NON È UN PAESE PER FUORISEDE


Fuori dalle mura bolognesi, andando dritti lungo via Emilia Ponente, allontanandoci dai portici terracotta del centro, incontriamo l’Esselunga. Lì, nel bar (così come in altri supermercati fuoriporta), persone anziane, principalmente bolognesi doc, hanno stabilito il proprio punto di ritrovo. Si conoscono bene tra di loro ed hanno il proprio tavolo abituale, situazione simile ad un qualche paesino di provincia: donne con donne, uomini con uomini. Il primo interrogativo è: perché non al centro? Chiedendolo, abbiamo riscontrato che alcuni di loro abitano all’interno dalle mura, eppure perché allontanarsi così tanto per passare il tempo con i propri coetanei? Lo abbiamo chiesto ai diretti interessati. Dopo un primo approccio molto scettico e sospettoso, i fidelizzati dell’Esselunga di Santa Viola hanno risposto con piacere alle nostre domande, dilungandosi poi, come era prevedibile, in racconti nostalgici sulla Bologna di un tempo. Per affrontare il mutamento urbano non si può trascurare la prospettiva di chi la città l’ha conosciuta in un’epoca ormai lontana, che è anche l’opinione di chi, è bene precisare, può incidere sui cambiamenti. C’è da ricordare che signori/e intervistati/e sono abitanti residenti, possono quindi votare alle comunali e voteranno a breve per le elezioni regionali dell’Emilia-Romagna, diversamente dagli studenti fuorisede (tra cui chi scrive l’articolo) che non solo vivono in questa città, ma che ne rappresentano l’identità. Studenti la cui presenza sembra turbare gli intervistati, che hanno smesso di frequentare le zone del centro proprio per evitare situazioni sgradevoli che a loro parere potrebbero essere causate dai ragazzi che popolano Bologna. A parlare sono signore e signori che hanno superato i sessanta fino ad arrivare ai più attempati intorno all’ottantina. Alcuni di loro hanno frequentato l’università, un signore in particolare ci racconta la facoltà di economia, ricordandola già ricca di studenti di svariate zone d’Italia. Ciò che è cambiato, secondo lui, non è tanto il tipo di popolazione, ma l’approccio alla città. D’altronde di studenti ce ne sono dall’alba dei tempi. I nuovi fuorisede non se ne curano, della città, per questo a Bologna abbondano sporcizia e degrado. Opinione, questa, molto in voga tra gli intervistati. Le anziane signore, poi, ci raccontano di non frequentare più la zona del centro storico perché poco sicuro, altra opinione più che condivisa da tutti gli intervistati, ciò causato secondo loro dalla presenza di ragazzi “mascalzoni” oltre che di immigrati, che pare siano in cima alla lista dei problemi. Alcuni di loro si lamentato per muri “imbrattati” in via Zamboni e per lo spaccio della zona universitaria. Per alcuni di loro piazza San Francesco è irriconoscibile. Il confine tra percezione e realtà è difficile da individuare, in ogni caso ci si trova di fronte alla storia più vecchia del mondo “Ai miei tempi si stava meglio!”. Viene però trascurato che negli ’70/’80 (i loro tempi) Bologna era tutt’altro che sicura, data la presenza di organizzazioni terroristiche. Ma, messo da parte il passatismo nostalgico, bisogna trovare il giusto compromesso tra le parti. Ad affrontare l’argomento del divario generazionale è stato poco tempo fa l’autorevole Enrico Mentana (che non ha bisogno di presentazioni), proprio a Bologna, ospite a Palazzo Re Enzo in occasione del festival After Futuri Digitali. “Come trovare un terreno comune?” gli viene chiesto “Non è possibile” risponde il direttore di TG La7. Gli anziani signori che abbiamo intervistato hanno cavalcato, nei loro anni d’oro, le ali della storia, vivendo un’epoca di benessere e sviluppo che gli ha permesso di migliorare i propri standard di vita rispetto ai loro genitori. La nostra generazione questa fortuna non ce l’ha. La vita è sicuramente più agiata, ma il futuro in vista è tutt’altro che roseo. Nonostante ciò nessuna carica ribellistica, diversamente da quanto accadde invece tra il ’65 e l’85. I giovani d’oggi, a quanto pare, si fanno sentire solo nelle ore notturne, a suon di schiamazzi ebbri. Per il resto nulla, silenzio. Silenzio di fronte a politici, che come ricordava Mentana, si limitano ad amministrare, a mettere delle pezze per accontentare l’elettorato più attempato, senza sforzarsi nel ragionare una politica riformatrice che guardi al dopodomani. Bologna nel suo piccolo non si discosta dall’andazzo nazionale. Manca trasversalità. Qualche ordinanza qua e là per far chiudere i locali prima, vietato suonare in piazza San Francesco e un paio di centri sociali in meno. Si accontenta una parte della popolazione, quella votante, e si nasconde la polvere sotto al tappeto, trascurando le esigenze di chi, alla fine, veramente la finanzia questa città, a suon di affitti d’oro: gli studenti. In mancanza di una visione d’insieme che cerchi di andare incontro ad entrambe le parti, il risultato sarà la fuga degli studenti verso nuove mete, Milano o all’estero, e per difendere il diritto al riposo notturno si addormenterà tutta la città. Il Sole 24 Ore scrive “Non è un paese per giovani”, parlando di invecchiamento della popolazione e della migrazione dei ragazzi verso l’estero. Bologna è per certi versi una controtendenza. Accoglie e tampona parte di questa fuga, che altrimenti sarebbe fuori dall’Italia. Bologna, come ultimo porto, ha il duro compito di dare la speranza ai ragazzi di passaggio di poter fare ancora la differenza, anche partendo dal basso, e di dare un’altra chance a questo paese morente. Tuttavia l’amministrazione comunale e anche l’opinione pubblica, come abbiamo visto, considerano questi studenti più una massa di vandali venuti a distruggere, che cervelli in fuga in formazione per poter ricostruire. Si dimostra ancora una volta, citando sempre Mentana, che “La politica è diventata Niente, è rappresentanza di ceti rampanti.” L’Italia è destinata a diventare immancabilmente un paese arido e infruttuoso. A noi non resta che fuggire, ma nell’attesa evitare di lasciare cartacce in giro, anche solo per dimostrare che il nostro lo abbiamo fatto. - Eva Saldari