SBIRRI STAGISTI E GUERRE URBANE

Le violenze poliziesche e gli approcci securitaristi ai problemi sociali sono questioni di lunga data riscontrate a livello globale. In Europa, negli ultimi anni la Francia ha attirato particolare attenzione al riguardo, a causa della risposta muscolare al terrorismo e la gestione molto simile delle proteste di piazza. Questi eventi fortemente mediatizzati hanno riportato alla ribalta la normale amministrazione dell’ordine pubblico, solitamente confinata alla gestione di aree periferiche quali le famose banlieues, già teatro di rivolte causate dalla marginalizzazione sociale, di cui gli abusi della polizia sono una sfaccettatura, della popolazione arabo-francese e afro-francese nel 1981, nel 2005 e di nuovo nel 2020. L’omicidio di George Floyd negli Stati Uniti ha inoltre dato risalto mediatico a un caso simile avvenuto a Parigi nel luglio 2016, la morte del giovane Adama Traoré durante il suo arresto da parte della Gendarmerie.


In questo contesto si situa l’inchiesta di Valentin Gendrot, giornalista investigativo che nel 2017 si è infiltrato nella polizia e vi ha lavorato per due anni; l’esperienza è confluita nel libro-inchiesta Flic : Un journaliste a infiltré la police (Goutte D’or, 2020), diventato un caso non solo editoriale in Francia e tradotto in vari Paesi europei, tra cui l’Italia per i tipi di Nutrimenti. Gendrot è uno specialista in giornalismo sotto copertura, tecnica con cui ha realizzato le sue precedenti inchieste sul mondo del lavoro precario, raccontato sotto pseudonimo nel libro del 2017 Les enchaînés. La dimensione del precariato ha un ruolo importante anche in Flic: Gendrot entra nelle forze dell’ordine come adjoint de sécurité (denominazione mutata dal maggio 2021 in policier adjoint), una carica sotto contratto a tempo determinato con requisiti di reclutamento più laschi e tempi di addestramento più brevi rispetto agli agenti di polizia titolari e ai gendarmi. Insomma, per usare le sarcastiche definizioni riportate da Gendrot: “sbirri stagisti”, “sbirri low cost”, formati in tre mesi nei quali “abbiamo tempo per scoprire come ammanettare e sparare, non per imparare ad accogliere e accompagnare una donna vittima di violenze domestiche”.


L’esperienza sul campo documentata da Gendrot spazia dal lavoro di guardia nell’infermeria psichiatrica della prefettura di polizia di Parigi alle celle del commissariato e alle strade della capitale, mostrando chiaramente l’incapacità di rispondere in modo efficace a problemi come la violenza di genere e il disagio socio-psicologico. Del resto, già il primissimo capitolo cala il lettore in medias res dentro un controllo di routine che termina con il pestaggio di un immigrato minorenne e con l’omertà, nutrita dalla dinamica di gruppo della squadra di flics, che immediatamente avvolge il fatto. La narrazione registra i pregiudizi, il razzismo, la brutalità che permeano la vita quotidiana del servizio, senza ricercare l’effettaccio morboso indugiando sui dettagli scioccanti ma cercando piuttosto di contestualizzare il modo in cui “l’onnipresenza della violenza in questa quotidianità” generi da un lato il senso di impunità che trasforma i poliziotti in “delinquenti che non ce l’hanno fatta”, e come dall’altro favorisca la crescita dei tassi di suicidio, i cui numeri astratti prendono forma tangibile in un agente che si uccide e la cui morte è commentata dai colleghi su Whatsapp. In tutto ciò, le buone intenzioni dei codici deontologici sono inficiate in partenza, dalla sciatteria della formazione, dall’esposizione costante al rischio in condizioni di lavoro squallide, dall’inabilità e mancanza di volontà dell’apparato statale di affrontare i problemi sistemici come il nesso tra violenze poliziesche e razzismo a partire dalla loro quantificazione statistica.


A proposito di deontologia, un altro aspetto interessante del libro è la posizione del giornalista infiltrato da osservatore partecipante in un ambiente che gli è radicalmente estraneo. Pur insopportabile sul lungo periodo, questa condizione pone una serie di interrogativi etici niente affatto comodi o banali sull’ambiguità etica di essere testimone di abusi, scegliendo la possibilità di documentarli e, un domani, di raccontarli. Il prezzo immediato dell’osservazione, però, è farsi complice dei valori del gruppo, della sua omertà, e deporre una falsa testimonianza insabbiando un pestaggio. Come si è detto all’inizio, questo libro non è stato solo un caso editoriale: i fatti narrati, benché anonimizzati, hanno suscitato un forte clamore mediatico e politico, nonché un’inchiesta da parte dell’Inspection Générale de la Police Nationale, l’ente di “polizia della polizia”.


Un altro aspetto nella recente storia delle misure poliziesche è la militarizzazione delle forze dell’ordine; altro tema internazionale e complesso, di cui una parte che balza fisicamente all’occhio è l’impiego di militari per controllare il territorio nei grandi centri urbani. Sempre restando in Francia, un prodotto culturale in un certo senso speculare a Flic è il film La troisième guerre (distribuito in Italia, al cinema e sulla piattaforma IWonderfull da autunno 2021, con il titolo Allons enfants), diretto dal regista italiano Giovanni Aloi e presentato alla mostra di Venezia 2020. Speculare perché opera dichiaratamente di finzione rispetto all’inchiesta giornalistica, perché è evocativa nella forma piuttosto che analitica, e perché mette al centro i militari professionisti invece degli sbirri stagisti.


Nello specifico, i protagonisti sono tre soldati che fanno parte dell’operazione Sentinelle: il giovane Léo (Anthony Bajon), arruolatosi per aiutare la gente e la patria dopo gli attentati terroristici e dare così uno scopo alla propria vita solitaria e priva di prospettive da ragazzo proletario di provincia, la sergente Yasmine (Leïla Bekhti) che nasconde la gravidanza per non perdere la possibilità di uno scatto di carriera, il miles gloriosus Hicham (Karim Leklou) che millanta prodezze in Sahel e dispensa consigli paranoici durante i giri di pattuglia attraverso una Parigi resa straniante dall’attesa di una minaccia, di un nemico, tanto più vaghi quanto pervasivi.


Il film traduce in modo molto suggestivo e immersivo la dimensione sospesa fra la tensione e la noia, un’emozione che, per suprema ironia, è un costrutto molto importante nella percezione moderna della guerra; basti ricordare l’anonimo adagio anglosassone (le cui prime versioni risalgono forse alla Prima Guerra Mondiale) che calcola la composizione della guerra in un 95% di noia e 5% di terrore. Di fatto impotenti anche a prevenire uno scippo nel metrò, i protagonisti si consumano tra il grezzo cameratismo e il bullismo della vita in caserma, le missioni di sorveglianza che trasformano ogni oggetto, veicolo e persona in un potenziale allarme-bomba nell’ansiogena solitudine della pattuglia in un ambiente urbano costantemente percepito e costruito come ostile, e i tentativi disperati di attribuire un senso alla guerra incomprensibile di cui i protagonisti sono minuscoli ingranaggi, di fronte alla popolazione che hanno il compito di proteggere: la famiglia, una ragazza rimorchiata in discoteca raccontando panzane da Rambo del Lungosenna, e soprattutto Aicha, la fidanzata di uno spacciatore arrestato dalla pattuglia. Di questo personaggio udiamo solo la voce al telefono, quasi una proiezione dello slancio di Léo e del bisogno di un contatto umano.

Il finale, l’azione tanto attesa, non è un attentato ma una protesta che riecheggia le tante piazze della storia francese recente, in cui lo straniamento dei protagonisti raggiunge il culmine: sono corpi estranei a tutto, persino alla polizia anti-sommossa, immersi nella nebbia della guerra metaforica dello spaesamento dei soldati senza ordini e letterale dei fumogeni. Il tentativo di rompere questo spaesamento e agire, recuperando il ruolo di eroe-protettore, porta a una conclusione piena di ironia tragica.


Nella loro diversità di mezzi, soggetto e impianto narrativo, così come nell’ambientazione parigina che condividono, Flic e La troisième guerre offrono una doppia visione ricca di stimoli, capace di mostrare con incisività dall’interno gli enormi, sistemici problemi del funzionamento delle forze armate e di polizia nella lunga epoca della guerra globale al terrorismo.



*di Vittoria Princi