QUALCOSA DI DIVERSO

Atmosfera sessantottina priva del sapore amaro della nostalgia. Questa è la definizione che dopo due giorni di intensità e stimoli mi viene da immaginare se dovessi definire Apolide 2021.

I funamboli arrivano con il loro spirito avventuriero, spinti dalla curiosa ricerca di novità e autenticità.

Ciò su cui vorrei riflettere insieme a voi, care lettrici e cari lettori, è il piacere del vivere un’atmosfera avveniristica, in un paesaggio incontrastato e bucolico (un privilegio dirlo nel 2021, a due passi da Torino). In queste poche parole che scambieremo mi allontano da pretese di verità: ci tengo a dire che qui non espongo fatti, ma la mia entusiastica visione di una tre giorni che mi ha coinvolto, travolto e dunque sorpreso.

L’atmosfera del festival è carica di significati politici e sociali e già dall’ingresso questo fatto irrompe con prepotenza. Ad accogliervi, e che questo “vi” sia l’augurio perché possiate prenderne parte il prossimo anno, ci sarà un manifesto inevitabilmente visibile che recita una perifrasi il cui significato sostanziale è “viva la diversità, ma non si accettano discriminazioni”. Sembra un elemento scontato per noi: partigiani della giustizia sociale, attivisti impegnati quotidianamente nelle nostre battaglie. Tuttavia io credo che prendere una posizione coloritamentete politica ad un festival musicale non sia per nulla scontato. Definire il recinto valoriale al di là di ogni credenza è un fatto importante in una società polarizzata e succube del profitto. Apolide prende posizione. I più maliziosi penserebbero che è un fatto di marketing e di washing (metteteci voi il colore che volete). Fatto sta che Apolide non è indifferente e sceglie da che parte stare.

Ma ora riprendiamo letteralmente il nostro cammino. Dopo un breve percorso tra sottofondi musicali e lo status quo di una natura da secoli selvaggia ci si avvicina al cuore del festival.

Ad accogliere le festanti (non me ne vogliano i ragazzi, ma per una questione statistica e politica preferisco avvalermi del femminile) una mongolfiera, come a significare che Apolide offre una prospettiva diversa sul mondo in trasformazione. E in effetti questo pensiero è confermato dalla treccani di colori e sorrisi che si incontra fin da subito. Sbalorditi dal clima festoso iniziamo curiosi a porre le nostre domande e a chiacchierare con le storie più disparate.

Avrete modo di gustare questo piatto, in un percorso di gastronomia sociale tra tradizione e innovazione, nei futuri format che troverete sulle nostre pagine. Al momento mi va di darvene solamente qualche assaggio.

Tra risate e bomboloni veniamo fermati dal radiante sorriso di Claudia, la quale ci intervista sulle ragioni per cui siamo ad Apolide. Un incontro curioso che, dopo averci coinvolto in chiacchiere amichevoli per la sua radio, ovviamente sfocia in una birretta e in una meta-intervista a lei e alla sua compagna, Ava Hangard, la più Queen delle Drag. Conversiamo in spensierata dolcezza ridendo dei bei volti (e non solo) che ci circondano, e quando i discorsi si fanno maggiormente concitati ci incanaliamo verso le venature dell’attivismo. I concetti che emergono sottili e taglienti sono due: il mondo è disintermediato e chiunque abbia intenzione di far diventare la propria opinione dominante necessita di movimenti rapidi e di un lessico gentile. Poco male per chi viene categoricamente e continuamente tacciato di una narrazione nazista. Dalla mongolfiera ci siamo spostati su un piano di realtà e sentiamo l’erba crescere intorno a noi, gli uccellini cinguettare, le zanzare che per quanto noiose fanno parte di un ecosistema che mai ci sentiremmo di intaccare. E la maggior parte delle persone come noi, nessuna fuori luogo, seppur nella libertà espressiva delle gioiose tette al vento, che, come dicevamo all’inizio, proprio ci ricordano quell’atmosfera sessantottina. Nessuna cartaccia, nessun tono oltremodo invadente, nessun eccesso che destabilizzi l’habitat. Quasi tutte e tutti in connessione con qualcosa di più grande di noi.

Tra la musica e le parole ci lasciamo trasportare nella zona riservata alle interviste e, tra l’acqua scrosciante e qualche storia di vita che si legge a prima vista nei dettagli delle persone, arriviamo a chiacchierare con chi più conquista il nostro interesse. Ascoltiamo l’opinione di tutte e tutti, facendo valere le nostre idee senza la necessità di prevaricarne nessuna, con la consapevolezza che ci sarà spazio per noi.

I concerti sono occasioni sperimentali e avanguardistiche e si alternano momenti di musica leggera, ricerche autoriali che partono dai daft punk e con disarmante naturalezza arrivano a Tenco. Dialoghiamo con artiste e staff, provando a tessere una fitta rete di sincere relazioni che ci consenta di seguire il nostro istinto giornalistico, mordendo l’asfalto affamati di sogni e avventure.

Insomma, questa narrazione sta procedendo troppo spedita per non risultare uno spoiler. Sono sicuro che i contenuti che abbiamo carpito al festival vi piaceranno. Non voglio anticiparvi altro, se non che è stato una tre giorni molto funambola.



di Nicolò Milanesio Arpino