispondo a qualche avviso, mi chiamano il Piemonte e l’Emilia- Romagna a tempo zero. Entrambe le regioni mi contattano per lavorare in un reparto ospedaliero non covid per poter permettere agli infermieri anziani e più̀ esperti di andare in prima linea. Intanto avevo già preparato le valige, la stanza era in ordine, pronta ad essere abbandonata. Una sensazione strana mi travolgeva... avevo le valige pronte ma non una meta.

Un giorno dopo mi contatta la Lombardia, non offriva un alloggio, ma mi propone l’opportunità di lavorare in un reparto di pazienti positivi. Nel panico che contraddistingue un ventiduenne all’arrembaggio, travolto dalle novità̀, trovo una casa. La mattina dopo mi dovrò svegliare presto per andare a prendere il treno. Luci spente.



È il 17 marzo. Mi sveglio, mangio qualcosa al volo, dò un bacio a Teta, uno a Marta e scendo. Papà sulla porta mi saluta con l’incoraggiamento che solo il miglior Zeman darebbe ai suoi giocatori: “DAJE”. Mamma mi accompagna al treno e si parte. Avrei voluto salutare tutti, ma ho potuto salutare solo un paio di amici e in fretta e furia. Arriviamo alla stazione e la saluto. Terontola – Campo di Marte – Milano – V. un viaggetto di sole 10 ore.

Sto andando a vivere da solo, mi sto catapultando verso l’autonomia tanto che dieci ore mi volano. Arrivo in stazione e mi dirigo verso questa casetta che ho prenotato per la settimana: in Corso A.42. Avvicinandomi vedo il proprietario che mi aspetta fuori casa, un tipo sulla quarantina molto gentile e disponibile, mi mostra casa, mi da le chiavi e mi saluta. Mi rendo presentabile e di corsa mi precipito in ospedale per parlare con la direzione. Percorro il cavalcavia che divide la casa dall’ospedale e vedo questo ospedale non esageratamente grande.

Entro in portineria e mi indicano la via per la Direzione. Salgo questa scalinata, sembra di stare ad Hogwarts. Le dirigenti mi accolgono, parliamo un po’. Sono molto gentili. Ci salutiamo in attesa di un appuntamento per la visita dal medico competente.


Il giorno dopo mi chiamano, ed ogni volta che rispondo al telefono sento “pronto Signor xxx? È Biancardi della direzione Sanitaria” mi informa che la visita medica avverà l’indomani in una città a 40 km di distanza perché il medico competente dell’ospedale di V. è positivo (bene).

Cerco i treni e prenoto... 2 fottute ore mezza di treno, ma che ce voi fa?

Vado a fare spesa, spaesato, provo a ricordare i consigli di sopravvivenza che mi avevano dato Teta e Marta... ricordo solo tonno e legumi fondamentali, mi arrangio. Per cena un panino avanzato del viaggio, cibo in scatola e birra scadente in tazza. Ed è subito Safe. La mattina dopo mi sveglio, il treno parte alle 5:50. Si fanno le sei e venti e non passa nulla. Dalle voci nella stazione, a mio parere eccessivamente affollata dati i vari decreti, si intende che la tratta sia stata cancellata. La corsa precedente, quella delle 5, era stata annullata dalla polizia in modo coatto poiché sovraffollata. Tutti a casa.


Ma io dovevo andare in qualche modo. Si fanno le 7 e mi dirigo in ospedale e parlo con Bacardi (la dirigente... la chiameremo così) che mi propone di farmi tutto il giro degli ospedali dell’ASST (azienda socio sanitaria territoriale) con il magazziniere per arrivare poi alla destinazione alle 12 e chissà come tornare. Dubbioso ma ci sto. Non facciamo in tempo ad avviarci che in corner contatta un’altra infermiera che aveva il mio stesso appuntamento, già in macchina, a mezzora da V., torna indietro e mi viene a prendere. Evvai, magari è pure carina, avremo modo di sopperire alla solitudine.

Come richiesto dalla direzione indossiamo delle mascherine chirurgiche anche in macchina. Arriva, 28 anni, diciamo simpatica e attenzione, sposata! Laureata da nemmeno una settimana aveva appena terminato il tirocinio nell’ospedale dove entrambi saremmo andati a lavorare e nel tragitto mi dice che non è la sua ambizione lavorativa poiché́ un ospedale piccolo che non ha nulla a che vedere con gli ospedali lombardi per i quali avevo fatto le valige. Che gioia.


Lei è una santa, riesco solo a pagarle i 2.60 euro di autostrada. Arrivati a destinazione noto l’edificio (altro ospedale ottocentesco che in confronto Piazzale Europa (distretto sanitario perugino) è il set di Gray’s Anatomy ma vabbè̀) andiamo in direzione dove ci danno una mappa artigianale per raggiungere i vari step. Come due scemi camminiamo con la mappa neanche fossimo sui Sibillini. Indossano tutti una mascherina. Raggiungiamo il punto prelievi. Non adoro essere bucato, io li maneggio di solito gli aghi e vedermeli puntati contro non mi eccita insomma. Le mie vene sono autostrade, quindi non ho paura che questa infermiera non ci prenda, sono solo un po’ pensieroso. Buca preleva e ciao. Un minuto e nessun fastidio, neanche il pizzico di Zerocalcare, una mano leggere come la piuma di Brega .

Le faccio i complimenti, che sono sempre graditi, e con la mia tassista andiamo in cardiologia. Ci fanno l’ecg e torniamo dal medico competente, la visita la tiriamo in chiacchiere e il medico mi dice che l’ospedale di V. è buono ma che nulla a che vedere con le mie aspettative di ospedale all’avanguardia... e due.

Saliamo in macchina e torniamo a V., per firmare il contratto, ma prima facciamo una breve sosta a casa mia, per ringraziarla le ho voluto regalare due delle salsicce secche che mamma e papà avevano messo, tra i tanti viveri, in borsa al pargolo.

Erano le 13 circa, e torniamo da Bacardi che ci presenta i rispettivi caposala. Prima il suo poi mi accompagna in reparto e conosco la mia caposala. Insomma quattro giri in ospedale e esco. I cugini, dalla chat di facebook chiedono novità e la mia risposta è stata questa: “Mi hanno dato le divise. Ho visto il reparto e appena sono arrivato è uscito un paziente che andava in rianimazione scortato da 6/7 persone tutte bardate, un'infermiera è uscita in lacrime. Poi la caposala è bella matta, molto simpatica ed era assolutamente logorata dal susseguirsi appunto di turni distruttivi. Mi ha detto: “le mie valvole di sfogo sono il vino e la nutella, e qualsiasi valvola di sfogo hai, usala o non ce la farai.” Mi ha salutato dicendo sorridendo “ti aspetto domani mattina con una bella colazione corposa.” Io le ho detto sorridendo, "pronto alla guerra" ha cambiato espressione e mi ha detto:" non sto scherzando" la mia unica reazione è stata la deglutizione.



È il 20 marzo, è il mio primo giorno da infermiere!!!!!!!!!!!!!

La sveglia suona alle 5:30, alle 6:20 mi avvio, mi cambio nella “stanza del pulito” non avendo uno spogliatoio, c’è un sacco di gente, non conosco nessuno, non faccio in tempo ad inquadrare nessun volto, da lì esce solo gente bardata pronta al turno. Il reparto è il “PGS”, non so che voglia dire ma si chiama così.


Nel turno mi trovo a lavorare con tre infermiere, due di sala operatoria e una del 118.... qualcosa non mi quadra, vengo a scoprire che quel reparto è stato aperto solo un mese prima per l’emergenza. I colleghi non si conoscono, è bellissimo, c’è un rapporto di semplice collaborazione, non hanno ancora avuto il tempo di starsi sulle palle, l’ambiente mi piace. Parlando esce fuori che sono un pischello e che è il mio primo incarico: il pensiero unanime dei colleghi è: “bello tosto come inizio eh”. Ne sono solo felice.


Si organizza il lavoro e faccio la terapia con Michela l’infermiera del 118. Ad un certo punto mi chiamano le colleghe provenienti dalla sala che non riuscivano a mettere un catetere ad una paziente, arrivo, lo metto, fico. Piovono battute, ma sono ben gradite poiché non viscide ma volte alla risata. Nel reparto ci sono solo pazienti positivi e con la ventilazione non invasiva: dalle maschere per l’ossigeno fino agli scafandri: dei presidi che sono come delle bolle di plastica attorno alla testa del paziente, tramite le quali viene insufflato l’ossigeno ad una certa pressione così da garantire lo scambio dei gas ai pazienti. Vabbè bolle di plastica, l’ossigeno fa rumore e i pazienti non sentono ciò che dici, spesso indossano dei tappi. Come se non bastasse l’isolamento dovuto alla malattia, a causa della quale i pazienti non possono ricevere visite, questi neanche possono sentire cosa gli accade attorno. La cosa mi rattrista, ma tiro fuori del sano e utile cinismo e vado avanti, senza essere toccato emotivamente, è normale che sia così, sticazzi.


Una paziente peggiora e necessita della maschera. Rispetto alle cannule nasali la maschera è un presidio fastidioso, e io giocando la riesco a convincere. Nel mentre arriva una dottoressa eccessivamente stressata (povera donna) e se ne esce con un delicato consiglio alla paziente: “Signora, se non mette la maschera muore, lo vuole capire o no.” gira i tacchi ed esce. E lì il genio! La paziente tira fuori la mano da sotto il lenzuolo e fa il gesto delle corna verso la dottoressa con uno sguardo che mi dice “col cazzo che io moro”.

La signora accetta la maschera. Si fa ciò̀ che si deve ed il turno è finito.

A fine turno vado in direzione, firmo il contratto e le dirigenti mi dicono che sono stato messo nel reparto più̀ caotico e disorganizzato dell’ospedale. “ci sei sembrato un tipo da reparto tosto”. Bene. Vado a fare spesa, al Lidl che mi aveva consigliato Michela durante il turno, una fila... due palle... torno a casa e prendo un po’ di pioggia, ci stà. Metto in ordine le cose in dispensa ed in frigo, già sembro abbastanza organizzato bene. La casetta è vuota ma sto bene, il tempo si dilata e mi sembra tutto molto bello e tranquillo. Contento e carico del nuovo inizio, vorrei che altri vivessero questa sensazione.

Scrivo sul gruppo del canale della mia università: “Cari cacioppelli (soprannome dei componenti del gruppo), non scrivo per disturbare ma per sensibilizzare... Per i compagni di corso già̀ laureati e i prossimi alla laurea... Si stanno proponendo delle occasioni veramente importanti. Non pensavo mai che i pulisci-culi venissero considerati così tanto e così velocemente. Sono sicuramente gratificazioni passeggere! Ma ragazzi, possiamo dare una mano, non siamo rianimatori, ma possiamo anche solo alleggerire il turno a dei colleghi più anziani per provare a garantire e tutelare la loro lucidità. So che è rischioso! Ma ora la sanità ha bisogno di personale, e chi può, sì mettesse a disposizione! Non capita tutti i giorni di poter scrivere sul curriculum di aver lavorato nel primo impiego, in una pandemia, e magari in Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia o Toscana. Senza nulla togliere alle altre regioni! Cento anni fa pischelli come noi partivano al fronte con elmetto e fucile sperando di tornare. Noi siamo di gran lunga più fortunati :) (e pagano ben bene!). Quindi raga, chi può, raccolga il coraggio ingenuo del più giovane dei sognatori e parta! Potrà essere una delle esperienze più toste della nostra vita, ma se iniziassimo il nostro percorso con una salita del genere, l'adattamento sarà una qualità che ci potremo portare sempre in tasca. Perché chi vuole, per Chi può! Per chi sogna! Daje raga!!!”


Scusate, non sono mai stato uno scrittore. “Comunque ci sono regioni che chiedono di lavorare con pazienti positivi perché le corsie sono piene, altri invece preferiscono tutelarci mettendoci in reparto tranquilli permettendo di mandare in prima linea i colleghi più esperti. Ognuno può fare qualcosa :)” dopo questo messaggio mi scriverà Cristiana in privato, dopo qualche giorno, apprezzando queste parole. Il suo pensiero mi da forza!

Nella notte tra il 20 e il 21 mi sveglio varie volte per paura di fare tardi a lavoro. Il 21 stessa cosa, si fa il turno di mattina, oggi faccio in autonomia la terapia, la firmo, sono emozionato. Turno tranquillo. Conosco Piero un infermiere trentenne simpatico, lui lavora in endoscopia di solito, ma per l’emergenza sta in questo reparto.

Prendo i parametri a tutti i pazienti uno dei quali secondo me fibrilla, faccio un ECG e ci prendo, grande! Il medico di guardia gestisce tre reparti di Covid +, quindi raramente è presente. Lo contatto, manda a refertare il tutto. Con Piero scrivo le mie prime cartelle, emozionante anche questo. Il turno prosegue con tranquillità. E si va a casa.


Turno del 22 marzo Mi trovo nella stanza del pulito per vestirmi e nella preparazione si creano simpatiche file indiane per allacciarsi l’un l’altro i camici di protezione. Oggi mattina e sto in turno con Luigi, Barbara bionda e Barbara mora. Il mio compito è quello di prendere i parametri a tutti i pazienti e segnarli nelle varie cartelle: devo misurare la pressione, la frequenza cardiaca, la temperatura, la saturazione e il dolore. Prendere i parametri durante il tirocinio è sempre stata una cosa pallosa, una cosa che faceva l’allievo e da allievo non gli attribuivo grande importanza. Da infermiere invece mi sono reso conto che chi prende i parametri, vede la situazione di ogni paziente ad inizio turno, riportando durante il turno, in ogni cartella una descrizione della situazione. In questo processo si scambiano anche due parole con i pazienti, ed è proprio nel dialogo che sfoggio orgoglioso il mio dottorato di ricerca in scienze delle stronzate, è un titolo che uso spesso per rubare un sorriso a questi poracci.

Finito il giro dei parametri aiuto gli altri, come di consueto dove si collabora, se uno finisce il suo, si rende utile. È una mattinata movimentata, ci sono varie consulenze degli anestesisti. Loro sono super indaffarati con questa emergenza poiché esperti nella gestione di presidi per l’assistenza respiratoria. C’è un attimo di calma, mi svesto mi lavo e vado a fare il caffè per me e per i miei colleghi, mentre vado le Barbare mi consigliano di farlo buono. Vado, bevo, torno. Vanno bevono, tornano.

È un momento tranquillo, arriva il doc e con i colleghi ci aggiorniamo, pianifichiamo il da farsi. La calma non fa in tempo ad arrivare che si interrompe quando arriva correndo Oxana, un OSS del reparto comunicante, urlando: “si è buttato si è buttato”. Non capendo né sapendo chi, percorriamo il reparto di corsa finché vediamo un letto vuoto, i colleghi che pochi minuti prima erano usciti da lì, entrano. Rallento un attimo ed entro dopo di loro, le infermiere e il doc si affacciano e tornano indietro scossi, io sento un muro che non mi vuole far affacciare, ma dovevo affacciarmi. Sarebbe stato inutile scappare dalla realtà, respiro e mi affaccio. Cazzo.

Allertiamo il PS (Pronto Soccorso) e i rianimatori, dobbiamo scendere, io scendo con il doc, voglio stare in prima linea. Arriviamo al piano terra alla porta del chiostro, si vede l’uomo a terra. La porta è chiusa. Corro verso la portineria, e spingo come se avessi appena rubato una palla in un intercetto, arrivo e cerco di stare calmo per usare il minor numero di parole e il più mirate possibili. Chiedo le chiavi alla portinaia spiegando la situazione, si impanica e ci mette un po’ a trovare le chiavi. Me le passa e ricomincio a correre verso la porta. Mentre correvo la visiera di protezione mi saltellava sulla testa, speravo di non cadere, tra zoccoli e calzari di plastica ho detto, “vabbè mo batto i denti”. Arrivo alla porta senza cadere provo le chiavi, una fa due giri poi si blocca, lascio la chiave al doc e con un’infermiera entriamo nel chiostro saltando da una finestra. Tempo che tocchiamo terra, aprono la porta e tutti di corsa ci avviciniamo, capisco subito che non c’è niente da fare. Scavalcando, mi si è strappato un guanto, perciò mi avvicino ma non lo tocco. Il paziente è supino a torso nudo sul marciapiede, la faccia è tumefatta dall’impatto, la bocca è spalancata e sembra una tazza piena di sangue. Il paziente è midriatico fisso, niente da fare, le anestesiste cercano il battito sulla femorale, poi sulla carotide, sentono qualcosa, ma sono solo le ultime scosse di un muscolo che ha terminato il suo compito. Posizionano le piastre del defibrillatore ma serviranno solamente a fare un tracciato, naturalmente piatto.

Uno dei dottori fa delle foto che poi darà alla polizia. Ognuno torna al lavoro, io rimango e copro il corpo.

Arriva “Caprani”, una della direzione sanitaria, visibilmente scossa. Torna con me a reparto e mi chiede di fare le scale per rimanere attiva. Mo guarda se me collassa pure questa! C’è un’anestesista dietro di me, sono più tranquillo. Le scale finiscono e la dirigente è ancora in piedi. Arrivati a reparto, prende la cartella del paziente. Ci interroga e scende, è arrivato il medico legale e la polizia... sono scosso. Il turno continua, nulla si può fermare, altri pazienti necessitano di assistenza. Barbara mora mi tranquillizza. Finisce il turno e la direzione ci convoca. Noi ed il personale del reparto a fianco ci cambiamo e ci diamo appuntamento in portineria.

Vedo arrivare una donna mora, la riconosco dagli occhi: “sei Barbara?” “si, sono io”. Poi ci raggiungono l’altra Barbara, una signora energica sulla sessantina, e Luigi. Solo ora vedo il volto dei colleghi con i quali ho lavorato. Ed è bellissimo poter vedere, anche se solo alla fine della fatica, chi ti è stato a fianco.

In direzione ci disponiamo a semicerchio. Vedo volti scossi e volti tranquilli. I vari reparti escono da un periodo con un ritmo di 3-4 morti a turno, “Caprani” e la direttrice della quale non conosco il nome, ci ringraziano per il lavoro che stiamo facendo e ci dicono che questa epidemia è veramente faticosa, nessuno si aspettava una cosa simile e ci chiedono di non mollare. Barbara bionda la rassicura e le dice che non esiste, non si molla. Poi parla Barbara mora con una voce di una persona che ha il cuore in gola, e puntualizza la situazione. Dice che lavoriamo in un reparto organizzato male, che, data la complessità assistenziale dei pazienti, dovrebbe essere un open space in stile rianimazione dove poter osservare tutti i pazienti. Se per caso si staccasse il tubicino, il paziente morirebbe e chissà dopo quanto ce ne accorgeremmo. Le dirigenti lo sanno purtroppo. È un’emergenza. Non aggiungo altro.

Prima di uscire firmiamo la deposizione riguardo l’accaduto, io chiedo alle dirigenti di assicurarsi che io sia sempre in turno con almeno un collega esperto, per tutelare la salute mia, dei pazienti e dei colleghi. Un evento così tra pischelli non si gestisce... Arrivederci.


Usciamo dall’ufficio, ci salutiamo. Io e Barbara bionda facciamo la stessa strada, mi raggiunge e mi dice “we Cicio, si va avanti a palle dure! Siam’ mica signorine noi!” mi regala un sorriso e vado a casa. Pubblico una storia dove gioco con i coltelli come fossero clave, i miei amici impazziscono e Francesco, Pallino per gli amici, mi dice che sono ufficialmente il suo mito, perché sempre pronto a far cazzate con leggerezza anche nella situazione in cui mi trovo. Dopo questa odio Pallino, non ero ancora il suo mito? Che delusione.

Si fa sera, mi metto a letto e l’immagine rimbalza nella mia mente. Mi arriva una videochiamata, sono i miei compagni di squadra, quarantenati in giro per il mondo. Naturalmente durante la chiamata grandinano cagate e frasi senza senso, mi tranquillizzano. Riesco a dormire.


23 marzo La mattina faccio cose, non mi ricordo cosa e poi vado a lavoro, la sera dovrebbe arrivare il mio coinquilino. Ci ho parlato al telefono dicendo più̀ cazzate possibili, per fargli capire il verso, regge botta, perfetto.


Faccio il turno di pomeriggio, dalle 14 alle 22. Passo a prendere il cartellino in direzione e vado in reparto. Nella stanza pulita mentre mi cambio entra in lacrime un’infermiera del reparto a fianco. Fa strano vedere i grandi piangere. Lei è più grande di me, ma non ha più di 35 anni. Le chiedo se posso fare qualcosa per lei, dice di no e si chiude in bagno. Le propongo una bottiglietta d’acqua e gentilmente rifiuta. Io mi preparo, vado a prendere una bottiglia d’acqua in cucina e gliela lascio sul lavandino. E uscendo le dico “la bottiglia sta qua, se vuoi prendila, o lasciala qua e la berrò io, cia ciao.” la sento ridere e mi ringrazia.

Al cambio becco Pietro, si parla del giorno prima e mi da una pacca sulla spalla. Un paziente che era destinato all’intubazione poiché giovane, è migliorato! Esulto. Siamo io Barbara bionda e un’infermiera che non conoscevo: Antonella. Barbara dice sorridendo che Antonella sarà la nostra capo turno. Naturalmente un sorriso lo vedi solo dagli occhi, la bocca la puoi solo immaginare.

Parlando si scopre che il signore che si è suicidato la sera prima del tuffo per tranquillizzarsi aveva parlato con la moglie e il/la figlio/a (non so). Peso.

Inizia il turno e prendo i parametri io, quando ci fermiamo, mi lavo e vado a fare il caffè e Barbara mi dice: “Cicio, se poi si ammazza qualcuno tu il caffè non lo fai più eh!” Sembrerà cinico, ma è la sopravvivenza, ci si deve anche scherzare e ridere per superare il tutto.


Faccio il caffè, bevo, torno. Vanno, bevono, tornano. No, sta volta non è successo niente.

Mentre assistiamo una paziente, in un delirio di tristezza e lamento questa dice che sta per morire, e Barbara con i suoi occhi sorridenti le stringe la mano e la interrompe dicendo in lombardo “finito di dir cagate?” rido, ride. Usciamo dalla stanza e si va avanti con il lavoro. Ad un certo punto Antonella ci chiede di andare a trovare un suo caro ricoverato in rianimazione e senza esitare le diamo l’ok.


Mezzora dopo squilla il telefono di reparto, rispondo ed è il Ps che ci dice: “La collega non torna che ha sintomi” e io sorpreso “sintomi di che da covid?” “si” dicono dall’altra parte. Allora chiedo un attimo spaesato pensando alla mia salute e a quella di Barbara: “A noi cosa comporta?” e la risposta è stata “ beh ora siete uno in meno” e mette giù. Non so chi fosse l’interlocutore, ma le avrei sputato volentieri.

Solo alle 20 e finalmente riusciamo a sederci. Io e Barbara ridiamo e finiamo il turno in 2. Siamo riusciti a parlare di tanti argomenti con questa scusa “dell’abbandono”. Le dico quanto io senta la vicinanza dei miei amici e quanto mi faccia piacere avere il loro supporto e la loro stima. Parliamo di quanto sia idiota e di quanto sarà passeggera questa mitizzazione del sanitario. Come se gli ospedali non fossero aperti sempre 365 giorni l’anno 24 h. Infatti le ribadisco che la stima degli sconosciuti non mi tange, ma quella degli amici, soprattutto se coetanei mi da tanta forza e mi rende felice. Parliamo anche dei rapporti in famiglia, madre figlio: lei da madre con figlio e io da figlio con madre naturalmente. Simpaticamente mi minaccia mostrandomi il rovescio e mi dice “trattala bene la mamma eh”. Sono le 22. Barbara mora arriva per fare la notte e Barbara bionda le riporta lo sketch del caffè. La mora mi promette ridendo che quando tutto finirà ci faremo un bel caffè. Prima della conclusione del turno la mia collega mi aveva chiesto della cena, allora mi saluta “Cicio mangiatelo un buon piatto di pasta”. Tornando a casa vedo la luce spenta, hanno cancellato il treno ad Alessandro il mio coinquilino, mi scrive che arriverà domani. Il pomeriggio è estremamente lungo e lento, sono distrutto. Entro in casa, doccia, mangio, nanna.


Diario di un infermiere.

to be continued..