SE NON SIAMO DISPOSTI A INGINOCCHIARCI

Si può dire che sport e attivismo politico siano strettamente collegati l’uno con l’altro? A giudicare dalle reazioni suscitate dai calciatori che si sono inginocchiati prima di alcune partite degli Europei in segno di solidarietà con Black Lives Matter, si direbbe di no. “Gli sportivi non devono fare politica” dicono alcuni, come se la discriminazione razziale fosse una questione di opinioni personali. Eppure nella storia si sprecano i casi in cui sport e politica si sono incontrati e scontrati: da Franklin Delano Roosevelt che cancellò un appuntamento alla Casa Bianca con Jesse Owens temendo la reazione dell’elettorato degli Stati del sud fino a Tommie Smith e John Carlos che sul podio delle Olimpiadi del 1968 abbassarono la testa e sollevarono il pugno chiuso indossando un guanto nero mentre nello stadio di Città del Messico risuonavano le note dell’inno statunitense.

Lo sport, specialmente il calcio europeo, offre agli atleti enorme visibilità e certamente uno spazio in cui manifestare pubblicamente le proprie idee, anche politiche. Romelu Lukaku ha sottolineato in conferenza stampa come per lui il fatto di inginocchiarsi prima delle partite rappresenti non soltanto una forma di protesta contro il razzismo sistemico, ma contro qualsiasi tipo di discriminazione come ad esempio quelle di genere. Gli atleti sono persone con idee politiche e non si capisce per quale motivo non dovrebbero essere liberi di manifestarle anche in campo, tanto più in un ambiente come quello calcistico dove gli ululati e i fischi quando si tratta di discriminazione razziale sono all’ordine del giorno — ultimo caso registrato durante l’amichevole Inghilterra-Austria, quando i tifosi inglesi hanno risposto ululando ai giocatori della loro stessa nazionale inginocchiati prima della partita.

Le polemiche non sono circoscritte all’Italia, tant’è che la nazionale francese, dopo essersi inginocchiata prima della partita d’esordio all’Europeo non ha ripetuto il gesto prima del secondo incontro a causa delle forti pressioni esercitate dai partiti e dall’elettorato di estrema destra. La nazionale italiana nelle prime due partite non si è affatto inginocchiata, e le polemiche sono sorte dopo il match contro il Galles, quando cinque giocatori italiani hanno manifestato la loro solidarietà a Black Lives Matter. Ed ecco subito emergere una certa forma di benaltrismo che nella nostra nazione è molto diffusa.

Nei commenti sui social sotto gli articoli dei giornali si arriva a parlare di una nuova forma di nazismo per cui ci si deve conformare al movimento che combatte il razzismo sistemico oppure si viene censurati ed epurati; c’è subito chi chiama in causa l’immancabile dittatura del politicamente corretto e c’è persino chi trova abominevole il gesto in sé dell’inginocchiarsi, che per qualche motivo richiamerebbe il Medioevo. Ma il cavallo di battaglia dei detrattori del gesto dei nostri cinque calciatori è che “non è inginocchiandosi prima di una partita di calcio che si risolvono i problemi”.

In linea di principio si potrebbe anche concordare con questa obiezione: non sarà di sicuro il centravanti del Belgio con un gesto nel prepartita a modificare un sistema razzista radicato in Occidente da secoli; per questo servono politiche lungimiranti e tanto lavoro educativo sulle nuove generazioni. Tuttavia il punto è un altro: se non siamo disposti nemmeno a inginocchiarci prima di una partita di calcio in segno di solidarietà, come possiamo essere disposti a intraprendere azioni concrete più serie? La semplicità (e l’innegabile inutilità immediata) del gesto è proprio la cartina tornasole che mostra chi il razzismo sistemico lo ha talmente introiettato da non accorgersene nemmeno. Inginocchiarsi in segno di solidarietà non è certo un gesto che ha la pretesa di cambiare le cose e sicuramente questa pretesa non l’ha mai avuta. Lo scopo è la sensibilizzazione, ed è bene che chi ha visibilità e fama le sfrutti per far passare messaggi come quello di Black Lives Matter. Cambiare un intero sistema del resto non è compito dei calciatori, se non nel piccolo delle loro vite quotidiane. Inginocchiarsi è un invito per chi li segue a fare lo stesso, a fare propria anche una lotta che non ci riguarda direttamente in quanto europei bianchi e privilegiati, ma che ci riguarda nella misura in cui è una lotta per il riconoscimento della pari dignità di tutti gli esseri umani in quanto umani e non in quanto bianchi o neri o appartenenti a questo o quel gruppo religioso o politico. Pensare che il gesto di questi sportivi abbia la pretesa di essere un fattore diretto di cambiamento è quantomeno ingenuo, e in certi casi nasconde la malafede di chi dalla sua posizione di privilegio non intende fare nulla e si rifugia dietro l’irrilevanza strettamente politica del gesto. Come se la politica fosse solo quella dei palazzi e non anche dell'attivismo politico; come se la sensibilizzazione e il tentativo di costruire dal basso e nel nostro piccolo un modo alternativo a quello gerarchico di rapportarci alla diversità non fosse Politica con la P maiuscola.

Inginocchiarsi prima di una partita di calcio non è e non vuole essere un fattore diretto e immediato di cambiamento, quanto piuttosto un modo per far sentire la propria voce e ricordare alle persone che il problema esisteva prima ed esiste tuttora. Rifugiarsi dietro il fatto che questo gesto non produce direttamente un cambiamento invece tradisce la mancanza di volontà di mettere in atto qualsiasi altro gesto, anche direttamente produttivo, per risolvere un problema reale.



di Fabio Carnevali