RUIDAZO - CORPI AL MARGINE CHE FANNO RUMORE

Progetto fotografico che interseca testimonianze di repressione ad opera delle forze armate nelle piazze manifestanti e memorie silenti tratte dall’archivio fotografico famigliare, nato dalla necessità di esplorare e riconoscere la dimensione di oppressione come narrazione stratificata e condivisa dalle soggettività singole e collettive.


*scorri la gallery

L’abuso repressivo che si staglia sui corpi in corteo, in stato di agitazione perenne, riecheggia la violenza patriarcale che soggioga i corpi degli invisibili. La sovrapposizione intrecciata di quelle soggettività schiacciate ci invita ad esercitare pratiche di autoconsapevolezza, a riconoscere le narrazioni di oppressione che quotidianamente subiamo, nello spazio pubblico come negli interstizi privati, ad allenare lo sguardo oppositivo, a ripristinare la memoria marginale come sito di resistenza e luogo di creatività solidale, come fucina di significati contro-egemonici tramite cui poter articolare la rappresentazione consapevole del mondo. RUIDAZO è un processo di esplorazione all’interno delle dinamiche di potere innescate dal sistema neoliberista in cui siamo immersi, in un incontro sinergico tra storie private e cronache globalizzate.

Si parte dai corpi estratti dalla moltitudine, decontestualizzandoli dal gruppo fagocitante capace di divorarne parti, di martirizzarne gli arti. Quello che rimane del corpo, avulso dal contesto di partenza, vive una temporanea liberazione, rendendosi consapevole delle perdite subite. Da un’iniziale riflessione sulla condizione del corpo del singolo manifestante all’interno di quello collettivo, si individuano la violenza e l’assottigliamento della libertà decisionale all’interno del corteo in protesta. La manifestazione è intesa come forma tout court di disobbedienza dei corpi, di rivendicazione di libertà, di autodeterminazione, di antitesi radicale. Nasce la contraddizione, la perplessità complessa. Il corpo del singolo sacrifica parte della propria identità, è costretto a sottostare alle regole, ai movimenti, alle scelte a volte repentine e irrazionali del corpo in sommossa, facendo economia di spazio e respiro tra la moltitudine. Come moderno Atlante, l’io deve sorreggere l’altro e ne è allo stesso tempo travolto, autotassandosi nelle libertà e nelle posizioni etiche. Così il corteo, la protesta diventano strumento di oppressione e di assoggettamento dei corpi, veicolo di violenza e di spersonalizzazione, di annebbiamento politico ed identitario.

L’effetto di annullamento dell’io è amplificato dalla forza oppressiva esercitata dallo stato, dalla polizia e dallo stato di controllo vigente. La repressione si abbatte sui corpi, prevalentemente femminili, generando un vuoto di volizione e di atto, una limitazione fisica e psichica di movimento e di possibilità performativa di sé e dello spazio pubblico. La paralisi dei corpi da parte delle forze dell’ordine nazionali, della pandemia, degli stereotipi funziona come liquido di contrasto: mette in luce le diseguaglianze, le minoranze oppresse, i bersagli pharmakos del nostro tempo accanito.

Il personale ritorna ad essere politico: storie di oppressione, di violenza di genere e di stato, di sfruttamento, di inibizione a livello universale si sovrappongono e fanno da sfondo a storie private tratte dell’archivio di famiglia, custodito da donne matrone il cui lo stato di negazione assoluta era l’unico orizzonte possibile. L’oppressione di ieri illumina il vuoto perenne della violenza di oggi, in un gioco di specchi confuso, in assoluta soluzione di continuità. Immagini di cronaca internazionale e polaroid di vittime invisibili, donne e uomini, del patriarcato, comunicano fra di loro a rumore zero, generando un cortocircuito temporale in cui presente e passato si fondono.

La sintesi di tempi ed eventi apparentemente distanti permette di integrare narrazioni multiformi di sfruttamento, di privazioni e gerarchie, di obbligo al regime di cura, di dovere alla riproduzione e di asservimento al capitale. È una riflessione sull’inesorabile ciclicità della Storia, sull’eterno ritorno dell’eguale che riproduce echi della stessa sofferenza, confermando che l’esistenza per alcuni soggetti risulta preordinata, stabilita per nascita e per sesso. La storia è un sistema a circuito chiuso e le forze che la muovono inibiscono la capacità creativa di rivoluzionare se stessi, frustrando ogni tentativo di rottura.


I corpi marginalizzati, razzializzati , obliati dalla violenza dell’archivio storico emergono dissidenti, contaminati e solidali nella lotta e capaci di risemantizzare quei teatri, simbolici e concreti, che li hanno ridotti al silenzio. L’oppressione si annida ovunque, nelle soffitte di tutti e di tutte: riconoscerla come declinazione privata e globale, è il modo per riappropriarsi della narrazione dinamica e libera di sé.



di Ivana Damiano