QUEL CHE TABUCCHI DEVE A PESSOA

Tutti noi abbiamo un'ombra; un riflesso scuro sul pavimento che può apparire allungato e distorto. Un tizio, un tale che ci segue: come cucito alle nostre scarpe non ci abbandona mai. Una personalità nascosta, una forma mutevole, qualcosa di molto diverso rispetto all'aspetto fisico che il nostro specchio ci pone davanti, qualcosa che cambia nel tempo e che ci dà solo l'idea di una persona; una sagoma astratta che ci regala l'immagine di qualcosa di connesso a noi ma allo stesso tempo distante, uguale ma diverso. Antonio Tabucchi ha, come tutti gli esseri umani, un'ombra. Un'ombra frizzante, malinconica, esistenzialista. Un'ombra che nasce a Lisbona e diventerà il più grande poeta portoghese novecentesco. Impregnato totalmente dalla saudade portoghese, Tabucchi raccoglie i semi che Fernando Pessoa lascia per strada come un piccolo pollicino, con la voglia di parlare della vita, della follia, del nulla, del vuoto, dell'inutilità di queste stesse parole e del più profondo dei pensieri. Tabucchi è iperbolicamente e metaforicamente come uno dei tanti eteronimi che Pessoa deciderà di assegnarsi. Nella dolce e psicolabile quarantena appena passata mi è capitato tra le mani Requiem, romanzo voluto e scritto da Tabucchi in lingua portoghese. Composto da incontri quasi trascendenti, onirici e dialoghi che scandiscono il tempo, l'ambientazione è quasi quella di un sogno; l'aria sembra rarefatta e ad ogni parola si sente il calore della capitale portoghese. Il protagonista, che sta facendo un viaggio alla ricerca della sua ombra, lo stesso Pessoa, incontra diverse persone che assumono quasi l'aspetto di fantasmi, uomini e donne di vario genere che lo preparano a questo incontro surreale quasi con sé stesso. In uno stato tra la coscienza e l'incoscienza, immagina o sogna di parlare con persone defunte, di farsi accompagnare in questo percorso solitario che porterà alla visione finale, quella dell'illustre e scomparso Pessoa. Morti e vivi, allucinazioni e ricordi passati si mescolano nel linguaggio quasi per andare oltre il tempo, oltre le parole. Ho incontrato spesso, tra le parole di Tabucchi, la sua ombra e questo romanzo simbolico e colmo di quella tenerezza calda e nostalgica della solitudine e dell'introspezione, rappresenta la tappa più alta e oserei dire finale, del percorso che Tabucchi fa per tutta la vita verso la poetica, l'esasperazione, il linguaggio e le tematiche di Pessoa. Finito il libro, quell'ombra che mai l'ha abbandonato, taglia i fili e lo saluta oppure si consolida a tal punto da riconciliarsi con essa, da diventare un tutt'uno (questo solo il tu lettore potrà deciderlo). Mi piace pensare che ogni volta che chiunque decida di prendere un libro tra le mani e iniziare a leggere, compia lo stesso percorso. Come in un sogno, conosce i personaggi che l'autore descrive, parla con loro ed entra nel loro caldo e rarefatto mondo. Per arrivare fino all'ultima parola, dove il lettore chiude il libro, si guarda allo specchio e si riconcilia con la storia appena letta, conclude quel cammino che porta direttamente all'anima di chi lo ha scritto e per sempre, dentro di sè, porterà i cocci dell'anima di un altro. Residui di personaggi incontrati tra la realtà e la finzione che gli avranno insegnato qualcosa. L'ultima cosa che Pessoa scriverà nella sua vita è: " i know not what tomorrow will bring.. ", nessuno sa cosa accadrà domani proprio per questo, bisogna lasciarsi cullare e accompagnare dalle ombre di questa vita, lasciare che l'oggi possa essere vero e autentico come l'incontro con sé stessi, nelle parole di un altro.


Di Paola Zamataro