SE É UNA FESTA, NON É LA MIA

Avrei voluto scrivere un 8 marzo di valenza storica, giuridica, fattuale, ma la verità è che non riesco, non saprei da dove cominciare. Se questo è ciò che vi aspettavate, non continuate a leggere.

Non mi sento abbastanza informata, non mi sento abbastanza pronta, non mi sento abbastanza donna, non mi sento abbastanza.

Mi viene da parlarvi della sola persona sulla quale riesco ad esprimermi ora: me stessa.

Dico persona e non donna, perché a pensarci non mi ci sono mai sentita davvero.


Da piccola mi boicottavo.


Alle elementari mi sono iscritta ad un corso di danza ritmica, ma poco dopo ho smesso per le calzamaglie.

Per le calzamaglie.

Mi dava fastidio la cucitura sulla punta delle dita e le uniche calze che avevo trovato senza, le avevo perse. Ho smesso per un righino sul piede.

Ma mi piaceva ballare. Così a scuola, durante la ricreazione, ballavo in corridoio con una mia amica e io, io facevo l’uomo.

All’asilo, come alle elementari, non riuscivo a rapportarmi coi maschi, così li prendevo a calci. Una volta feci persino sanguinare la gamba di un mio compagno. Era un modo per sentirmi al pari loro, loro che però da pari non mi trattavano. Solo una volta un bambino mi tirò un pugno sul petto: fu il primo a trattarmi come uno di loro. È stata la mia prima cotta. Gli scrissi anche una canzone che faceva - la ricordo ancora - “Tu dimmi un po’ che cosa conta o no, il mio sentimento non ha fine neanche quando mi addormentoo. Nei miei sogni tuuu ci sei e mi piaci sempre più” - e qui partiva nella mia testa un assolo iconico di chitarra che Brian May scansate.

A dieci anni ho smesso di giocare con le bambole, bambole di cui almeno la metà diventavano maschi tagliando loro i capelli.

A undici anni ho smesso di legarmi i capelli, li portavo sciolti davanti alla faccia, un po’ alla The Ring. Ero quasi sempre arrabbiata e taciturna, non sapevo neppure io perché.

Non mi apprezzavo.

Quelle poche volte che ridevo, mettevo la mano davanti alla bocca perché i miei denti non mi piacevano.

Non mi apprezzavo.

Mettevo sempre i jeans, vestivo largo, di nero e viola: mi sentivo grossa.

Non mi apprezzavo.

Alle medie mi diedero tanti di quei soprannomi che neppure li ricordo. Alcuni erano dovuti alla mia altezza, “torre gemella”, e io quante volte son crollata.

Non mi apprezzavo.

In seconda o terza media cominciavo a sentirmi più a mio agio con me stessa, portavo i leggings, i cappelli, mi truccavo leggermente, avevo perfino comprato i miei primi stivali. Erano neri, alti, comodissimi. Un giorno, tornando a casa da scuola sui miei stivali, una macchina accosta. Un uomo sulla quarantina mi fischia e dice “quanto vuoi?”. Ricordo i miei occhi pur non avendoli visti. Lui si riprende, “ma no dai scherzavo”, e va via. Torno a casa lentamente, non ho paura, mi sento solo privata da un depravato, vuota. Non metto più gli stivali, i leggings solo nelle ore di educazione fisica e con maglie lunghe e larghe sopra.

Non mi apprezzavo.

Ri-piombo nel mio mood tetro e privo di autostima, compro cuffie più grandi delle mie orecchie. Le metto su per cercare di non sentire più niente di esterno al mio mondo.

Non mi apprezzavo.

Alle superiori rinasco un po’. Ambiente nuovo, facce nuove. In autobus, però, tengo ancora i miei cuffioni. In classe non posso tenerli ma va bene così, mi va bene tutto fino a quando non divento il centro dell’attenzione durante interrogazioni, letture o situazioni create in aula. Le attenzioni mi pietrificano, comincia la tachicardia, ho caldo, non esce una parola tra le mille che ho in testa.

Non mi apprezzavo.

Il mio ragazzo era più grande di me. Mi dava una sicurezza che spacciavo per mia. Inizia una relazione che solo adesso so definire tossica e che mi porto avanti per anni, fino al giorno dei miei 18. Ne esco con zero contatti col mondo esterno, zero fiducia in me stessa, zero sollievo. Mi sento distrutta per quel che sono stata e per quel che non sono riuscita ad essere.

Non mi apprezzavo.

Termino le superiori, inizio l’università ancor più lontana da casa. Scelgo una facoltà sbagliata per la mia indole, sbagliata rispetto a ciò per cui sarei “portata” (per cosa?). Tuttavia mi piace da matti seguire le lezioni. Il problema sono gli esami. Le mie più grandi paure riproposte a ogni appello: il giudizio degli altri e il non sentirmi abbastanza.

Non mi apprezzavo.


Tutt’ora mi boicotto.


Ancora oggi, quando sogno, mi vedo maschio, mi vedo bambino, giovane, vecchio e mi sento leggera quanto un’idea, quanto un corpo senza gravità, quanto una donna senza pressioni di donna.

Trovo vecchi appunti su libri, su post-it e quaderni riguardo al mio (non) essere donna.

“Dannata donna, donde ti doni, danneggi indenne e ti danno del danno”

“Vorrei non sentire il mare, vorrei non sentirmi male”

“Tu un pozzo di scienza, io un pozzo di senza”

“La dimora ci dimora e divora”

“Un mostro in mostra”

“Chiodo batte martello, lo batte sul muro, lo batte sul tempo. Lo batte per una ed altre cento. Chiodo di donna. Blatta in credenza, sentita mancanza in assenza.”


Mi boicotto perché sono (in primis) culturalmente educata, cresciuta, portata a farlo. A svalutarmi caricandomi di valori somministrati dalla nascita, tanto dall'alto quanto dall'intorno.

Esistono dei ruoli: tendenza alla conservazione e alla prevaricazione per l’uomo; tendenza all'auto-sabotaggio e al lasciarsi sottostimare per la donna.

C’è un ordine, un sistema che si riproduce su questi ruoli, su questa insana cultura.

È così che dovrei tenermi buona per l’uso riproduttivo; buona per un salario magari dignitoso ma - a parità di lavoro - inferiore al corrispettivo maschile; buona per un immaginario di femminilità che non è forza ma apparenza e costume.

Sono un costrutto sociale, sono un distrutto animale privato del suo primordiale potenziale.


Non mi apprezzavo e mi boicottavo in quanto sfocato, mancato riflesso di quel che ci si aspetta da me. Di quel che la società -e pur io, il suo frutto- si aspetta da me.

Non mi apprezzo e mi boicotto perché non sono ancora la donna che vorrei essere: soggetto autodeterminato; al pari dell’uomo nei fattori comuni dell’essere umano; diversa dall’uomo in quanto avente le mie peculiarità.

Mi rifiuto di essere il sesso gentile. Mi rifiuto di restare in attesa e intanto assecondare pianti e risa indotti.

Sono il frutto marcio di ciò che mi ha plasmata, e se questa è una festa ed è una sua festa, non è la mia.


di Giulia Damiano