SE SI POTESSE ANCORA PARLARE DI CAPITALISMO SENZA IMPLODERE

Capitalismo, anticapitalismo: l’etichetta non conta, né l’adesivo o la spilletta. Perché è importante tenere gli occhi aperti, scovare dinamiche tossiche e pericolose a prescindere dal contesto. Analisi di due termini che confondono le acque.


Capitalismo, anticapitalismo. Capita spesso, troppo spesso, di tirare fuori l’argomento in momenti infelici, magari a pranzo, per farci venire una bella indigestione. Creiamo discussioni infinite e interminabili, posizioni inconciliabili, incapacità di arrivare a discutere sullo stesso piano. Finiamo per chiederci perché lo facciamo. Perché così spesso sembra di stare parlando a vuoto? In alternativa, c’è chi il dubbio non se lo pone e continua a citare Marx mentre aspetta che la classe operaia risorga e conduca la rivoluzione mondiale, o chi chiude gli occhi e si immagina che il progresso tecnologico ed il libero mercato risolveranno per noi tutti i problemi.

In queste poche pagine non si vuole dare una posizione pro o contro. Non troverete scritto “bisogna essere capitalisti”, né “bisogna essere anticapitalisti”. Troverete piuttosto dei ragionamenti sulla natura dei termini che usiamo nelle discussioni (capitalismo, anticapitalismo, ma anche: libero mercato, neoliberismo), da dove vengono e dove stanno andando, e una domanda: quanto sono ancora utili ed effettivamente utilizzabili?


È importante chiederselo, non per “vincere” una discussione, ma per trovare dei nuovi punti fermi da cui partire, in un momento in cui le dinamiche economiche sembrano sempre più lontane, enormi e soverchianti, al punto di sgonfiare completamente qualsiasi iniziativa, qualsiasi pensiero che non sia orientato nella direzione dell’economia stessa.



L’origine dei termini

Che cavolo è, esattamente, il capitalismo? Perché un modello economico suscita tutta una serie di emozioni diverse? Come ha fatto la parola "capitalista" a diventare un insulto?

Il termine, emerso nel Diciassettesimo secolo, non entra nell'uso comune fino alla pubblicazione del primo volume (1867) di Das Kapital di Karl Marx (Marx stesso usa la locuzione "modo di produzione capitalista" piuttosto che "capitalismo"), ed è quindi affibbiato a chi, presumibilmente, lo pratica, volente o nolente. A questa modalità di produzione, Marx attribuisce delle caratteristiche essenziali:


- La proprietà privata dei mezzi di produzione

- L'esistenza di classi sociali ben definite e gerarchizzate

- L'accumulazione del capitale

- Il lavoro salariato

- L'estrazione del plusvalore (da parte della classe possidente a svantaggio di quella proletaria)

- L'esistenza del libero mercato


Già da questo elenco è evidente che, secondo Marx, il sistema produttivo capitalista è inestricabile dal contesto sociale. L’esistenza di classi diverse, una dominante e una subalterna, rende possibile lo sfruttamento della classe proletaria da parte di quella possidente.

Marx ci dice che senza lo sfruttamento, senza un profondo e sistemico divario tra le classi sociali, il modo di produzione capitalista non può funzionare.



Il capitalismo secondo le scienze sociali


A questo profondo legame tra la modalità di produzione e il contesto sociale si rifà buona parte dell'anticapitalismo contemporaneo, che in molti casi ha approfondito questo collegamento, esplorando come il capitalismo penetri in maniera sempre più profonda in ogni ambito della vita, estraendo e appropriandosi (spesso in maniera indebita) di qualsiasi possibile risorsa mercificabile. L'anticapitalismo si preoccupa in particolare di come questa dinamica abbia un sempre più vasto impatto sulla società e sui rapporti di potere, di come impedisca il raggiungimento dell’uguaglianza sociale.


Nel Ventesimo secolo, il pensiero marxista si evolve in senso intersezionale: mentre Marx collocava il rapporto tra oppressore e oppresso principalmente nel contesto della lotta di classe, la lotta al capitalismo dopo Marx esplora sempre più le altre variabili, tra le quali il genere e la discriminazione razziale. Ci troviamo quindi di fronte a un universo in espansione, che facilmente e molto rapidamente assume una complessità straordinaria, non solo in termini di quantità, ma anche come portata multidisciplinare.


Eppure, per quanto indubbiamente illuminante, questo tipo di studi spesso finisce per isolarsi. Chi studia materie umanistiche segue l’economia in maniera fondamentalmente diversa da chi effettivamente ci lavora, tanto che, dagli anni ‘70 in poi, il termine neoliberismo (neoliberalism in inglese) è diventato un termine facile per raccogliere tutto ciò che c’è di negativo riguardo al capitalismo laissez-faire. Ci sono tuttavia dei problemi: “neoliberismo” nell’uso contemporaneo è un termine che non viene dall’ambito economico, ma che è stato usato dalle scienze sociali (poi entrato nell’uso comune) per riferirsi a tutta una serie di politiche, ideologie, fenomeni diversi, dalla dittatura di Pinochet in Cile alle presunte cause della crisi finanziaria globale del 2008. Eppure, nessun politico o economista si autodefinisce neoliberista, visto che il termine appare quasi sempre con una valenza negativa, per indicare i fallimenti ignorando invece i successi delle politiche economiche prese in esame. Questo non è tanto per difendere le politiche di libero mercato (termine anch’esso poco trasparente, come vedremo), ma per sottolineare che le posizioni prese a priori non sono affatto costruttive, soprattutto quando assomigliano ad un insulto.



L'economia degli economisti


Fino a ora abbiamo parlato di filoni di pensiero provenienti dal mondo della sociologia, delle scienze politiche e della filosofia.

Tutto ciò contrasta particolarmente con un'altra accezione del capitalismo, quella legata allo studio dell'economia e all'uso comune e mediatico del termine "capitalismo", che si distanziano dalle questioni etiche e vedono sempre più l'economia come una disciplina a parte, tendenzialmente legata al mondo della scienza e della statistica piuttosto che alla filosofia e alle scienze umane.

Lo studio dell'economia contemporaneo e in particolare del libero mercato trovano le loro origini nelle teorie del filosofo ed economista Adam Smith (La ricchezza delle nazioni, 1776).

È solo a partire dal secondo dopoguerra che la scuola neokeynesiana riprende le teorie già formulate da Keynes per riproporle attraverso un inquadramento scientifico e matematico, sulla scia dei successi che, agli albori del Ventesimo secolo, avevano reso la fisica la regina delle scienze. L'economia si trasforma, da branca della filosofia passa a essere una attenta osservazione della realtà e delle sue quantità misurabili.

In particolare, si incomincia a parlare di "value-free (wertfrei) economics", ovvero un tipo di studio dell'economia oggettivo, non legato al pensiero politico e non influenzato da valori morali o etici.

Nel 1970 Paul Samuelson vince il Premio Nobel per l'economia. Il suo manuale "Economics" (1948) è stato per decenni il manuale di economia più venduto al mondo, e con esso nasce la distinzione "mainstream economics", ovvero quell'insieme di saperi che tutt’ora viene insegnato nelle facoltà di economia. L’economia mainstream non si identifica con una scuola di pensiero in particolare, quanto piuttosto si basa sulla sintesi matematica dei modelli e della verifica di questi ultimi nel mondo reale.

Basterà quindi andare a vedere qualsiasi corso di laurea contemporaneo di economia per rendersi conto che questo è il quadro in cui si studia l'economia oggi.

La lotta di classe, la giustizia sociale, l'etica scompaiono a favore della misurabilità: tutto ciò che non può essere misurato non è scienza. Lo status quo in cui opera la finanza globalizzata contemporanea è accettato in maniera acritica. Ed il passato (che è servito a costruire questo status quo) è sì oggetto di studio, ma solo e unicamente come fonte di dati quantitativi che producano informazioni utili per il futuro.

Da un lato, è innegabile che la dottrina economica contemporanea abbia come scopo dichiarato un futuro di prosperità per tutti e che le condizioni economiche globali siano migliorate drasticamente nel ventesimo secolo. Additare gli economisti come mostri orribili e malati di denaro non è costruttivo, anzi contribuisce a rafforzare il cliché dell’economista day trader (chi specula sul mercato finanziario non è necessariamente un economista, e viceversa) e di un mondo accademico che sicuramente ha un grosso problema di machismo, ma che è molto più vario di quello che di solito si dice.

Dall’altro, è anche innegabile che lo studio dell’economia mainstream non affronti le modalità in cui sono stati prodotti gli equilibri (e squilibri) di potere attuali e che non si chieda se l’economia reale possa funzionare senza disuguaglianze, ovvero ignora il problema che si poneva Karl Marx. Non chiedersi se l’economia possa funzionare senza questi squilibri (sia nella microeconomia che nella macroeconomia) significa di fatto accettare l’eterna esistenza dei padroni e dei servi in questo mondo: ed è per questo che la scienza economica, nel definirsi tale, accantona un problema etico fondamentale, definendosi “neutra” ma in realtà accettando uno status quo tutt’altro che scontato.

E se questo non bastasse, c’è un secondo elefante nella stanza che non viene preso in considerazione: il paradigma della crescita infinita. Di questo non parleremo qui, ma è sicuramente da tenere a mente. Se volete verificare, prendete un manuale di economia e provate a cercare.



Incomprensioni


Già da queste premesse, arriviamo a un problema fondamentale: gli accademici dei due campi non si parlano. O si parlano poco. Comunque sia, c'è diffidenza da entrambi i lati, e quando si dice “capitalismo”, non si sta nemmeno parlando della stessa cosa.

Al di fuori di uno specifico e ben definito contesto accademico, come facciamo a capire dove inizia e dove finisce il capitalismo? A quale "scuola" o ramo compete studiarlo, e quale esperto dovremmo ascoltare? Come si colloca la realtà rispetto alla teoria dei modelli matematici o quella delle teorie critiche? Esiste un punto di incontro?


Già ora possiamo delineare un binomio che appare poco utile: Gaber forse direbbe che studiare l’economia è di destra, criticarla è di sinistra. L’imprenditoria è da fighetti, l’anticapitalismo da fricchettoni. Siamo alle solite: un dialogo civile sembra inarrivabile, ci si arrampica sugli spalti prima ancora di avere iniziato.

Proviamo a lasciare per un momento le divisioni, e prendiamo in esame piuttosto l’evoluzione di alcuni casi storici.

Il mercato è libero quando lo decidiamo noi La narrativa della Guerra Fredda ha avuto il vizio di volere contrapporre due giganti, due campioni di modelli economici irriconciliabili. Eppure, nel corso del Diciannovesimo Secolo, fu grazie ad una politica commerciale protezionista che gli Stati Uniti poterono sviluppare le proprie industrie senza che queste venissero soffocate alla nascita dalla ben più efficiente produzione britannica, capace di inondare il paese di beni a basso costo.

L'importanza e l'urgenza dei dazi era tale che furono introdotti a partire dal 1789, cioè lo stesso anno in cui veniva firmata la Costituzione degli Stati Uniti d'America, pochi anni dopo avere ottenuto l'indipendenza.

La politica protezionista, in varie forme, durò per più di un secolo, fino al Reciprocal Trade Agreements Act del 1934, anno in cui gli Stati Uniti lanciarono la liberalizzazione del commercio a livello globale.

Fu quindi una politica economica mercantilista piuttosto che liberalista (la famosa "mano invisibile" di Adam Smith) a consentire all'industria statunitense di svilupparsi. Ovvero: l’esatto contrario del libero mercato internazionale.

La stabilità che derivò da questa scelta fu fondamentale per consentire all'economia statunitense di evolversi, nel corso del Ventesimo secolo, in una piattaforma commerciale globale capace di (sia con l'uso della forza, che senza) imporre politiche economiche liberiste ad altri stati. Imposizioni che avvennero a prescindere dallo stato di sviluppo del paese che doveva applicarle.

Evidentemente, il vero beneficio non era inteso per il Paese dove le politiche venivano applicate, e nemmeno tanto per il beneficio della popolazione degli Stati Uniti, ma per creare un ambiente favorevole e sicuro per i flussi di capitale di una particolare élite finanziaria.

Prendendo ad esempio eventi più recenti, un caso importante fu quello degli interventi dell'FMI durante la crisi economica del 1997 nel Sud-Est asiatico, quando vennero impiegate procedure mirate a eliminare la corruzione e stabilizzare le economie della regione.

Lo scopo era quello di proteggere il vasto influsso di capitale internazionale, all'epoca altamente concentrato in Asia: incidentalmente, la corruzione non era stata un problema negli anni precedenti, tanto che tra i destinatari dei finanziamenti c'era il Nuovo Ordine indonesiano di Suharto.

Suharto, un ufficiale dell’esercito, attraverso un colpo di stato era stato nominato Presidente dell’Indonesia nel 1967. Le purghe politiche anticomuniste di quegli anni erano costate la vita a più di mezzo milione di persone.

Tuttavia, trattandosi di una sconfitta del comunismo, diverse voci del Blocco Occidentale avevano reagito al colpo di stato (e tacitamente, al massacro) in maniera positiva. Non a caso, le multinazionali statunitensi si affrettarono per fare affari in un paese ricco di risorse naturali, tra cui risorse strategiche come petrolio e carbone.

Il Nuovo Ordine di Suharto mantenne la propria egemonia fino al 1997, anche grazie alla collaborazione internazionale: oltre agli investimenti finanziari e la complicità diplomatica, l'esercito USA e quello australiano aiutarono ad addestrare gli squadroni della morte indonesiani.

Quando infine la portata della crisi finanziaria si fece sentire negli anni Novanta, ci si rese conto che l'economia indonesiana aveva preso una brutta piega. La regolamentazione finanziaria era poca, il favoritismo dilagava. Si calcola che, attraverso la creazione di una vasta rete clientelare, Suharto e famiglia abbiano sottratto dai 15 ai 35 miliardi di dollari al paese. Questa fragilità di fondo, assieme all'effetto domino della bolla speculativa (partita in Thailandia), finì per portare a gravi disordini nel paese e infine alle dimissioni di Suharto nel 1998, ormai diventato un ostacolo per la stabilità del paese e per la finanza internazionale. Improvvisamente e come per magia, Suharto non era più un gradito alleato nella lotta al comunismo (ormai tramontato) ma una presenza scomoda.


Interferire o imporsi sulle politiche commerciali altrui come forma di imperialismo non è certo una novità: piuttosto, la novità del Ventesimo secolo è che questa imposizione sia stata applicata al "libero" commercio a livello globale invece che al commercio intra-imperiale.

L'Impero Britannico aveva incominciato ad adottare una dottrina di "liberalizzazione" commerciale nel Diciannovesimo Secolo, non tanto nel commercio tra nazioni, ma all'interno dell'Impero stesso.

Questa policy puntava a favorire la produzione di materie prime nelle colonie (sfruttando contemporaneamente la manodopera a basso costo) e al tempo stesso a proteggere la propria industria, esportando verso le colonie i prodotti finiti.

Il cotone fu la materia-simbolo di questa trasformazione, tanto che nel 1830 i beni in cotone costituivano il 50% delle esportazioni britanniche, mentre l'80% dei beni in cotone in commercio a livello globale erano di produzione britannica.

Tra il 1780 e il 1860, l'India, allora un importante centro di produzione ed esportazione di prodotti tessili, fu costretta dalle politiche (spesso violente) della Compagnia delle Indie Orientali a diventare importatrice netta di prodotti finiti e al tempo stesso esportatrice di cotone grezzo.

Non a caso Gandhi adottò la sua famosa veste bianca come simbolo di resistenza all'oppressione britannica, e promosse l'uso di tessuti realizzati in India in maniera tradizionale (khadi) invece dei prodotti industriali britannici.


Ci troviamo dunque di fronte a una narrativa particolare, quella del libero mercato, che va avanti da secoli e che continua a essere venduta in molteplici versioni, ma che andrebbe chiamata con un nome diverso. Sarebbe più appropriato chiamarlo un “mercato liberato”: ovvero, chi detiene maggiore potere economico e politico è libero di impostare un mercato (in apparenza aperto e non regolato) che funzioni a proprio vantaggio. Il commercio in sé è libero da interferenze governative e non pianificato, tuttavia la macrostruttura stessa del mercato (prima a livello imperiale, ora a livello globale) viene manipolata ad arte da chi ha i mezzi per farlo. Questa modalità e modo di fare politica è ben lontano dal dichiarato “laissez faire” e dalla libertà di commercio. La mano invisibile è davvero ben nascosta, ma c'è, e non è certo quella della provvidenza divina, quanto quella dell’oppressione politica, economica e diplomatica. In merito a questi ed altri problemi della globalizzazione tra il Ventesimo ed il Ventunesimo Secolo è utile citare Joseph Stiglitz, consulente economico durante il governo Clinton ed ex Chief Economist della Banca Mondiale:


C'era un problema con i nostri politici, nel senso che reagivano a seconda di dove arrivavano i soldi: l'America delle corporazioni e della finanza, in particolare, stavano agendo attraverso i partiti politici per promuovere una forma di globalizzazione che fosse a loro favorevole. Lo chiamavano "free trade", quando in realtà si trattava di commercio regolato: regolato a favore delle corporazioni e della finanza. Secondo quegli accordi, la conoscenza si trasferiva poco liberamente, mentre il capitale a breve termine molto liberamente. I sussidi agricoli per gli agricoltori benestanti venivano consentiti nei Paesi sviluppati, ma i sussidi per aiutare i Paesi poveri a raggiungere i paesi sviluppati non erano approvati.

Il problema non era la globalizzazione, ma come l'abbiamo gestita.



Contro i mulini a vento

Riassumendo, abbiamo più discipline che parlano della stessa cosa, riferendosi a concetti estremamente diversi, usando metodologie difficilmente assimilabili, non consultandosi a vicenda e con un grosso divario in termini di potere effettivo, di compensi, di status sociale. Abbiamo una concezione dell’anticapitalismo profondamente legata alla teoria Marxista, che critica il sistema economico globale contemporaneo: un sistema che, dal canto suo, dichiara di non avere lo scopo della plutocrazia quanto piuttosto quello del (discutibile, ma pur sempre tale) benessere di tutti. Ad esempio, se apriamo la pagina del Fondo Monetario Internazionale (FMI), scopriamo che esso si occupa di "assicurare la stabilità finanziaria, [...] promuovere la piena occupazione e la crescita economica sostenibile, ridurre la povertà nel mondo".

L'FMI ci dice anche qualcosa di più: che la maggior parte delle economie contemporanee non sono "capitalismo puro", ma che ogni economia nazionale si compone di una particolare miscela (mixed economies) di concretizzazioni storiche di capitalismo e socialismo. È impossibile dire quanto sia “capitalista” un Paese: la pianificazione e l’intervento statale nell’economia rimangono fondamentali. Ogni Paese investe grossa parte del proprio budget in infrastrutture (su cui si muovono le merci), nella ricerca, nell’educazione (di chi entra nella forza lavoro); decide poi come tassare, chi tassare, chi incentivare, come tutelare la proprietà privata, facilitare (o meno) gli investimenti, le risorse naturali del paese, le industrie nazionali e quelle strategiche per l’interesse nazionale (energia, armi), decide con chi fare e come fare gli accordi commerciali, impone sanzioni o le riceve. A sua volta, il governo è soggetto all’azione di lobbying da molteplici attori. Il funzionamento tutte queste dinamiche non è attribuibile al capitalismo in sé, quanto all’interazione complessa di tutti gli interessi in gioco. Le teorie anticapitaliste spesso invece trattano il capitalismo come un’entità monolitica, caricata di una particolare soggettività negativa, responsabile del funzionamento della società intera e, di conseguenza, dei suoi problemi.

Questo non svuota le teorie anticapitaliste del loro valore, ma è necessario evidenziarne le criticità. Se da un lato le pretese dell’anticapitalismo (ovvero: il capitalismo impedisce la realizzazione di un vero stato di uguaglianza) sono assolutamente condivisibili, la problematicità sta nell’attribuire ad un sistema economico una quantità spropositata di conseguenze, che in realtà andrebbero ricercate (anche) altrove.

Soprattutto se questo sistema economico è così vario, complesso ed ampio da non rientrare veramente sotto una singola definizione, e se il libero mercato non è veramente libero, e se non sappiamo esattamente cosa sia il neoliberismo. Contro cosa, esattamente, ci stiamo scagliando?

La ricerca di una conclusione


La confusione che circonda la terminologia può sicuramente scoraggiare, o sembrare un dibattito inutile. Al contrario, è sintomo della necessità di percorrere nuove strade, di abbandonare l’isolamento di sistemi di pensieri chiusi, di parlare con persone con cui di solito non parliamo, leggere libri con cui non siamo necessariamente d’accordo, di sperimentare nella vita reale. Potremmo così accorgerci che molte delle cose che non ci stanno bene hanno radici più profonde del capitalismo (o di quello che pensiamo che il capitalismo sia): che la concentrazione del potere è una dinamica da cui guardarsi in qualsiasi situazione, che lo sfruttamento e l’imperialismo sono una costante della storia umana, che il patriarcato e la discriminazione di genere hanno radici profonde nella cultura, che il razzismo ha una sua particolare evoluzione, che la devastazione ecologica esiste da sempre. Per ognuno di questi punti si potrebbero fare approfondimenti interessanti, da cui emergerebbe come, nel corso della storia, tutte queste tendenze hanno attraversato il capitalismo, così come hanno percorso qualsiasi altro sistema economico, laddove non sono state contrastate attivamente. Proiettando invece tutta una serie di criticità sulla parola capitalismo, su un presunto sistema economico (che nemmeno corrisponde a quello di cui comunemente si parla!), per poi immaginarci che eliminandolo avremo accesso ad un mondo utopico, ci ritroveremo a non fare mai veramente i conti con noi stessi.


Cosa resta quindi? Tanto, in realtà. Non è banale riuscire a riconciliare l'incredibile progresso umano e globale fino ad oggi con la carica esplosiva di ingiustizia e cambiamento che la crisi climatica (già ora ed oggi) comporta, essere onesti con noi stessi e con il neocolonialismo economico rampante, rifiutare le soluzioni semplici a problemi complessi (tanto "basta piantare più alberi", “aiutare i paesi poveri” o “far fare carriera alle donne”), non è banale abbandonare la mania di credere che sarà la nostra particolare marca di filosofia a salvare tutto quello che c'è al di fuori di questo piccolo schermo. Trovare e sbandierare un nome per raccogliere tutte le ingiustizie a cui opporsi non è fondamentale: opporvisi attivamente, invece, lo è.



*di Matteo Turrino