SHAMELESS

Il governo egiziano sembra possedere una caratteristica permanente, che ha più volte dimostrato negli ultimi anni: un’impressionante faccia di… bronzo.


Per chi non lo sapesse, pochi giorni fa è stato diffuso su internet un video che si presenta come un documentario di un’ora sulla vicenda di Giulio Regeni. I creatori hanno aperto un canale YouTube e una pagina Facebook su cui postarlo, entrambe dal nome The Story of Regeni (anche se nell’immagine di copertina di Facebook il cognome è stato storpiato in “Regini”. Poco male). Il video è stato promosso poi da Ten Tv, una televisione egiziana filogovernativa che pare abbia anche legami con l’intelligence.


“Bene!” penserete voi, “il caso ha sempre bisogno di maggiore visibilità!”. E lo pensate perché immaginate che il documentario riporti fatti reali.


Sì, magari.


Il video dipinge Giulio Regeni come una spia reclutata dalla propria tutor di Cambridge, Maha Abdelrahman, con legami a gruppi terroristici islamici che operano in Egitto. Vengono intervistate persone che giurano che Regeni abbia cercato di corromperle, offrendo soldi in cambio di informazioni, e personalità politiche egiziane. Vengono interpellati perfino alcuni italiani che hanno o hanno avuto ruoli importanti nel sistema politico italiano, come Grimaldi, Gasparri, Tricarico e Trenta (gli ultimi due a quanto pare non erano al corrente del vero contesto del video), che confermano questa visione dei fatti.


Le pagine sono state eliminate il 30 aprile, ma il video ha ormai fatto il giro del mondo e rimane online, per ora almeno, sui profili di certi politici egiziani.


A questo punto, forse, la prima domanda che dovremmo farci è: perché, come Occidente, permettiamo al governo egiziano di continuare con questa pantomima?


La risposta più veritiera è che l’Egitto risulta utile. Ad esempio, il Paese appare come una roccaforte contro il terrorismo della regione: poco dopo essersi insediato, il governo di al-Sisi ha imposto pene molto severe per i terroristi e si è impegnato a sradicare le cellule all’interno del Paese (che è il più grande del Nord Africa e del mondo arabo, e quindi quest’azione, nell’equilibrio dell’area, un certo peso lo ha). Oltretutto, al-Sisi ha spesso usato come cavallo di battaglia la volontà di far prevalere la laicità delle sue istituzioni sulla religione islamica, aspetto che rassicura moltissimo l’Occidente – benché in molti Stati occidentali certi partiti utilizzino spesso proprio la religione come giustificazione delle proprie linee politiche, ma lasciamo perdere.


Il governo egiziano è anche uno dei giocatori nell’infinita partita per il controllo della Libia, insieme a Emirati Arabi, Russia, Qatar e Turchia. Mentre Qatar e Turchia appoggiano il Governo di accordo nazionale, Emirati, Russia, ed Egitto supportano Haftar. Ma non solo: il governo egiziano è impegnato anche in un’altra relazione burrascosa, quella tra Israele e Palestina, in cui fa da mediatore con una certa costanza. È un equilibrio precario, che l’Occidente – speculazione personale – spera non si alteri presto. Dopotutto, se queste forze si tengono sotto controllo a vicenda, il problema non è pressante.


E come dimenticare l’importanza economica che l’Egitto ha, sia come acquirente di armamenti (non solo per i prodotti italiani, ma anche francesi) che come possessore delle acque dove si trovano enormi giacimenti di gas (argomento di cui i Funamboli hanno già parlato).


Adesso che il quadro è stato dipinto, la seconda domanda da porsi è: davvero non ci sono alternative?


Dovrebbero esserci, dato che il governo egiziano, in realtà, non brilla in nessuno dei ruoli che garantiscono la sua posizione privilegiata.


The Institute for Economics and Peace, un’organizzazione che si occupa di analisi economica e internazionale, ogni anno calcola il Terrorist Global Index, studio che indaga l’impatto del terrorismo nel mondo. Nel 2020 pone l’Egitto al quattordicesimo posto, con un punteggio superiore a sei (su dieci). Il punteggio tiene conto dell'impatto relativo degli eventi terroristici nel corso dell'anno sul Paese in questione – un valore uguale o superiore a sei indica un “forte impatto” (high impact). Secondo il report, l’Egitto è preda di una molteplicità di organizzazioni terroristiche, compreso l’ISIS; in più, nel Paese sono ancora presenti gruppi dissidenti terroristici come i Fratelli Musulmani. Se il governo egiziano non ha la forza di combattere il terrorismo sul proprio territorio, come può controllarlo al di fuori?


La verità, però, è che non ha senso che io smantelli, in questa sede, i motivi per cui l’Egitto non è un alleato così forte come sembra. Sarò onesta, mi ero preparata il discorso. Mi ero documentata da più fonti sul perché l’Egitto non fosse così potente in Libia, o in Israele, e sul perché potremmo fare a meno di considerarlo un buon compratore. Avevo fatto una scaletta ed ero pronta, passo per passo, a rendervi partecipi.


Mi sono resa conto, però, che non stavo parlando del motivo più importante per interrompere la sopracitata pantomima: la violazione, continua e senza vergogna, dei diritti umani nel Paese.


Voglio essere chiara: capire come e perché l’Occidente possa fare a meno di appoggiare il governo egiziano è importante. È il primo passo poi per smettere davvero. Ma la ragione alla base, la ragione che ci deve spingere a fare questo passo, non può essere utilitaristica. Non è giusto che lo sia.


Giulio Regeni non è stato il primo essere umano torturato e ucciso dall’apparto statale egiziano attuale, e sappiamo tutti che non è stato l’ultimo. Ci sono tanti giovani che in questo momento sono detenuti in Egitto, come Patrick Zaki, senza un giusto processo e in ogni caso non in condizioni vivibili. E il governo egiziano non solo non accetta di liberarli, ma mette in piedi teatrini per cercare di sviare la colpa, se non l’attenzione.


È deprimente, e fa arrabbiare, che l’Unione Europea non si opponga strenuamente a questa situazione, che non metta la difesa dei diritti umani in cima alla lista delle necessità impellenti. A che serve farsi portatori di questi valori se poi le buone intenzioni non si trasformano in fatti?


Nessun Paese, da solo, ha davvero la forza di invertire la rotta totalitaria che una parte del mondo (non solo orientale) sta prendendo. Occorre concretizzare quel fronte comune europeo di cui tanto si parla. In questo caso particolare, occorre che tutti gli Stati membri siano d’accordo nel non vendere armamenti all’Egitto, nell’imporre sanzioni al governo egiziano, nel dare la cittadinanza a Patrick, nel condannare l’omicidio di Giulio.


Vi lascio con una domanda, a cui però io ho ancora trovato risposta: c’è, o ci sarà mai, questa volontà? O siamo condannati a una deriva perpetua?


Io non ho la risposta. O forse, ho solo paura di averla già trovata.



di Anna Credendino