Siate edera, siate acqua

Conosco Teatro Selvatico tramite la loro fitta (perché presto concreta, reale) rete social. Ne parlo con Funamboli e ci mettiamo in contatto coi Selvatici, prendendoci da subito in simpatia. Mi offro di partecipare a un loro progetto che avrebbero portato anche a Bologna, "Legami", e in quell’occasione le strette di mano e gli abbracci si sono materializzati.

Il progetto a cui prendo parte questa volta è "Pomona", un workshop della durata di tre giorni, dal 25 al 27 marzo 2022, che vede unirsi Teatro Selvatico, Anemone Teatro, il “Bardo” e due obiettivi a immortalare il tutto: le foto di Davide Comandù (tra i membri portanti di Teatro Selvatico) e i video di Alessio Galdiolo.

Pomona è la dea romana dei frutti, materiali e metaforici che siano: a lei sono dedicati i boschi sacri. Non essendoci una precisa festa in onore della dea, il workshop in questione le rivolge attività di incontro e condivisione, di danze e canti alla natura.

I frutti si vedono e sentono fin da subito.



Sono le dieci del mattino, corro in stazione per prendere il treno: direzione Mondovì o giù di lì - non è questo il pretesto per la rima, davvero non sapevo dove stessi andando di preciso. Il treno non chiama tutte le fermate e se anche le chiama, le mie orecchie quella mattina si rifiutano di sentire qualcosa che non siano i King Crimson. Chiedo alla signora che mi siede accanto se la fermata dopo fosse Torino Porta Nuova. La signora mi guarda come per dire “Ma dove vive questa?”. Quel che realmente mi dice è decisamente meglio di quel che penso: “No, deve scendere alla prossima. Se nota qui siamo tutte mamme che vanno a trovare i propri figli”, e supponendo che anche io fossi una figlia, anche detta scappata di casa, abbatte il muro della terza persona di cortesia e mi domanda: “e tu dove vai?” “Io circa a Mondovì”. Lei annuisce come a dire che non sa dove sia, ma risponde comunque con un affettuoso: “Vai vai, che tutto il mondo è paese!”.

Arrivo alla stazione di Torino Porta Nuova, ho fame ma ho poco tempo prima del cambio per Fossano e poi per Vicoforte - S. Michele, così corro col mio zaino dai 50 kg percepiti nel primo bar che i miei occhi sanno trovare: prendo un hamburger vegano e rimango per più o meno mezz’ora con della salsa verde sulla faccia - la mascherina alle volte sa essere più salvifica del solito. Cominciamo bene a sbadataggine, mi dico.



Scesa dall’ultimo regionale preso, una dolcissima omonima passa a prendermi in stazione. Mi dice di avere una tenda troppo grande per una sola persona, ma quella sera stessa troverà una ragazza che le offrirà di dormire nella stessa tenda per avere meno freddo: Pomona, nonostante il clima notturno, non è stato un posto freddo; Pomona, nonostante la vastità del bosco, non è stato un posto troppo grande in cui potersi disperdere o sentire solз.



Ci ritroviamo davanti a una tenuta, un complesso dalle pareti gialle vicino a un fiume che apre la strada al bosco: c’è una vista bellissima. Un gatto chiamato “Doppiafaccia” per una linea che gli divide il muso cambiandone i colori, mi scorta dentro per farmi poggiare il borsone. Varcando la porta di quel primo piano in cima alle scale, che da quella sera sarebbe diventato il posto più gettonato per tuttз, data la presenza DEL BAGNO - e dico DEL BAGNO perché è quella stanza per cui ci sarà fila h24 per bisogni altri da quelli artistici o anche contingenti a questi ultimi -, noto, oltre ai vari quadri, un piccolo ritratto su un supporto circolare (forse in legno) di un’al tempo autorevole e simpatica figura dai capelli radi o forse assenti e dagli occhiali con la montatura alla John Lennon ma più spessa e nera. Mi domando se sia un’immagine recente o meno, di certo è qualcosa di bizzarro che per qualche motivo mi incuriosisce. Isacco ci spiega in modo sbrigativo che quella dimora col bosco adiacente è chiamata il “Bardo” e che si tratta di un luogo libero in cui l’arte è regina, ma non dice altro. Il giorno dopo, entrando nella cucina capitanata da Rosa, la cuoca ufficiale per quei giorni, parte di Anemone Teatro, vedo uscire da una camera un viso familiare e sconosciuto: mi presento. Possibile che sia lo stesso volto che ho visto in quel quadretto tondo appeso al muro?

Più tardi capirò che sì, sono la stessa persona dagli inconfondibili occhiali. Il suo nome è Piercarlo Bormida, artista e musicista piemontese, che di quel posto ha fatto più o meno simbolicamente il suo Ducato, una “micronazione intenzionale”. Il Bardo è, dunque, uno spazio libero - o meglio libertario e dadaista - in cui artistз, liberз pensatorз e virtuosз che hanno a cuore l’arte e la natura, possono esprimersi e realizzare esperienze fantastiche come questa.



Isacco ci presenta Matteo, anche lui membro di Teatro Selvatico che realizzerò essere mio vicino di casa a Bologna (quanto è piccolo il mondo?). Mi si presenta scherzosamente come guardiano del posto assieme al gatto, dopo averlo avvistato in “vedetta” da sopra le scale al nostro arrivo. Entrambi ci fanno strada nel bosco coi piedi che sprofondano in un tappeto di croccanti foglie cadute. Raggiungiamo lз altrз che erano lì chi da quella mattina, chi dal giorno prima e lз troviamo sulla riva del fiume che, come formiche, stavano sparsз alla ricerca dei primi frutti che Pomona aveva da offrire. Alessia ci saluta sottovoce spiegandoci che ognuno aveva trovato un proprio posto in cui ascoltare un suono da correlare alle sensazioni che gli procuravano. C’erano tuttз eppure in pochз ci hanno davvero sentite arrivare. Quando poi hanno aperto gli occhi ci hanno rivolto sorrisi rilassati e cordiali: è stato il più bel “piacere, tiziз” che mi abbiano mai rivolto. Intanto Isabella si presenta e mi offre per qualche minuto un paio di cuffie con un “microfono direzionale” per avvicinarmi a qualunque cosa per sentirne il suono vicinissimo e amplificato. Prendo un sasso e lo lascio cadere nell’acqua puntando il microfono in direzione della caduta: mi sveglio! Quant’è bello sentire. Sfrego i jeans, le foglie, le foglie alle pietre, le pietre alle pietre, i sassolini camminandoci su. Mi avvicino alla schiena di qualcuno (senza farmi troppo sgamare) e mi sembra addirittura di sentirne il respiro! Subito dopo capisco che forse era la mano di un’altra persona che gli carezzava la schiena. Restituisco le cuffie ma direziono le mie orecchie e i miei occhi verso ognuna di quelle persone. Primo appunto sul mio taccuino: “i capelli della ragazza seguono l’andamento dei rami dietro cui è nascosta”.

Presto Alessia dà un nome a quel che stavamo facendo: "effetto party". Focalizzandosi su un oggetto o soggetto si riesce a isolarne il suono. Un po’ il contrario di quanto accade con la “musica da studio”, o musica d’ambiente, o richiamo delle balene: suoni che equivali a silenzio, stabilendo l’ambiente ideale per proiettare la tua attenzione sui manuali di economia - che altrimenti schiveresti come il vampiro la luce del sole.

Di quel pomeriggio non ci sono foto perché il fotografo, Davide, l'avevo trovato vestito di un completo coloratissimo a immortalare le istantanee di quei momenti coi suoi soli occhi: aveva messo giù la macchina fotografica per provare l'esperienza di "Pomona" sulla pelle. Ciò che mi ha colpito è stata la sua sensibilità: visibilmente provato dal cambio di ruolo che aveva esperito in quel pomeriggio, è tornato a stento, da quella sera in poi, a indossare il suo cappello nero a falda larga, simbolo del suo ruolo di fotografo. Ci sono momenti in cui vivi la vita e momenti in cui guardi gli altri viverla, e passare dagli uni agli altri momenti è senz'altro difficile, senz'altro toccante.




Più tardi, una volta calato il sole, quelle quattro tavolate in legno scuro all’esterno della tenuta si accendono di una luce diversa: quella della fame. Si riempiono tutte subito e solo lì mi rendo conto di quante persone effettivamente ci fossero, guardando tutti quei piatti, quei bicchieri, quelle mani e quelle bocche masticare. Ѐ come se, liberi nel bosco, i corpi perdano di quantità, di peso, di sostanza; è come se, quei corpi, si alleggeriscano e si perdano tra le foglie, recuperando la propria presenza fisica, solo attorno a un tavolo. Mi sono seduta circondata da persone alle quali non mi ero presentata neanche con il tacito “piacere, Giulia” - che poi di Giulia eravano minimo in quattro - di cui ho piacevolmente ascoltato le storie. Era come se non riuscissi mai veramente ad abbandonare, a differenza di Davide, il mio “ruolo”, quello per cui ero lì: ascoltare, guardare, sentire, scrivere - forse anche per indole, mi dico.




Dopo cena con la temperatura che calava, Isacco richiama l’attenzione di tutti con un “massaggini in saletta”. Per inciso la parola “saletta”, come “cibo” e “bagno libero” erano i richiami felici, quelli per cui vedevi tuttз, me compresa, tirar fuori dal coccige la coda smarrita durante l’evoluzione che si muove spasmodica di gioia. “Saletta” equivaleva a “stufetta” - presto finiranno i vezzeggiativi -, che voleva dire calore: si trattava di una stanza con parquet e stufa nella quale si alternavano le attività all’aperto e si poteva arrivare a sentire addirittura caldo!

Ma passiamo ai massaggini: eravamo per metà sdraiatз per terra, l’altra metà doveva occuparsi di scaldare e far rilassare il corpo disteso che aveva davanti; poi viceversa. La musica era bassa e calmante, le luci spente. La ragazza che ho davanti si scalda le mani per cominciare a toccarmi scaldandomi e io penso “poverina, quando toccherà a me la farò correre via per quanto le mie mani siano costantemente fredde”. Ho gli occhi chiusi e sento che mi sfiora la fronte trasmettendomi un piacevole calore dalle mani; disegna i miei contorni, mi scalda i piedi e comincia a fare pressione su mani e braccia. Isacco indica loro cosa fare mentre noi restiamo immobilз a ricevere cure e calore. A un certo punto dice “mettete il 30% del vostro peso sul corpo dell’altro” e lei imprime pressione sulle mie ginocchia. Quando la percentuale - che Isacco usa con discreto sadismo per incrementare la velocità e la foga nelle varie attività - inizia a salire, la ragazza mi chiede di avvertirla se ci sono parti del corpo che mi metterebbe a disagio sentire toccate. Mi colpisce questo rispetto, questa cura che soprattutto noi donne sentiamo di ricevere spesso solo come eccezione. Arriva il mio turno: strofino le mani ai jeans sperando di scaldarle almeno un minimo per non farla schizzare in aria dai brividi. Le chiedo di dirmi se le faccio male imprimendo il mio peso (non proprio piuma) su di lei; fa cenno di no. Poi è il turno dell’alternanza tra acqua ed edera: “siate acqua, siate edera”. Da acqua ci si muoveva sopra o nei contorni della persona sdraiata con leggerezza e fluidità; da edera ci si avvinghiava ai contorni disperdendo meno il peso. Rimaniamo fermi da acqua o da edera ma tutti fermi, nel buio, a sentire i respiri lenti, i capelli, le braccia sovrapporsi.



Oltre a qualche attività che per lз altrз partecipanti attivз del workshop erano di “riposo” rispetto a quelle più intensive (quindi più faticose ma anche più intense), io ho fatto da spettatrice più che da partecipante. Mi mettevo seduta o in piedi tra gli alberi a osservarli muoversi, piangere, urlare e a scrivere sul mio taccuino. Questo fare teatro in modo esperienziale mi rendeva l’unica spettatrice tra quasi quaranta persone. La scelta di non fare ma guardar fare e descrivere, trascrivere, iscrivere il tutto, era dovuto tanto alla mia convalescenza da Covid-19, quanto alla necessità di ri-abituarmi a sentire l’altro da me.

Dopo una settimana con strati di maschere e mascherine addosso nel terrore di poter contagiare chi mi era vicino, e qualche giorno di convalescenza in cui anche camminare dalla porta di casa al supermercato più vicino pareva un’impresa alla Apocalypse Now, ho avuto modo di meditare su me stessa. Mi sono sentita male e anche tanto (paradossalmente) normale. Dico normale perché tutti abbiamo passato, anche ripetutamente, questo interminabile momento da quasi due anni a questa parte, che fosse per lockdown nazionale o per quarantena da contagio. Insomma, mi sono sentita e tanto.

Adesso voglio tornare a sentire lз altrз, ne ho bisogno. Voglio sentire queste quasi quaranta persone sporcare i suoni perfetti della natura, irradiandoli di una gioia caotica e irrazionale che può essere solo, più che di un essere umano, di un essere umano felice.

Non posso, dunque, raccontarvi la mia esperienza - la mia in particolare di neppure tre giorni - a mo’ di “diario di viaggio”, perché al mio guardare da esterna teneramente accolta, si aggiunge e predomina la memoria emotiva e collettiva: quella disordinata, caotica eppure tanto limpida e piena e calmante. Mi trovo ad abbandonare gli occhi che ho per me e assumere gli occhi che ho per lз altrз.



Vi parlo dell’atmosfera e per farlo cerco di passarvi fette di ricordi condivisi sensoriali. Partiamo dalle persone al timone del webinar, lз formatorз.

Isacco è il presidente di Teatro Selvatico e in Pomona fa da organizzatore e formatore assieme ad Alessia e Isabella, formatrici da Anemone Teatro.

Isacco è quella persona che spunta da dietro un albero, una porta o una persona e ti abbraccia come se vi conosceste, come se vi incastraste le braccia da una vita. Lui è un po’ il falò, quello che con le sue fiamme potrebbe distruggerti (farti correre a velocità 100), ma sa solo scaldarti e illuminarti nei tuoi angoli migliori. Teatro Selvatico basa la propria ricerca in Pomona proprio sulla crescita personale traendo energia dalla comunicazione, dal contatto con la natura e con lз altrз. Lз Selvaticз sono rumorosз, tattili, si sporcano, si avvinghiano, si sentono: sono edera.

Alessia e Isabella sono tempesta e quiete, insieme, equilibrio. Anemone Teatro porta avanti con Pomona - e non solo, nel suo laboratorio “Incontri Sonori” - l’esperienza della risonanza, mostrandoci come anche il corpo, oltre che l’anima, sia permeabile al vibrare del suono e della luce. Le Anemoni sono vibrazione, attraversamento, guado, fluidità: sono acqua.



L’atmosfera che ognuna di quelle quaranta anime e che ognuno di questi quaranta corpi diffondeva era in armonia con il bosco, con le foglie. E tutti i frutti che Pomona ha donato loro non sono altro che l’addizione delle loro risonanze, del loro avvinghiarsi e lasciarsi andare: come l’edera, come l’acqua.

Tanto ancora si potrebbe raccontare tra corse a perdifiato, canti silenziosi ai castagni, tre ore di instancabili perché euforici balli, corpi spogli cospargersi di fango per poi purificarsi nell’acqua gelida e rigenerante del fiume. Tanto ancora si potrebbe raccontare, ma lo spazio che si prenderebbero queste mie parole - frutto di questi miei e nostri ricordi - sarebbe direttamente proporzionale all’attenzione e al tempo che ognunǝ ha a disposizione per staccare un momento la spina dalla frenesia del mondo al di fuori del Bardo. Per altre sensazioni e ricordi da trattenere su carta o nelle istantanee degli occhi, il consiglio che mi sento di dare è di provare a farne parte: provare ad essere selvaticǝ almeno per un giorno.




Un frutto su tutti Pomona mi e ci ha lasciato dopo ogni attività, abbraccio e momento speso tra persone incredibili e vere. Un frutto che suona più o meno così:


Siate edera così da trattenere l’energia che vi trasmettono la natura e l’altrǝ; siate acqua così da restituirla alla natura e all’altrǝ, quando questз ne hanno bisogno.




Testo di Giulia Damiano

Foto di Davide Comandù