RESISTERE

I capelli raccolti per tenerli lontani dal viso, i volti sorridenti, e i fucili carichi ben saldi tra le mani: queste sono le immagini che Google ci propone se cerchiamo il termine “partigiane”. E troviamo le stesse immagini, con soggetti diversi, se digitiamo “YPJ”.


Lo YPJ, acronimo che significa “Unità di protezione delle donne”, è una milizia curda composta da sole combattenti femminili. Ha partecipato in prima linea alla guerra contro l’ISIS al fianco dello YPG, un’unità combattente mista, sempre curda, e alle SDF, le Forze Democratiche Siriane. Insieme hanno formato una coalizione.


Perché ve ne parlo proprio il 25 Aprile? Dopotutto è una giornata storica per l’Italia, una festa dedicata al ricordo della liberazione dal giogo del fascismo sul territorio italiano.


E che festa è stata. Ci sono tante testimonianze che raccontano di come le persone, dopo l’annuncio del CLNAI, si riversarono in strada, lanciando fiori, ballando, gridando dalla gioia, almeno nelle zone che erano già sicure; altre che riportano l’intensissimo impegno delle partigiane e dei partigiani nel liberare le aree dove la presenza nazista e fascista cercava ancora di mantenere la propria posizione.


25 aprile. Da Caserma si parte quasi di corsa, tutti sui camion. A Biella ci sono già i partigiani (75^), i tedeschi e i fascisti mollano, stanno per mollare dappertutto. Si parte passando da paesi in festa. Ci applaudono, ci buttano addosso fiori. La gente ride, acclama, grida è pronta allo scatto finale di entusiasmo. Noi versiamo qualche lagrima di commozione. Poi si combatte di nuovo, per bloccare la Val d'Aosta.

- Dal diario di Saverio Tutino, commissario politico prima della 76^ brigata Garibaldi e poi della VII divisione Garibaldi


Insomma, si potrebbe quasi dire che la parola d’ordine della giornata (e più in generale del periodo, dalle prime città liberare alle ultime), fu rivendicare: i e le partigiane rivendicarono il territorio, i cittadini – antifascisti, per lo meno – rivendicarono il loro spazio e la loro voce, e tutti rivendicarono la propria libertà.


Non è un caso che la stessa atmosfera di festa e volontà di rivendicazione si sia avvertita tra le vie di Raqqa, un’importante città nel nord della Siria, dopo la sua liberazione dalle truppe dell’ISIS ad opera delle milizie curde e democratiche siriane.


I soldati e le soldatesse hanno ripreso possesso delle strade, sventolando tra le macerie le bandiere dei propri gruppi armati per rimpiazzare il ricordo dei drappi neri dell’ISIS che fino a poco prima avevano tappezzato l’area. I cittadini sono usciti dalle loro case, in cui erano stati spesso confinati nel periodo in cui Daesh li aveva tenuti in ostaggio come scudo umano contro i bombardamenti (a supporto delle milizie curde e siriane) americani; le donne di Raqqa, in particolare, hanno potuto mostrare di nuovo il loro volto, senza dover temere di essere severamente punite se un lembo di pelle, anche solo di un braccio, fosse sfuggito dal riparo dei lunghi vestiti.


C’è una bellissima foto di Rojda Felat, una dei leader più importanti dello YPJ e che è stata a capo dell’intera coalizione in più missioni, che la cattura in piedi al centro di una strada di Raqqa. Ha visto molte battaglie, in cui ha perso molti amici e amiche. Alle sue spalle si vede un palazzo semi-distrutto, e ci sono detriti tutto intorno a lei; a lei però non importa, perché è appena riuscita, con l’aiuto dei suoi compagni e compagne, a respingere un avversario che non solo la vorrebbe morta, ma che è nemico di tutti quegli ideali di libertà, democrazia, e uguaglianza che tanto la animano.


E così sta dritta in controsole, concedendosi un sorriso, e agitando al vento la bandiera gialla delle SDF.


È davvero strano che questi due contesti si somiglino così tanto? Non derivano dopotutto da battaglie, ideologiche e fisiche, simili?


I partigiani si sono costituiti in risposta alla presa del potere del Fascismo, e hanno vissuto e combattuto non solo per respinge il regime in quanto tale, ma anche per attuare quell’ideale di Paese libero, laico, democratico, e civile che speravano l’Italia potesse diventare.


L’origine delle milizie curde è più complessa – i curdi sono uno dei più grandi gruppi etnici privi di territorio nazionale, e hanno una lunga storia di oppressione e discriminazione proprio da parte dei governi dei Paesi che li hanno “accolti” (principalmente Turchia, Siria, e Iraq). È stato loro impedito di parlare la propria lingua in pubblico, celebrare le proprie festività, insegnare nelle proprie scuole, e perfino utilizzare nomi tradizionali. Ed è proprio in questa atmosfera che è nato il PKK, il Partito dei lavori del Kurdistan, con a capo Abdullah Öcalan. Il PKK è stato protagonista di una sanguinosa guerriglia urbana contro il governo turco non ancora sopita, tanto che il governo turco è riuscito a far inserire il gruppo tra la lista delle organizzazioni terroristiche (non vi ricorda nulla dell’atteggiamento dei filofascisti verso i partigiani?).


Benché le altre milizie (YPG e YPJ) non siano in diretta relazione con il PKK, ma siano essenzialmente i bracci armati del Partito dell’unione democratica, o PYD, Öcalan è comunque colui che ha ispirato i principi fondamentali a cui si rifanno tutti questi movimenti: dall’eguaglianza tra i sessi alla democrazia diretta all’autodifesa alla separazione tra religione e Stato; dal rifiuto dell’autoritarismo a quello del militarismo.


È impossibile non vedere un parallelismo: autoritarismo e militarismo sono caratterizzanti anche del fascismo di Mussolini, contro cui i partigiani si sono così ferocemente battuti.


I curdi (e le truppe democratiche siriane) non combattono solo contro l’ISIS, ma anche contro i governi oppressivi della Siria e della Turchia, che in particolare ha lanciato un’offensiva contro i territori curdi (e del Rojava innanzitutto) non appena il supporto americano è venuto a mancare. Se perfino il Presidente del Consiglio Mario Draghi, sempre così neutrale, si è spinto a definire “dittatore” il Presidente turco Erdogan, un motivo c’è.


I curdi non sono gli unici che stanno portando avanti posizioni di resistenza: anche gli studenti di Hong Kong, per esempio, che si oppongono al governo cinese, stanno protestando da mesi, e anche se la loro non è una battaglia armata, il nemico contro cui stanno resistendo sicuramente lo è.


C’è un elemento che, più di tutti, accomuna partigiani di eri e di oggi: la dedizione volontaria e assoluta alla causa. Entrambi hanno creduto e credono così tanto nella liberazione del proprio popolo dall’oppressione, che sono (stati) disposti a dare la propria vita per proteggere non solo i propri compagni e compagne, ma anche il sogno che tutti accomuna.


Dubito che qualcuno tra i partigiani e le partigiane sappia dell’esistenza del Rojava, o che abbia informazioni approfondite sulla condizione di Hong Kong – anche solo perché molti e molte non sono più tra noi. Mi piace pensare, però, che sarebbero felici di sapere che qualcuno ha raccolto il loro testimone – che in tempo di vera necessità, ci sono così tante persone che non si sono tirate indietro davanti a un nemico potente e dittatoriale, ma che anzi stanno resistendo. Dopotutto, alcuni tra i partigiani (soprattutto tra le partigiane) facevano da staffetta: i messaggi di resistenza, in questo caso, li hanno consegnati al futuro. E qualcuno li ha raccolti.


Questo è il motivo per cui, come Funamboli, abbiamo deciso di organizzare un ciclo sulla resistenza che si apre proprio con la giornata del 25 Aprile, ma che si chiuderà intorno a fine giugno. Comprenderà articoli, fumetti, e interventi in diretta (ovviamente online) con esperti dell’argomento. La resistenza è un valore fondamentale delle società democratiche – venite a resistere con noi.


di Anna Credendino