PENSARE L’ECOLOGIA


Sarebbe semplice, scrivendo un articolo sul tema dell’ecologia, snocciolare dati, statistiche e grafici che mostrino quanto stiamo inquinando e compromettendo ogni possibilità di lasciare un pianeta vivibile non soltanto ai nostri figli, ma anche a tutte le altre specie viventi.


La consapevolezza dei danni su una base statistica è certo importante e niente affatto trascurabile, e tuttavia la sfida che la crisi climatica pone al genere umano non è soltanto quella di trovare risposte tecnologiche ed economiche adeguate al mantenimento della temperatura media globale al di sotto del famigerato grado e mezzo. La crisi climatica mette infatti ancora una volta l’uomo davanti a una questione ben più ampia e annosa: quella che riguarda il rapporto tra il genere umano e la natura.


Tale problema è stato oggetto di illustri riflessioni in tempi più o meno recenti, e già soltanto la sua posizione ci mette drasticamente davanti ad un fatto: trovare risposte tecniche ed economiche senza accompagnarle ad un ripensamento del nostro rapporto con la natura e con le altre specie viventi non potrà mai essere sufficiente per un cambiamento reale dal punto di vista ecologico.


Nel saggio La questione della tecnica, Martin Heidegger mostra come nella tecnica moderna la natura non diventi altro che un “impiegabile”. L’esempio portato a sostegno di tale affermazione è quello di una centrale elettrica sul Reno: il fiume diventa, nel “contesto” della centrale elettrica, un utilizzabile, qualcosa che si trova lì in funzione di un impiego, della produzione e dell’immagazzinamento di energia. La natura diviene, per mezzo della tecnica moderna, qualcosa che si trova alla mercé dell’uomo, il quale la impiega per fini di produzione, accumulazione, trasformazione, o semplicemente funzionalmente al capitale.


Anche uscendo dal pensiero di Heidegger, questo esempio resta emblematico di un rapporto con la natura che nella modernità è diventato esclusivamente strumentale, e che necessita di una radicale trasformazione se si intende costruire paradigma ecologico duraturo che non sia limitato a manovre economiche di vedute anche sufficientemente lungimiranti sotto un aspetto meramente temporale, ma estremamente carenti dal punto di vista filosofico. Si deve in altre parole decostruire un mito che domina l’uomo da tempi immemori: va superata l’idea per cui l’uomo, tramite la ragione, sarà un giorno in grado di dominare interamente la natura e sottometterla alle proprie necessità.


D’altronde qualcosa di analogo si trova anche nel già menzionato saggio di Heidegger quando si dice che l’accettazione cieca della tecnica copre massimamente la sua essenza. Non che si voglia con questo fare di Heidegger un acerrimo nemico del prometeismo occidentale, ma resta nondimeno che il filosofo tedesco aveva ben compreso i rischi di una passiva accettazione (come anche del totale rifiuto) della tecnica.


L’impresa che si pone di questi tempi dinnanzi all’uomo è certamente difficile da portare a termine, anche perché comprende narrazioni che gli stessi ambientalisti hanno indirettamente e loro malgrado accettato. Si pensi a slogan come “la nostra casa sta bruciando”. Un messaggio chiarissimo, d’impatto e che a prima vista sposa perfettamente la causa ecologica. Ciò che tuttavia questo slogan nasconde è proprio quella stessa prospettiva che va estirpata. Come faceva notare Dipesh Chakrabarty ormai dodici anni fa in un articolo intitolato The Climate of History: Four Thesis, ad essere a rischio non è affatto la nostra casa, ma la vita al suo interno. Il pericoloso messaggio che narrazioni di questo tipo indirettamente celano è proprio quello della cieca accettazione della tecnica.


Di fronte a una casa che brucia si tenta di evacuare chi si trova al suo interno, si fa il possibile per contenere il rogo e in seguito la si ricostruisce, oppure si trasloca (a proposito dell’ultima opzione chiedere a chi sta già vendendo biglietti per lo spazio). Ciò che è importante è che non abbiamo nessuna garanzia che, quando la casa avrà finito di bruciare, noi saremo ancora qui per ricostruirla né tantomeno abbiamo certezze sulla possibilità di andare a vivere altrove. Il pianeta su cui viviamo, quello a cui siamo ancora (e forse eternamente) profondamente ancorati, non corre nessun rischio in quanto tale; a rischiare siamo “soltanto” noi e ogni altra forma di vita che lo abita. La casa non crollerà come avviene in un incendio; saremo noi che non riusciremo più ad abitarla.


Sarebbe più corretto allora dire non tanto che la nostra casa sta bruciando, ma che noi abbiamo costruito un’enorme fornace al centro del soggiorno e, dopo averla accesa, ci stiamo entrando portando con noi anche gli altri esseri viventi.


La transizione ecologica è certamente la sfida più importante del nostro tempo, ma per essere all’altezza di tale sfida non basta scrivere leggi, affinare le tecnologie e erogare denaro. Serve un mutamento nel nostro rapporto con le altre specie, serve una comprensione comune all’interno della specie umana del fatto che l’uomo, attraverso la tecnica, è diventato una forza geologica capace di alterare le stesse condizioni ambientali che sono necessarie affinché la vita continui. Serve, brevemente, la consapevolezza condivisa e sedimentata nella società del fatto che la tecnica ci ha portati nell’antropocene.


Le responsabilità a cui l’uomo è ora chiamato sono inesplorate e andranno sicuramente ridefiniti concetti chiave come quello di libertà, che certamente non potrà più essere fondata su un atto di volontà dell’individuo. Si è resa necessaria l’accettazione di un fatto insopprimibile: ogni atto umano è reso possibile anche da determinate condizioni ambientali, per cui la natura non potrà più essere vista come uno sfondo interamente dominabile della storia umana.


Questa diversa forma di libertà porrà certamente ulteriori problemi relativi ai diritti individuali che non si ha qui la pretesa di risolvere per mancanza di spazio e di conoscenze. Già il fatto di porre e discutere seriamente le questioni qui presentate potrebbe però essere un ottimo punto di partenza.


Di Fabio Carnevali