RABID

Premessa: non sono una persona che scrive di getto, ma stavolta scriverò di getto. Invece di ponderare parola per parola, di organizzare al meglio il discorso, e di fornire più informazioni possibili, digiterò quello che mi viene in mente, quando mi viene in mente, e come mi viene in mente. Spero che il pezzo non finisca per ingarbugliarsi come fanno i fili delle cuffie, ma non faccio promesse.


Ho subito tanta violenza nella mia vita.


Sembra una frase da film, la battuta di un film drammatico, ma è la verità.


È una frase un po’ assurda, lo riconosco. Come si quantifica la violenza? Dal numero di lividi? Dalle cicatrici emotive? E un singolo episodio di violenza non sarebbe già tanto, troppo?


Qualunque risposta sentiate di darvi, quella frase è la prima che mi è venuta in mente. L’ho scritta ancor prima della premessa.


Non è stata tutta violenza di genere - il Ministero dell’Interno definisce questo tipo di violenza come “tutte quelle forme di violenza da quella psicologica e fisica a quella sessuale, dagli atti persecutori del cosiddetto stalking allo stupro, fino al femminicidio, che riguardano un vasto numero di persone discriminate in base al sesso.”


Non sono sempre stata picchiata, o maltrattata, in quanto persona di sesso femminile. A volte sono stata colpita perché ero unə bambinə, in mano a persone che non sapevano come gestirlə. A volte mi hanno urlato contro e preso in giro coetaneə incapacə di gestire sé stessə – non che io li abbia mai perdonatə per questo, non che mai lo farò. Non che mi interessi farlo.


A volte, però, sono stata molestata perché in possesso di una vagina, di tette, di un corpo con due cromosomi X – non un corpo femminile, ma un corpo percepito come femminile.


La prima volta avevo tra i dieci e i dodici anni – non riesco a ricordare bene. C’era un ragazzo con la Sindrome di Dawn, più grande di me, a cui ero affezionata. Lo incontravo spesso perché con la sua famiglia viveva (vive ancora) nel palazzo di mia nonna. Giocavamo insieme, e aveva un cane bellissimo. Non pensavo a lui come adesso spesso penso agli uomini che non conosco bene: come a camini in casa altrui, fatti apposta in modo che non si possa facilmente capire se siano veri o elettrici. E toccandoli, va a finire che ti bruci lo stesso.


Un giorno, il ragazzo mi ha posizionato sulle sue ginocchia e ha infilato la mano tra le mie gambe, si è messo a strofinare a lungo e con forza. Io ero paralizzata, incapace di dire di no, o di divincolarmi e correre via. Mi fa schifo anche solo scriverlo. Mi è quasi impossibile parlarne.


La seconda volta ero all’Università. Ho sempre dormito nello stesso letto con amici, maschi, femmine, altri generi, senza problemi. Non mi sono mai sentita in pericolo – gli amici non ti fanno sentire in pericolo. Altrimenti non sarebbero amici, no?


Per questo ero del tutto impreparata quando mi sono svegliata con le mani del mio amico che scorrevano il mio corpo e con i suoi baci sul collo. Anche in quell’occasione, paralisi totale. Se non fossero entrati altrə amicə e non lo avessero interrotto, sarei probabilmente rimasta lì per sempre, come un’inamovibile statua di marmo abbandonata in un letto.


Ero fidanzata, a quel tempo. Ho subito detto tutto alla mia ragazza, e l’ho vissuta come una confessione di qualcosa di sbagliato, di sporco, come qualcosa dove la colpa era mia.


Ah, la colpa.


Le vittime – sopravvisutə? Ognunə usa il termine che fa meno male – di violenza spesso parlano del senso di colpa. Perché io dovrei fare altrimenti? La mia non è una storia originale. È una storia come tante altre, e sta lì il problema. È una storia come tante altre. Sono storie che si ripetono continuamente e a cui nessuno mette un freno.


Voi non avete idea, non avete idea, di quanto io mi senta in colpa, e sporca, a dirvi che un ragazzo con la Sindrome di Down mi ha molestata. Mi viene da rassicurarvi che non sto demonizzando nessuno, che sto solo raccontando cosa mi è successo, che non dovete azzardarvi a usare quello che dico come scusa per supportare le vostre idee di eugenetica o discriminazione.


E non dovrei farlo.


Non dovrei farlo perché dovrei pensare a me. Dovrei concentrarmi su quello che mi è successo, dovrei smetterla di fare la paladina, dovrei fermarmi un attimo e respirare e tuffarmi nel trauma che mi porto dietro da anni e anni e immergermi e andare a fondo, fino a toccare il fondale. Dovrei sedermi sulle conchiglie e i sassolini ad ascoltare quello che ho da dire. Ad ascoltare il rumore delle onde e assaporare la salsedine sulla mia lingua e affrontare la corrente.


Ma è così difficile.


E non è difficile perché il mare è in tempesta, o perché non so nuotare. Il mare è calmo e tranquillo, e io ho le branchie.


No, è difficile perché, ancora, non voglio farlo.


Qualcuno, poco tempo fa, mi ha detto che non tutto può essere un trauma e che in ogni caso dovrei imparare a superare quello che mi accade e che percepisco come traumatico.


La verità è che i miei traumi mi riempiono di rabbia, e io questa rabbia non la sto sprecando. La sto impiegando come benzina a cui dare fuoco per accendere la miccia delle mie battaglie. La sto usando per combattere ciò che ritengo ingiusto. La sto trasformando in energia.


Io sono forte. Ho denti aguzzi e artigli affilati e ho la mia rabbia. E non abbandonerò mai ə mieə compagnə, come non abbandonerò mai la me stessa pietrificata che non sapeva cosa fare. Non è colpa sua. Non è colpa nostra.


Non è colpa nostra.



*di Anonimə