RECOVERY PONTE

A luglio 2020, Giuseppe Conte torna da Bruxelles come Carlo Martello da Poitiers: il sangue di Mark Rutte gli arrossa la cravatta d’identico colore, e al sol della calda estate dei focolai covid nelle discoteche in Costa Smeralda lampeggia la camicia del premier vincitore - in questo caso, vincitore di una vagonata di fondi europei destinati a un paese che ha avuto spesso seri problemi a pianificare l’allocazione e la spesa di precedenti, più piccole, vagonate di fondi europei. E bisogna pianificare, decidere in cosa spendere i quattrini che gli algidi eurocrati brussellesi hanno promesso di sganciare, presi per sfinimento da una campagna di spam che aveva inondato i loro WhatsApp con foto di cuccioli dagli occhioni lucidi, velate da un filtro verde-bianco-rosso.

Che fare? Le idee abbondano: investire nella sanità e nell’istruzione pubblica, nella ricerca, nella cultura, nella protezione dell’ambiente, nell’edilizia popolare, nelle infrastrutture…

Nelle aule parlamentari, le forze politiche di tutto il centrodestra (sì, tale compagine include Italia Viva, ça va sans dire) drizzano le orecchie fiutando l’aria:

“Qualcuno ha parlato di edilizia e di infrastrutture?”

Sì, onorevoli, sono due tra i tanti spunti che...

“Edilizia e infrastrutture… Bingo! Usiamo il Recovery Fund per finanziare la grande infrastruttura che tutto il mondo già ci invidia sulla fiducia, la risposta dei governi Craxi, Andreotti e Berlusconi alla corsa allo spazio: il ponte sullo Stretto di Messina!”

Da Roma ai territori, parte il pressing sul governo; vari esponenti della criminalità organizzata in Sicilia e Calabria esprimono subito grande interesse, evidenziando la loro radicata presenza nel tessuto produttivo e nei lavori pubblici e la necessità di coinvolgere la finanza mafiosa nel Recovery Plan. Non è da meno la classe politica non malavitosa, secondo cui la costruzione del ponte seppellirà il divario sud-nord sotto tonnellate di cemento e porterà sviluppo, ricchezza e benessere nell’area. Non si tratta mica di bazzecole come il potenziamento dei trasporti pubblici interni o la messa in sicurezza del territorio dal rischio sismico e dal dissesto idrogeologico! Del resto, di fronte alla prospettiva di un impiego sottopagato e senza controlli in un cantiere gestito dalle ‘ndrine, quale giovane si sognerebbe più di emigrare per fuggire dal precariato e dal lavoro nero?

Ma veniamo alla progettazione.

Il premier Conte ventila l’ipotesi di un tunnel sottomarino al posto del ponte, con pareti trasparenti ad alta tecnologia che permettano di ammirare il paesaggio sommerso. Recenti studi, tuttavia, hanno dimostrato che i fondali dello Stretto sono costellati di rifiuti solidi, accumulatisi nel corso dei decenni. Benché gli assessorati al decoro urbano di Messina e Villa San Giovanni concordino che è inaccettabile fare brutta figura con i turisti mostrando loro la munnizza, risulta impossibile stabilire quale comune sia responsabile per la pulizia del fondo marino, quindi l’idea del tunnel viene accantonata.

Si torna al classico ponte, tralasciando con cura le analisi di fattibilità e la parte ingegneristica della progettazione, quella che potrebbe fare la differenza tra sopravvivenza e crollo rovinoso in caso di terremoto, per concentrarsi sulle “cose fighe”, come recitano le bozze del Recovery Plan. Tra di esse figura il greenwashing ormai obbligatorio per ogni grande opera, si tratti pure di una centrale a carbone o una discarica abusiva. Fioccano le proposte: il ponte permetterà l’attraversamento di autoveicoli e treni, ma avrà anche una pista ciclabile e un viale alberato, per il quale si pensa di finanziare la piantumazione creando una foresta su Treedom appena i parlamentari più giovani saranno riusciti a spiegare ai colleghi boomer come funziona Treedom. Altri progetti suggeriscono di usare cemento e calcestruzzo da economia circolare, ottenuti riciclando i materiali delle case dei cittadini le cui abitazioni intralcerebbero cantieri e traffico veicolare, e che saranno dunque sfrattati. La consapevolezza di aver contribuito alla costruzione del ponte ricompenserà i residenti buttati in strada; sarà una soddisfazione morale, ben più importante di qualsiasi indennizzo statale o piano di ricollocazione, sentire nel petto un fremito di orgoglio campanilistico ogni volta che ammiri il mega-pilastro sorto nel punto dove c’era casa tua.

A proposito, non mancano le idee per la valorizzazione turistica del ponte. Bar e ristoranti drive-through vista precipizio permetteranno di gustare, a prezzi spenna-turisti, la migliore gastronomia del territorio. Una bozza prevedeva l’uso di montacarichi per prelevare il pesce spada appena pescato direttamente dalle feluche in mare e cuocerlo alla ghiotta sul posto, ma è stata ritirata in seguito alle proteste dell’onorevole Michela Brambilla e degli animalisti di area forzista, di cui riportiamo una dichiarazione: “Questa ingiusta mattanza sarebbe stata l’unico grave impatto ambientale del ponte sullo Stretto.” Ma la vera attrazione è il panorama, fruibile tramite apposite piazzole di sosta dove fermarsi per un selfie; i rendering mostrano un modellino di Matteo Salvini in posa su una di queste piazzole, intento a ingozzarsi con il menu completo piduni e menza bbira dell’attigua rosticceria drive-through. Intanto, fonti del Carroccio e delle forze armate assicurano che le piazzole svolgeranno anche una funzione difensiva dei confini patrii: tramite l’installazione di pezzi d’artiglieria, consentiranno di affondare barchini di contestatori e navi da soccorso delle ONG.

La crisi di governo che ha aperto il 2021 ha imposto una battuta d’arresto ai progetti, ma le forze politiche saltate sul carro di Mario Draghi sono fiduciose che il PNRR troverà ampio spazio e risorse per questa vitale infrastruttura. “Il ponte si farà e attrarrà investimenti dal Golfo,” afferma Matteo Renzi, rispondendo a una domanda posta da se stesso in un’intervista. E se lo dice uno che la sa più lunga pure della CIA su chi ha fatto uccidere Khashoggi, come non fidarsi?


di Vittoria Princi