POLONIA, EUROPA, 2020

“I wish I could abort my government”. E’ questo uno degli slogan più potenti delle manifestazioni che stanno infiammando la Polonia da ormai più di una settimana. La mobilitazione è una risposta alla sentenza della corte costituzionale polacca che ha dichiarato incostituzionale la pratica dell’aborto in caso di grave malformazione del feto, rendendo quindi ancora più rigida una delle normative in materia più restrittive e conservatrici d’Europa. La sentenza, se sarà trascritta sulla gazzetta ufficiale, renderà di fatto impossibile abortire legalmente nel Paese; nell’ultimo anno infatti sono stati effettuati 1110 aborti legali, di cui 1074 erano motivati da gravi malformazioni del feto. Soltanto il rimanente 2% era giustificato da stupro, incesto o serio pericolo per la salute di madre o nascituro, uniche cause che con la nuova legislazione permetterebbero alle donne di abortire. A ciò si aggiungono, ovviamente, gli aborti praticati illegalmente e quelli effettuati all’estero: solo i primi sono stimati essere circa il 99% di quelli effettuati nel Paese (tra i 100 e i 150mila all’anno).


Dal 22 ottobre, giorno della sentenza, le cittadine e i cittadini polacchi si sono mobilitati portando ogni giorno nelle piazze di oltre 50 città del Paese i simboli della protesta: il fulmine rosso, segno dello stato di allarme all’interno del movimento femminista, e la gruccia. Quest’ultima rappresenta in modo dolorosamente evocativo l’aborto illegale, ovvero l’unica alternativa che viene lasciata alle donne che non possono permettersi di andare all’estero per esercitare il proprio diritto umano fondamentale. Le proteste di questi giorni segnano un importante punto di svolta per la società polacca: l’irruzione dei manifestanti nelle chiese, che interrompendo le funzioni denunciano l’eccessiva ingerenza della Chiesa negli affari nazionali, e la trasversalità della mobilitazione, che ha visto protagonisti non solo i grandi centri urbani ma anche le città di provincia, sono la dimostrazione che il governo polacco si è spinto troppo oltre nel suo progetto di trasformazione in senso ultraconservatore del Paese.


La Polonia è dominata politicamente dal PiS (Partito Legge e Giustizia), partito conservatore e nazionalista che esprime la presidenza del Consiglio e della Repubblica, oltre alla maggioranza della Corte Costituzionale. Il PiS è guidato da Jaroslaw Kaczynski, da poco vicepresidente del Consiglio, leader de facto del Paese e artefice politico di questa svolta ultraconservatrice, che ha preso forma attraverso il sistema istituzionale largamente controllato dal partito (ad eccezione del parlamento, che è stato infatti abilmente scavalcato attraverso l’azione della Corte Costituzionale). Il PiS è riuscito infatti ad assicurarsi il controllo non solo del potere esecutivo, ma anche in buona parte di quello giudiziario, attraverso una serie di riforme largamente criticate dalla Commissione UE, a partire da quella del 2015 (anno in cui il partito ha preso il potere) che ha permesso al governo di rimuovere tre membri della Corte Costituzionale e di nominarne i sostituti.


Il 28 ottobre, mentre le manifestanti polacche indicevano uno sciopero generale, si è svolta una manifestazione di solidarietà a Roma, partecipata anche dal movimento femminista Non Una Di Meno: il corteo si è mosso dal consolato all’ambasciata polacca in Italia, rivendicando la libertà di scelta delle donne sul proprio corpo. La costruzione di una rete transnazionale di opposizione al governo risulta particolarmente significativa nel momento in cui, date le riforme in senso autoritario di cui sopra, un’opposizione interna alla Polonia sembra profilare un esito quantomeno incerto; nonostante l’impressionante mobilitazione che sta coinvolgendo segmenti sempre più ampi della società civile polacca, la risposta delle istituzioni (e quindi del PiS) si è rivelata violenta e non sembra lasciare spazio al dialogo. Il premier Mateusz Morawiecki ha infatti minacciato l’intervento dell’esercito, mentre Kaczynski si è appellato alla “maggioranza silenziosa” per “difendere le chiese” e “dire no a chi vuole distruggerci”. Vi è quindi una totale l’identificazione tra cittadinanza polacca e aderenza alla religione cattolica (anzi, all’interpretazione più retrograda di questa); un pericoloso spregio al principio di laicità che dovrebbe portare l’Europa tutta, dalla società civile alle istituzioni, ad una ferma presa di posizione contro un’azione politica così tristemente chiara nel suo intento, ovvero trasformare la Polonia in un regime di stampo confessionale.


In questo senso può essere utile riflettere sulle dichiarazioni in merito di Ursula Von Der Leyen, una voce certamente rappresentativa delle istituzioni europee. La presidente della Commissione UE ha dichiarato che "Nella UE sui diritti delle donne non si arretra"; una frase, nemmeno troppo diretta, che comunque legge gli avvenimenti come un passo indietro su un singolo tema (i diritti delle donne) da cui si prendono educatamente le distanze. La stessa Von Der Leyen, a seguito dell’attacco terroristico di stampo jihadista avvenuto a Nizza il 29 ottobre, dichiara: “resteremo uniti e determinati contro la barbarie e il fanatismo". In un'altra dichiarazione, i leader europei parlano dei fatti di Nizza come “attacchi ai nostri valori condivisi”. E’ sotto gli occhi di tutti che quanto accaduto in Polonia e il terrorismo sono due fenomeni completamente distinti, e non ha senso metterne a paragone la gravità. Non è questo il luogo per aprire una riflessione sul terrorismo, né si sta in alcun modo polemizzando con la condanna di un fenomeno odioso e criminale. Ha invece senso notare l’assenza di un appello al senso profondo di identità e unità dell’Europa nella condanna della sentenza polacca, così come è necessario sottolineare con chiarezza che tale sentenza rappresenta una minaccia all’Europa come comunità e come ideale, che i diritti delle donne sono parte integrante dei nostri valori condivisi e che un attacco istituzionale e sistemico al corpo delle donne è barbarie ed è fanatismo.

di Paolo Bottazzi