POLONIA ED UE: TERAPIA DI COPPIA CERCASI

Giovedì 7 ottobre 2021 il Tribunale costituzionale della Polonia ha affermato in una sentenza che alcuni articoli dei trattati europei sono incompatibili con la Costituzione nazionale, riconoscendo di fatto la superiorità del diritto polacco sul diritto dell'Unione Europea. La sentenza è l'ultima di una lunga serie di scontri tra la Polonia e le istituzioni europee e ha scatenato reazioni molto forti.

La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha immediatamente ribadito che “il diritto dell'Unione prevale sul diritto nazionale, anche sulle disposizioni costituzionali” e che “non esiterà a fare uso dei suoi poteri per salvaguardare l'applicazione uniforme e l'integrità del diritto dell'Unione”.


Ma che cosa vuol dire esattamente che “il diritto dell'Unione prevale sul diritto nazionale”?

Il principio del primato sancisce il valore superiore del diritto europeo rispetto ai diritti nazionali degli Stati membri. Si basa sull’idea che ove insorga un conflitto tra il diritto dell’UE e la legge di uno Stato membro, il diritto dell’UE prevalga. Il principio vale per tutti gli atti europei di carattere vincolante e non è sancito dai trattati dell’Unione, ma si è sviluppato nel tempo grazie alla giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea, che ha sancito tale principio per la prima volta nella sentenza Costa contro Enel del 15 luglio 1964.


Perché quindi la sentenza polacca è importante? Dal punto di vista giuridico viola le fondamenta dell’Unione Europea, dal punto di vista politico rappresenta il momento di maggiore crisi nelle relazioni euro-polacche, ponendo le basi per una possibile uscita della Polonia dall’Unione Europea.

La Commissione Europea nel frattempo potrebbe intervenire congelando i 57 miliardi previsti dal Next Generation EU per la Polonia e ritardando l’approvazione del piano polacco per la ripresa e la resilienza. In ogni caso la vicenda non è passata inosservata, e ha alimentato il fuoco euroscettico di moltissimi Paesi e partiti, dall'Ungheria di Orban alla Francia con il partito di Marine Le Pen, i quali si sono subito espressi a favore della sentenza polacca.


Questo scontro sul piano istituzionale ci permette di accendere la luce su una questione molto più complessa. La Polonia sembra essere, ormai, uno Stato incompatibile con i principi dell’Unione Europea. I rappresentanti del partito leader nel paese, il PIS, non hanno mai nascosto le loro posizioni euroscettiche, xenofobe e omofobe. Vi sono già stati inoltre diversi avvenimenti che potrebbero indurre a pensare che la Polonia meriti di essere cacciata dall’Unione Europea. Ad esempio, a Giugno 2020, ben 100 comuni polacchi si sono dichiarati “LGBTQ+ free zones”, ovvero liberi dalla “pericolosa devianza LGBTQ+”. Questa autodenominazione è stata ritirata nel 2021 solamente dopo che l’Unione Europea ha minacciato di togliere i fondi, ormai essenziali, al Paese. La gravità del gesto comunque rimane, dato che, seppur formalmente tale dicitura non esista più, il sentimento omofobico che ha generato in alcuni sindaci polacchi l’urgenza di dichiarare le loro amministrazioni libere dalle comunità LGBTQ+ ancora esiste. O ancora, il fatto che in Polonia non esista alcun diritto all’aborto e, anzi, questa pratica medica sia assolutamente illegale. E’ di qualche settimana fa una notizia tragica sul tema. Una donna di 30 anni si è trovata nella situazione di dover interrompere la propria gravidanza, sfortunatamente la donna era rimasta senza liquido amniotico, il che avrebbe portato sicuramente ad un aborto spontaneo legato alla mancata sopravvivenza del feto. Dal punto di vista medico, la cosa più sicura da fare sarebbe stata quella di indurre l’aborto per tutelare la salute della donna, la quale avrebbe potuto, nell’attessa che tutto avvenisse naturalmente, rischiare complicanze tra cui la setticemia. Invece i medici, in quanto contrari a praticare l’aborto e forti di avere la legge dalla loro parte, hanno preferito aspettare che il feto morisse clinicamente. E poi hanno aspettato ancora. La donna, Izabela era il suo nome, è morta per complicanze causate dalla mancanza di liquido amniotico. Un aborto avrebbe potuto salvarla, invece è stata uccisa dall’ignoranza. La radice di questo spirito reazionario si trova nel ruolo della Chiesa Cattolica in Polonia. Questa istituzione, che nel Paese ha assunto un ruolo importantissimo come leader della resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale e il periodo sovietico, ha una fortissima influenza politica in Polonia ed è in grado di inserire le sue priorità nelle agende dei partiti conservatori di destra.


Dunque, a questo punto, alcuni e alcune di voi potrebbero chiedersi “perchè non cacciamo la Polonia dall’UE”? Non è un paese compatibile con i nostri “principi””. Ebbene, la Polonia non è un blocco granitico, al suo interno ci sono forme, importanti ed attive, di resistenza. Milioni di donne e uomini lottano costantemente per i propri diritti.


Nel maggio 2020 l’Europa e il mondo erano nel pieno della prima fase di una pandemia destinata a fare la storia, e che ancora oggi ci travolge col suo tumultuoso andamento, privandoci di ogni certezza. Al tempo la Polonia viveva una situazione epidemica relativamente positiva, con numeri ben più bassi rispetto ai Paesi ad ovest di Varsavia. Ma era anche tempo di avvicendamenti politici, perché i cittadini sarebbero stati chiamati alle urne per eleggere il Presidente della Repubblica proprio nelle prime settimane di primavera; i candidati principali erano due: da una parte, Duda che si presentava per un secondo e ultimo mandato e che rappresenta i valori tradizionali di Dio, patria e famiglia. Il suo è un atteggiamento di sfiducia nei confronti dell’Unione Europea che considera un ostacolo alla realizzazione della piena sovranità nazionale dei Paesi membri. Dall’altra il sindaco di Varsavia, Trzaskowski, europeista, convinto sostenitore dell’apertura e del rispetto verso le minoranze quali ingredienti per l’evoluzione della vita democratica in Polonia e della solidarietà sociale.

In questo contesto, il PIS - che aveva visto il proprio consenso erosi a vista d’occhio nei mesi precedenti - voleva capitalizzare quanto prima il proprio sostegno, per arginare i rischi di una sconfitta gravissima. Il dibattito sull’opportunità di tenere le elezioni nel mezzo di un’emergenza sanitaria così seria fu aspro e senza esclusione di colpi, ed ebbe l’effetto di posticipare il voto alla fine di luglio. L’ affluenza alle urne fu la più alta nella Polonia post-1989, con una stima del 68,9; Duda vinse al secondo turno, con uno scarto di appena 400.000 voti (51,21%), mostrando un Paese nettamente spaccato in due.

La Polonia in effetti è un Paese polarizzato e con ampie differenze al proprio interno, figlie del retaggio culturale che si porta dietro e delle sue esperienze di assoggettamento ancora fresche nelle vecchie generazioni.

Il valore che la Chiesa ha assunto in Polonia, la sua scarsa secolarizzazione - ben più profonda e marcata rispetto all’Italia - e il suo processo di crescita sono elementi fondamentali per capire a fondo le tendenze di una popolazione ancora stanziata per gran parte nelle campagne e che solo negli ultimi vent’anni si sta restaurando e urbanizzando.

Con l’entrata nell’UE nel 2004, infatti, la Polonia è diventata il primo beneficiario netto dell’Unione Europea, ricevendo miliardi di euro in più di quanti ne versi nel bilancio europeo. Ciò le ha permesso di svilupparsi velocemente: aggirandovi tra le bellezze di Breslavia, tra gli edifici reali di Cracovia, per i parchi cittadini di Varsavia e il centro storico di Danzica, vedrete spesso gli innumerevoli cartelli che evidenziano l’utilizzo di fondi europei per l’edificazione di una tramvia, un gigantesco parco, un museo o un palazzo.


I Millennials e la Generazione Z, questo, lo sentono moltissimo.

Nati dopo o a ridosso della dissoluzione del Patto di Varsavia hanno vissuto i profondi cambiamenti che hanno costellato il paese dopo il 1994 e sono alla ricerca di nuovi punti di riferimento politici, tanto gli adolescenti quanto i trentenni.

I valori a cui fanno capo in larga parte sono quelli del liberalismo e il progressismo, che va dalle lotte del femminismo liberale all’attenzione per il cambiamento climatico e le tematiche ambientali, ma è difficile individuare chi possa sostenere le loro cause nella Polonia odierna.

In sostanza, gli ultimi 16 anni della politica polacca hanno visto avvicendarsi due governi in cui il partito di maggioranza era il partito liberale europeista “Piattaforma Civica” del poi capo del consiglio europeo Donald Tusk - governi macchiati da scandali di varia natura - e due legislature targate PIS - di matrice conservatrice e di cui viviamo adesso il secondo mandato. La frammentazione del panorama partitico del resto è difficilmente interpretabile con le lenti occidentali; basti dire che il cristianesimo e il conservatorismo permeano buona parte dei partiti - anche i liberali progressisti, come quello di Tusk - e che la sinistra si è dimostrata poco credibile negli anni, senza riuscire a trovare un’identità precisa, sia economicamente che ideologicamente. Il partito “Lewica Racem” (sinistra unita) ha comunque il merito di aver dato vita alle prime proteste per il diritto all’aborto nel 2016, quando venne discusso nel Sejm - la camera bassa polacca - con la cosiddetta "Czarny Protest", la protesta nera, soprannominata così per l’uso di abiti completamente neri da parte dei manifestanti, a dimostrare il loro dissenso verso il partito di governo, e culminata il 3 ottobre 2016 nel “lunedì nero”, quando in Polonia e in Europa molte marce ebbero luogo e la proposta di legge cadde.

Da questa vicenda nasce un’aspra lotta tra il governo e i diritti delle donne - ma anche della comunità LGBTQIA+, ad esempio - e da qui prende piede il movimento Strajk Kobiet (Sciopero delle Donne) guidato dall’attivista Marta Lampart, che è stato soggetto a molteplici intimidazioni e abusi di potere dalle autorità, e che dopo la sentenza costituzionale dell’ottobre 2020 che negava l’aborto anche in caso di gravi malformazioni del feto, ha portato in piazza quasi mezzo milione di persone in tutta la Polonia, per una settimana consecutiva di proteste. Ma le proteste includono non solo donne, ma anche (a seconda del luogo) scioperi di studenti delle scuole superiori, eventi di sostegno da parte degli uomini, eventi di solidarietà della comunità queer, invio di lettere, eventi di raccolta fondi, sostegno agli imprenditori, sciopero dei dottorandi e sostegno delle università, oltre ad altre diverse tipologie di proteste tra le più fantasiose e colorate.

Dallo schieramento opposto si risponde con “contro-proteste”, con messe pubbliche e all’aperto, sostenute dallo stato, per proteggersi contro gli infedeli, e con la guardia nazionale schierata a difesa delle chiese e della sede principale della televisione di stato, considerata come stampa di regime. Non proprio la migliore delle immagini da vedere in Europa.


Ma non esiste solo Straj Kobiet.

Anche in Polonia sono arrivate voci che il clima è impazzito, e visto che la Polonia ha il poco invidiabile record di Paese con il più alto livello di inquinamento in Europa - Breslavia si è addirittura aggiudicata il primato di città con la qualità dell’aria peggiore al mondo - lo “Strajk Klimatyczny” (sciopero per il clima) ha colorato di verde le strade delle città più importanti numerose volte negli ultimi anni; ma il governo non sembra prestare particolare attenzione alla questione, come testimonia il recente ampliamento della miniera di carbone di Turów.

Tra le altre rivendicazioni più centrali spicca anche in Polonia la causa della comunità LGBTQIA+, trattata alla stregua di una perversione dalla Chiesa cattolica e - neanche a dirlo - dal PIS e altri partiti di destra. Anche in questo caso la lotta è aspra, ma l’arcobaleno dell’Equality Parade coinvolge decine di migliaia di persone nelle principali città polacche ogni anno, con date differenti tra loro, per chiedere diritti e rispetto.


Nota (non troppo) a margine: la critica al presente in Polonia passa anche per le Arti, e il cinema spicca tra tutte. Tra i registi si fa notare il nome Wokciech Smarzowski, autore controverso che ultimamente è apparso al cinema con “Wesele” (Nozze), un film che racconta la società polacca di oggi, concentrandosi sul tema della rimozione del passato e su un presente molto problematico dal punto di vista etico, dove i polacchi tendono ad autorappresentarsi sempre come una nazione vittima, anche quando non l’è stata proprio del tutto - come durante l’invasione nazista, quando molti polacchi furono complici degli orrori perpetrati dai nazisti verso gli ebrei.

Smarzowski ha fatto molto discutere anche con il film “Kler”, nel quale rappresentava in maniera caricaturale le vicende quotidiane, i vizi e le ipocrisie della Chiesa cattolica; sulla critica alla comunità del clero - in Polonia ma non solo - consigliatissimi sono i documentari dei fratelli Marek e Thomasz Sekielski, uno fra tutti “Hide and Seek” (giocare a nascondino). I registi assistono al confronto tra alcune persone adulte e gli esponenti del clero che hanno abusato di loro da bambini, filmando tutto con una telecamera nascosta. Lo scandalo fu enorme, e i due fratelli documentaristi hanno promesso presto un nuovo documentario in grado di arrivare fino a Giovanni Paolo II, figura adorata e venerata in Polonia, suo Paese di origine, e in tutto il mondo cattolico, conosciuto come un Papa buono e santificato dalla Chiesa dopo la sua morte.


Quindi, ricapitolando: in Polonia soffia il vento del cambiamento. E l’Unione Europea deve evitare gli errori compiuti con l’Ucraina, abbandonata al suo destino e tradita dal sogno europeo, ed essere invece capace di assecondare quella grossa fetta della popolazione che va aumentando man mano che nuovi cittadini diventano maggiorenni. Nel recente conflitto che ha visto coinvolte le istituzioni europee e lo stato polacco, più di 100 sono state le manifestazioni pro Europa in tutta la Polonia, e più di centomila si sono riuniti solo a Varsavia, per scongiurare il pericolo di una (improbabile) Polexit. Insomma, il segnale è chiaro: questo divorzio non s’ha da fare; un matrimonio da rinsaldare, invece, c’è sicuramente.



*di Geopolitales