QUESTIONE DI SOLIDARIETÀ

Questa recensione ha l’ambizione di aprire un ciclo a tema “produzioni working class” all’interno della rubrica culturale del Giovedì qua su Funamboli - Saperi dal basso.

Una novità per me e in un certo senso anche per questo giornale, almeno per proposito di durata (da non dimenticare, simili per progetto alle spalle, Pillole di arte femminista 1 e 2 di Virginia Tallone, sempre su Funamboli).

La speranza è che i testi, ma non solo, appartenenti a questo genere, raggiungano sempre più persone, suscitando magari lo stesso grado di interesse e le stesse utili domande che hanno suscitato in me.

Il libro di cui mi preme scrivere oggi all’interno di questa “rubrica nella rubrica” è il primo appartenente al genere che io abbia mai letto, ovvero Chav. Solidarietà coatta di D. Hunter. Consigliatomi da un’amica e letto in due giorni, questo libro, a discapito delle sue dimensioni contenute (150 pagine, edito Alegre), è probabilmente uno dei testi più politicamente densi e crudi che mi sia capitato di incontrare negli ultimi mesi.

Hunter, oggi trentanovenne, ripercorre attraverso le pagine del libro quella che è stata la sua vita, non però in una chiave semplicemente autobiografica, ma piuttosto sfruttando gli aneddoti che cita come dati di fatto reali sui quali costruire e articolare una solida e spietata critica nei confronti del sistema capitalistico. Un sistema a cui, con gradi di consapevolezza differenti, si è sempre apertamente opposto.

Nato all’inizio degli anni ‘80 in Inghilterra e appartenente ad una famiglia sottoproletaria di etnia rom irlandese, Hunter ha passato i primi vent’anni della sua vita completamente immerso nel contesto estremo delle periferie di Nottingham. La sua è stata un’infanzia tra prostituzione minorile, microcriminalità, completo abbandono, dipendenza da sostanze stupefacenti e ovviamente reclusioni tanto ricorrenti, quanto puntualmente inutili e dannose.

Una situazione al limite a cui si sommarono una discreta quantità di razzismo assorbita dal padre, molto vicino al British National Party, e l’inevitabile disagio mentale patito fin dall’adolescenza. Una prima parte della sua vita che l’autore racconta senza cercare la minima forma di giustificazione, concentrato piuttosto ad evidenziarne l’elemento più prezioso che questa gli ha permesso di incontrare: la solidarietà dei chav, i coatti, i reietti della società neoliberista, disumanizzati nella narrazione dominante e schiacciati perché variabili “impazzite” inutili allo sforzo produttivo (ricorda qualcosa?).

Una solidarietà, quella tra gli esclusi e i dannati, che non ha eguali all’interno dei contesti sociali attraversati da “regolari” e borghesi e che l’autore identifica come una delle armi più potenti e realmente eversive tra quelle a disposizione di proletariato e lumpenproletariat. Un aspetto unico ed esclusivo: “Il disperato bisogno di solidarietà che ho provato sulla mia pelle e visto nelle persone dimenticate dalla società mi ha insegnato come accettare gli altri, mentre la società rispettabile mi porta a giudicarli e respingerli”.

Un elemento inaspettato questo per chi non si è trovato a vivere in determinati contesti, ma proprio perché inaspettato aiuta a capire l’atteggiamento con cui oggi Hunter si accosta alla descrizione dei “suoi luoghi” e delle persone che li abitano: a muoverlo è la necessità di portarne alla luce complessità e contraddizioni, rifiutando gli stereotipi, in un’ottica di disvelamento del funzionamento del sistema di classe. Quello attraversato da Hunter è un inferno dei viventi in Terra, dove a dominare è il Cerbero a tre teste del patriarcato, del razzismo e dell’oppressione di classe.

Il punto di svolta nella vita dell’autore avviene a ventitré anni, quando recluso per l’ennesima volta e completamente prostrato dalle ferite psicologiche che lo affliggono, incontra la lettura, in particolare Gramsci, iniziando così il percorso che lo porterà ad articolare la sua coscienza di classe e a diventare quello che è oggi: un militante anticapitalista. Si lega a questa seconda parte della sua vita una delle riflessioni più interessanti del libro, quella sui movimenti anticapitalisti e il loro rapporto con gli oppressi che si propongono di rappresentare.

Troppo spesso, registra Hunter, le lotte sono portate avanti da militanti che non sono effettivamente i soggetti discriminati. L’obiettivo primario di ogni movimento di rivendicazione sociale e politica deve essere quello di rendere protagonisti gli oppressi e gli emarginati che dovrebbero poi beneficiare maggiormente da un eventuale successo, lasciando che siano questi a scegliere e sviluppare le forme di lotta che ritengono più opportune e naturali.

Scrive Hunter: “Si continua a rifiutare l’idea che debba essere l’oppresso a decidere la propria forma di resistenza. Gli altri devono sostenere questa scelta, se vogliono essere alleati o complici. L’alternativa è passare dal lato dell’oppressione.”

L'organizzazione, talvolta estemporanea, e la capacità di resistere collettivamente sono strumenti che chi vive ai margini conosce e utilizza, ed è questa la strada da percorrere in risposta alle quotidiane aggressioni neoliberiste.

Chav è un testo fondamentale per queste ragioni, per la sua capacità di essere crudo, per la sincerità di Hunter nel raccontare i suoi errori e le sue mancanze e, ancora più interessante, gli errori e le mancanze di tutti quei movimenti che anche in Italia conosciamo e dei quali alcuni e alcune di noi fanno parte.

E’ un libro conciso, diretto, ma completo: nelle sue pagine si incrociano la solidarietà coatta e la lotta di classe, le lotte quotidiane degli ultimi e la capacità di immaginarle in un’ottica politica e di rivendicazioni sociali. A tratti certo può risultare ruvido, ma solo perché nella sua estrema lucidità va a toccare esattamente quelli che sono i punti deboli di chi legge, mettendolo di fronte a sé stesso e alle proprie mancanze.

Un’azione del genere è però necessaria per stimolare un processo di profonda autocritica, un punto di partenza fondamentale quando l’obiettivo è organizzare una lotta di classe che sia anche transfemminista, antirazzista e più in generale intersezionale.

Una lotta che, come ricorda Hunter, dovrà sempre partire dalle persone marginalizzate, unica vera “pietra di fondazione per costruire una società migliore”.

di Elia Legnani