NON ESISTONO MORTI "BIANCHE"

Il bianco è un colore che non è connotato negativamente. Se preso in opposizione al nero, in molte culture rappresenta addirittura il trionfo del bene sul male. E soprattutto, il bianco indica che dietro ciò che avviene non ci sono responsabili: è un colore che non rispetta il nesso di causalità. Per questo alla catalogazione della morte di Luana D’Orazio (risucchiata dal macchinario con cui stava lavorando), l’ennesima morte sul lavoro, come “morte bianca”, ho sentito montare dentro di me una rabbia fortissima.


Facciamo qualche passo indietro. Il 28 maggio 2013 JP Morgan, una delle banche d’affari più importanti al mondo, scrive in un report che i governi europei per crescere dovrebbero liberarsi delle costituzioni antifasciste. I motivi? “Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste (…) I sistemi politici e costituzionali del sud presentano le seguenti caratteristiche: (…) tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo.” In pratica, una delle grandi potenze finanziarie del mondo stava suggerendo ai governi europei di produrre norme che portassero a un arretramento sul piano dei diritti sociali. E guarda caso, le ricette adottate in Italia negli anni seguenti sono andate proprio in quella direzione. In particolare, il governo guidato da Matteo Renzi ha precarizzato sempre di più il lavoro, continuando nella direzione delle “riforme strutturali” consigliate dall’Unione Europea (nella lettera inviata dalla Bce al governo Berlusconi e co-firmata da Draghi, in cui di fatto si commissariava il governo italiano) con l’obiettivo di uscire dalla crisi.


Qual è il nesso? Il nesso è sottile, ma scavando a fondo è impossibile non vedere le cosiddette “morti bianche” come prodotto dell’incuria delle classi dirigenti mondiali, che hanno sempre più considerato i lavoratori come strumento per produrre crescita, non come soggetti autonomi da tutelare. La crescita del PIL (quale, poi? Siamo in recessione o al limite in stagnazione economica da ben prima della pandemia) si deve ottenere, come direbbe Sua Maestà Draghi, “whatever it takes”, a qualunque costo. E se il costo è togliere tutele per aumentare la produzione, toccherà allo strumento “lavoratore” adattarsi.


Si obietterà che la colpa è unicamente della burocrazia pubblica, che non attua adeguati controlli per garantire legalità e presidi sui luoghi di lavoro. Ma il problema non è solo amministrativo: è normativo, culturale e financo ideologico. Se negli ultimi 30 anni fabbrichi leggi che favoriscono il precariato e sostieni convintamente l’impianto concettuale neo-liberista che predica di lasciare mano libera ai datori di lavoro per assumere e licenziare in maniera da privatizzare gli utili socializzando le perdite, non ti puoi stupire se Luana D’Orazio viene schiacciata da un macchinario mentre svolge il suo lavoro in completa insicurezza. Hai fatto passare l’idea che chi sta in fondo alla scala sociale deve faticare il doppio di chi sta sopra per salire, e che chi sta sopra ha tutto il diritto, per far crescere il PIL, di gestire la propria impresa come meglio crede. Vediamo quali sono le richieste dei datori di lavoro per il rinnovo del contratto nazionale (lo denuncia Nicola Fratoianni, uno dei pochissimi deputati a denunciare la riduzione esponenziale di tutele nel mondo del lavoro): straordinario obbligatorio; gestione unilaterale dell’orario di lavoro; modifica dell’istituto della malattia; eliminazione della quinta settimana di ferie per gli impiegati. Se crei le condizioni per aumentare esponenzialmente la fatica e lo stress dei tuoi lavoratori, aumenti ancor di più la possibilità di infortuni gravissimi, specie in lavori pesanti e rischiosi.


Secondo l’Inail, ogni giorno in Italia muoiono due persone mentre svolgono il loro lavoro. Molti di questi lavoratori sono costretti a lavorare in nero. Costretti da datori di lavoro sempre più assimilabili a padroni, e costretti da uno Stato che non fa nulla per ridurre l’evasione fiscale, se non affidandosi a ridicoli condoni che hanno come unico effetto quello di legittimare l’evasione anche per gli anni a venire. E se i lavoratori in regola sono già in condizioni drammatiche dal punto di vista delle tutele e della sicurezza, figurarsi quelli in nero.


Mario Draghi dopo la morte di Luana ha speso parole nobili, che però non bastano: “Dobbiamo fare massima attenzione per evitare che episodi di morti sul lavoro come quelli che abbiamo visto. Necessario è aumentare le risorse per ispezioni e controlli.” Le ispezioni e i controlli non bastano: va cambiata la mentalità degli imprenditori, va invertito il paradigma attuale che impone tagli sulla spesa gravanti sempre sulle spalle dei ceti più deboli, va riportato l’apparato statuale in direzione del rispetto della costituzione, il cui art. 36 recita: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.”


Indovinate chi ha fatto naufragare la proposta di legge sul salario minimo, che il governo Conte 2 aveva inserito nella bozza del PNRR? Mario Draghi, o chi per lui all’interno del nuovo governo. Finché la politica non saprà produrre una visione diversa delle cose, il trend attuale di morti sul lavoro non accennerà a diminuire. Ed è difficile che la visione la produca un tecnico, le cui idee sono alimentate esclusivamente dal paradigma che va radicalmente cambiato. La morte di Luana D’Orazio non è stata una “morte bianca”: è stato un omicidio avente l’ideologia neo-liberista come mandante.



di Daniele Ballerini