PILLOLE DI ARTE FEMMINISTA

In storia dell’arte di donne si parla raramente, come d’altronde negli altri ambiti accademici. In fondo non c’è da stupirsi, il sapere non è neutro e, almeno a livello macroscopico (mi riferisco banalmente alla scuola e all’università) tende a riflettere quelle che sono le visioni dei gruppi dominanti. Così la storia, con la sua pretesa di oggettività, si trasforma in storia dell’Uomo, possibilmente bianco ed eterosessuale. Questa tendenza è profondamente dannosa, poiché limita di fatto la conoscenza e, così facendo, la creazione di pensiero critico: è un po’ come avere a disposizione un vocabolario di 1000 parole e decidere di utilizzarne solo 300, le 300 più violente, più semplificatrici, più discriminatorie.

Anche l’insegnamento dell’arte è profondamente condizionato da questo sistema e le conseguenze sociali di queste mancanze sono facilmente osservabili: basti pensare ai canoni estetici nei quali ancora ci riconosciamo, con la considerazione quasi universale del corpo femminile come più bello e armonioso di quello maschile. Chissà come sarebbe cambiata la nostra percezione se le Veneri semidistese fossero state uomini.

Senza perdermi in ulteriori considerazioni, che meriterebbero analisi approfondite, oggi voglio parlare di arte femminista, un argomento complesso e difficile da identificare con uno stile unitario, ma di cui vorrei proporre qualche pillola. Sono gli anni ’60 e i movimenti femministi scuotono le società occidentali: come sempre l’arte risponde, seguendo parallelamente le evoluzioni della corrente.ù

Possiamo grossolanamente affermare che durante la prima fase del pensiero femminista, incentrato sulla lotta per la parità dei diritti, l’ambito artistico si sia concentrato sulla rivendicazione dei propri spazi di creazione ed esposizione e, a livello operativo, sull’attivismo e sulla cooperazione, come testimonia la nascita di numerosi collettivi (soprattutto negli USA). Artists in Residence, Women in the Arts, Women Artists in Revolution, per fare degli esempi.

Il tema centrale è quello della femminilità, ma è soltanto con la radicalizzazione del pensiero femminista nel decennio successivo che questa inizia ad essere indagata all’origine come imposizione sociale, ponendo l’accento sulle differenze tra uomo e donna. L’arte risponde con la ricerca di un nuovo linguaggio che, dal punto di vista tecnico, si traduce in un generalizzato rifiuto della pittura, considerata espressione del patriarcato, e si indirizza verso nuove modalità d’espressione, come la performance, la fotografia, l’installazione.

Questo nuovo orientamento si esprime anche a livello teorico, attraverso la rilettura della storia dell’arte come riflesso del predominio maschile, proprio a partire dall’analisi critica dei canoni artistici occidentali, come il nudo femminile. In una fase ancora successiva si opterà per una nuova scelta tematica, concentrandosi sugli stereotipi rappresentativi della donna, operanti nella cultura alta quanto in quella di massa. Emblema del femminismo in campo artistico è l’opera del 1974 “The Dinner Party” di Judy Chicago, un’installazione che consiste in un tavolo triangolare (che rappresenta l’uguaglianza, ma anche il sesso femminile) apparecchiato con 39 coperti dedicati a donne tratte dalla storia. Ogni posto è composto da una tovaglietta ricamata e da stoviglie personalizzate a seconda del personaggio a cui sono dedicate. Sulle piastrelle pavimentali sono inoltre presenti altri 999 nomi di donne che hanno offerto un contributo alla collettività. L’installazione è completata da 6 stendardi che introducono all’opera fornendo notizie sui personaggi a cui è dedicata e riportando, inoltre, la rappresentazione di tutte le volontarie che hanno partecipato alla realizzazione.

L’obiettivo dell’opera, dalle parole dell’autrice, è “creare un nuovo tipo di arte che esprima l’esperienza femminile e trovare un modo per rendere quell’arte accessibile a un vasto pubblico. Dato che la maggior parte del mondo è ignorante in materia di storia della donna e dei suoi contributi alla cultura, mi è sembrato appropriato raccontare la nostra storia attraverso l’arte, in particolare attraverso le tecniche associate alla donna”.

Judy Chicago vuole riscrivere la storia, recuperando il contributo dimenticato delle donne e valorizzando le tecniche considerate femminili e minori nella gerarchia delle arti, come l’artigianato ed il ricamo.

Non è l’unica: molte sono infatti le artiste che catalizzano l’attenzione sul potere emancipatorio dell’arte e sui profondi legami che connettono politica e rappresentazione. Artiste che meritano il riconoscimento del valore profondo della loro opera, così come spetta loro di diritto qualche pagina sui manuali di storia dell’arte (e non il paragrafetto del politicamente corretto).


Di Virginia Tallone