OPPRESSI, MA EDUCATI: IL NEOLIBERISMO (IN)DECOROSO

Due delle parole più usate e abusate del dibattito politico del terzo millennio, decoro e

sicurezza vengono identificate come centrali nella retorica neoliberista da Wolf Bukowski

nel suo libro La Buona Educazione degli Oppressi (Edizioni Alegre).L’introduzione di queste espressioni nel discorso intorno alla cosa pubblica viene da lontano: è infatti ai lavori di Edward Banfield e Charles Murray che si devono le prime teorizzazioni di retoriche che hanno conosciuto, negli ultimi decenni, enorme fortuna. La fase inaugurata dalle riflessioni di Banfield sulla distinzione delle classi sociali è propedeutica alla progressiva affermazione di decoro e sicurezza. Secondo il consigliere di Ronald Reagan, infatti, gli elementi di riconoscibilità tra classi sociali sono da eliminare. Vengono identificati elementi divisivi non più economici come in passato, ma comportamentali e psicologici e sarà poi Murray a introdurre una distinzione fondamentale allo scopo di tenere sotto controllo la classe lavoratrice. I lavoratori della lower class sono distinti tra working class e underclass : la distinzione tra le due classi si ha, appunto, sulla base dei comportamenti. Se la working class ha semplicemente redditi bassi, l’ underclass , oltre ad essere povera, tende al disordine ed è proprio questo disordine la causa della povertà. Se il comportamento è causa della povertà, allora il welfare diventa un incentivo al fallimento, ed i tagli contro l’underclass sono giustificati come un incentivo a diventare working class. Al contempo, però, il taglio dei servizi è uno strumento utile a tenere sotto controllo la working class riottosa, con il comportamento che può diventare, in caso di indisciplina, pretesto per un implicito “declassamento” ad underclass . Dissolta la riconoscibilità economica tra le classi inferiori, si passa ad una vera e propria pars construens del decoro: la meritocrazia. Il povero è tale perché non ha saputo meritarsi la ricchezza, e quella logica meritocratica sorta per eliminare i privilegi di nascita, finisce in questo modo per riconfermarli. La meritocrazia crea nei confronti delle classi povere una modulazione del welfare, per la quale il povero deve dimostrare di meritare i servizi dello Stato, e dal momento che la parte dell’umile vergognoso è difficile da assumere, si hanno tagli al welfare e un conseguente calo della spesa pubblica. Questa logica finisce per funzionare, in modo totalmente circolare, anche sul piano istituzionale: basti come esempio pensare alle regioni più ricche che vogliono trattenere più soldi dalle tasse dei propri cittadini, proprio in quanto più ricche. L’aporia di questo modello si ha quando esso incontra la “ Broken Windows Theory”, teoria criminologica, sviluppatasi negli anni ’80, secondo cui la persecuzione dei piccoli crimini produce sicurezza e riduce il rischio di crimini gravi. Premessa della teoria è che secondo gli autori le cause del crimine non vadano cercate nelle condizioni sociali (questo produrrebbe infatti richiesta di welfare). Viene preso in considerazione un esperimento di pattugliamento, da parte della polizia, di alcuni quartieri nel New Jersey: nonostante nel periodo dei pattugliamenti i crimini non siano affatto calati, i residenti hanno l’impressione che lo siano, per cui passa il messaggio secondo il quale la percezione di sicurezza è più importante dei dati. Il problema sta a questo punto nell’individuazione di un legame tra il disordine, causa della percezione di insicurezza, e i crimini gravi. Quello che emerge è una narrazione secondo la quale “un quartiere stabile di famiglie” si trasforma in una giungla ostile. Resta tuttavia il fatto che la teoria delle finestre rotte non ha come obiettivo quello di combattere il crimine, ma di placare le ansie dei cittadini, motivo per cui sarà sufficiente come soluzione perseguire il disordine e la gente disordinata. La Broken Windows Theory viene adottata a partire dagli anni ‘90 prima negli Stati Uniti e in seguito in Europa attraverso la pratica della tolleranza zero . Le categorie più colpite, in quanto “disordinate” o “indecorose”, sono quelle più marginali, e solo collateralmente ad essere colpiti sono altri cittadini. In nome del decoro e del luogo comune del disordine come pericolo, vengono criminalizzate intere comunità, con il risultato che queste vengono sempre più emarginate e impoverite fino ad essere costrette davvero alla criminalità. È evidente come questa criminalizzazione di persone “disordinate” crei un confine, un “ noi ” e un “ loro ”. Nel momento in cui la sinistra accetta questa retorica, essa sancisce la sua sconfitta. Dal taccuino dei politici di sinistra scompaiono infatti le questioni di classe per cui l’oppresso italiano era uguale all’oppresso straniero, aprendo così di fatto le porte all’identificazione, già propria della destra,

dell’immigrato come portatore di insicurezza. È interessante la distinzione fatta dallo psicologo David Smail riguardo un “ potere distale ” e un “ potere prossimale ”. Il potere distale è ciò che viene percepito lontano dal cittadino e che viene assunto più che altro come un “ così van le cose ”, mentre il potere prossimale rispecchia ciò che il cittadino sente di poter influenzare personalmente. È attraverso questa dinamica che il neoliberismo enfatizza questioni poco rilevanti, ma più prossime ai cittadini. Questo processo, quando

istituzionalizzato, si presta bene al securitarismo in quanto, esattamente come il neoliberismo, anche sicurezza e decoro mettono l’accento su situazioni prossime e

irrilevanti. Nel momento in cui il mendicante chiede l’elemosina è allora tollerabile che egli

venga criminalizzato, in quanto è più prossimo il fastidio che crea rispetto a quanto lo siano

le cause che lo hanno reso povero. Questo elemento introduce implicitamente una logica per cui il povero è tale perché lo merita, e ciò che verrà chiesto non sarà un servizio allo Stato ai fini di agire sulle cause più complesse, ma una semplice repressione in nome del decoro.Aprendo le porte al neoliberismo all’interno dell’Unione Europea si sono quindi

aperte le porte anche al securitarismo. Il securitarismo, accettato anche dalla sinistra,

insieme alla retorica escludente della destra, produce indifferenza di classe, che è un facile

pretesto per la repressione delle classi più povere, e crea legalitarismo. La legalità tuttavia si deve confrontare con le trasformazioni politiche e sociali se non vuole diventare soltanto il rispetto della legge formale e produrre metodi repressivi. La stessa democrazia rappresentativa si costruisce, infatti, su una successione di inclusioni e riconoscimenti per cui si sono dati scontri frontali tra interno ed esterno, nel momento in cui l’esterno viene demonizzato e sottoposto all’integralismo legalitario, la democrazia rappresentativa viene soffocata. La circolarità del ragionamento, il rimandarsi l’uno all’altra di decoro e sicurezza, permette a questo sistema di autolegittimarsi. Il decoro viene identificato con la sicurezza e la sicurezza con il decoro, fino al punto in cui essi sono considerati valori “ né di destra né di

sinistra ” e non sono più problematizzati. La persecuzione del disordinato diventa allora cosa tollerabile e lodevole, con il risultato che — essendo i parametri di ciò che viene chiamato “ordine” soltanto i parametri delle classi abbienti — si ha un’identificazione del disordinato con il povero e, quando non sufficiente, con chi non consuma abbastanza. Le città

subiscono così trasformazioni che arrivano fino a provvedimenti, come il DASPO urbano,

che allontanano da determinate zone di suolo pubblico chi viene considerato di disturbo al

decoro. L’obiettivo dell’eliminazione dalle città di ciò che infastidisce il cittadino o il

turista abbiente è la messa a reddito degli immobili e delle città stesse, che in questo

modo vengono concepite sotto l’identificazione tra il bello e il decoro, la quale a sua volta

stabilisce una gerarchia sulla cui cima stanno i consumatori (meglio se turisti) e al cui fondo

stanno i cittadini non-consumatori , ovvero i poveri.

La politica che diventa decoro è allora null’altro che una estetizzazione della politica, che

— come diceva Walter Benjamin — tende verso la guerra, la quale soltanto consente di

mantenere i rapporti vigenti e le attuali disuguaglianze.


di Fabio Carnevali