QUANTO PESA UNA BUGIA?

Il caso del “dottor” Romand, tra menzogne e follia

È il gennaio del 1993 quando i vigili del fuoco entrano in una casa avvolta dalle fiamme e vi trovano i corpi di Florence Romand e dei suoi figli Caroline e Antoine, mentre il padre, Jean-Claude, l’unico superstite, chiede aiuto dalla finestra del piano di sopra; entrerà in coma per via del troppo fumo inalato, ma i medici rassicurano che si riprenderà. Gli abitanti della cittadina francese di Prevessin non riescono a spiegarsi l’accaduto, sicuramente dovuto a un incidente domestico. La faccenda inizia a farsi più misteriosa nel momento in cui si scopre che anche i genitori di Jean-Claude e il loro cane sono stati uccisi, tanto che gli investigatori chiedono ai conoscenti della famiglia Romand se sapessero di qualche nemico. Ma è assurdo, pensano tutti, i Romand sono una famiglia benvoluta, deve senz’altro esserci qualche altra spiegazione! Purtroppo invece è in parte vera l’esistenza del nemico dei Romand, ma non viene dall’esterno: ad aver assassinato genitori, moglie e figli è stato lo stesso Jean-Claude, da cui il nome del libro di Carrere, L’Avversario (inteso in senso biblico come colui che si oppone a Dio, Satana, il demone che lo avrebbe impossessato in quel frangente). Sentiamo ogni giorno di massacri familiari simili a questo, tanto che la storia di un uomo che stermina i propri cari non sembra così assurda; ma non è il caso della famiglia Romand. Chi è Jean-Claude? Facile rispondere, per chi lo conosce: uno stimato medico che lavora come ricercatore all’OMS di Ginevra, dove sviluppa farmaci contro l’arteriosclerosi, un uomo che ha una bellissima famiglia con cui vive nel benestante quartiere di Prevessin e un piccolo ma affiatato gruppo di amici che conosce dall’epoca dell’Università. Ma per spiegare perché un uomo con una vita così invidiabile commetta una simile atrocità, bisogna scavare più in profondità, per scoprire che in realtà c’è ben poco da indagare nella vita del medico, dato che non è nemmeno un vero medico. Non ha mai sostenuto l’esame per passare al terzo anno di medicina, rinnovando in seguito l’iscrizione al secondo anno per ben 12 anni, ed è da questo frangente che ha avuto inizio il castello di carte su cui ha costruito i successivi 20 anni di vita. Quando Jean-Claude bacia la moglie e i figli prima di uscire di casa con la BMW, in realtà si sta solo preparando per parcheggiare la berlina da qualche parte, leggere il giornale, fare delle passeggiate nei boschi o allo stesso OMS, ma indossando il tesserino da visitatore, non il camice bianco. È un punto che tengo molto a sottolineare, quello del benessere economico, dato che non era minimamente dovuto allo stipendio della moglie; ma allora, a meno che i soldi non crescano sugli alberi, come ha fatto il “dottor” Romand a mantenere un tenore di vita così alto? Truffando. Chiunque. Dal malato di cancro, al suocero, all’amante. Promettendo fantomatiche cure mediche o di investire il loro denaro nella finanza. La vita di Jean-Claude sembra non conoscere una morale. Anche quando ormai ha confessato, sembra non mostrare alcun segno di rimorso, fornendo agli psichiatri un racconto lucido e dettagliato di quanto fatto alla famiglia, giocando sempre il ruolo del pacato e tranquillo dottor Romand, sicuro di riscuotere successo tra i medici come ne riscuoteva tra gli amici; inoltre, è chiaro quanto si sia concentrato sul suo dolore per la “tragedia” (così la chiama nelle lettere a Carrère) piuttosto che su quello che avranno vissuto i “cari” da lui ammazzati. Ma lui voleva davvero bene alla sua famiglia, tanto da ammettere che, sebbene la parte sociale fosse una finzione, quella del padre-marito era vera: e su questo personalmente gli credo, pensando che sia umanamente impossibile simulare un sentimento come l’amore per quasi vent’anni. Ma come confessare alla moglie e a al resto del suo piccolo mondo che aveva mentito e rinnovato la stessa menzogna ogni giorno? Impossibile, la soluzione più logica è il suicidio (e, nella sua mente malata, l’omicidio), soprattutto quando le persone iniziano a richiedergli i soldi affidatigli; doveva andare così quella tragica notte del ’93, ma non ebbe il coraggio di morire soffocato insieme alla famiglia già precedentemente uccisa, e come sappiamo chiamò i soccorsi. Suicidio attuato o meno, non è questa la parte più interessante: durante tutto il racconto ho provato un senso di angoscia fortissimo nell’immaginare un uomo che in realtà non è nessuno se non la maschera del dottor Romand; non è nemmeno il concetto di maschera pirandelliana, è un niente in senso assoluto. Nella tragedia, l’unico elemento per cui sono sollevata è che la famiglia non abbia dovuto fare i conti con questa dura realtà, una famiglia che è dovuta morire per l’incapacità di un uomo di trovare la sua identità.


Di Rossana Boscaino