SIDDHARTA: UNA VITA ALLA RICERCA DI SENSO

“Il senso e l’essenza delle cose erano non in qualche cosa oltre e dietro loro, ma nelle cose stesse, in tutto”.

Siddharta è un figlio di Brahmino: un appartenente alla casta indiana più elevata, quella sacerdotale. Tutta la sua vita è costantemente protesa alla ricerca della verità. Verità che prova a raggiungere attraverso una dottrina che, attraverso prescrizioni da eseguire, gli possa consentire di raggiungere l’Atman, l’essenza del tutto. La dottrina più efficace per arrivare all’Atman è da lui cercata senza sosta: da giovanissimo lascia la famiglia per diventare un Samana, un asceta che di tutto si spoglia, per provare a raggiungere il tutto della vita. Insieme all’amico Govinda, vive per tre anni in assoluta povertà, mendicando e digiunando. È l’incontro con l’uomo più santo della terra, ovvero il Buddha, che cambierà per sempre la sua strada: pur considerando il Buddha come un Perfetto, Siddharta si rende conto che l’illuminazione, la comprensione dell’Atman non può avvenire tramite un insieme di prescrizioni dottrinali rigidamente eseguite, ma soltanto con una continua e costante ricerca personale. Decide così di vivere la vita, e di vivere nella materialità delle cose e dei piaceri, smettendo di fuggirli come ha fatto nella sua vita da asceta. Inizia così un viaggio che lo porterà a diventare ciò che aveva sempre disprezzato. E quando se ne renderà conto, potrà finalmente trovare l’Atman, riuscirà a pronunciare l’Om, la sillaba sacra. Capendo finalmente che il segreto non è cercare, ma trovare. Cercare un senso implica infatti l’essere indirizzati a uno scopo, e nel mirare solo a quello, non rendersi conto che il senso è nelle cose; trovare significa non avere uno scopo, restare aperti ad accogliere in sé l’Unità. Siddahrta diviene allora compimento, ricongiungimento, fusione panica e mistica con la natura e con tutte le cose. Nello scorrere di un fiume, Siddharta vede l’eterno. Nel panta rei del corso fluviale, egli vede come ogni cosa diviene ma è allo stesso tempo: così come il fiume scorre sempre senza mai cambiare forma, così il divenire delle cose si può riassumere nella comprensione dell’Unità, nell’amore per il mondo che “di tutte mi sembra la cosa principale”.

Siddharta comprende il mondo proprio quando smette di fuggirne. Per tutta la vita si è sempre sentito superiore agli uomini-bambini, osservatore esterno rispetto alle passioni degli uomini. La rivelazione arriva proprio dopo che anche lui comincia a soffrire per amore verso altre persone, a sentire vibrare la profondità del proprio essere per il dolore della perdita. E così si rende conto che forse, ad essere bambini nella loro ingenuità, sono i filosofi: imperterriti nel seguire una dottrina, non considerano che la dottrina è la vita stessa, unica maestra. E così, accade che il più grande maestro della vita di Siddharta non sarà il Buddha, con la perfezione della sua dottrina e del suo insegnamento; ma sarà l’umile barcaiolo Vasudeva, con l’umile capacità di ascoltare, con il suo protendersi verso l’Altro non con la verticalità del rapporto insita in un maestro che insegna una dottrina a un discepolo, ma con la bellezza della comprensione delle fragilità altrui.

“Siddharta” è il capolavoro più grande di Herman Hesse: un libro che insegna l’amore per la vita, in tutte le sue accezioni. Un libro che insegna ad amare il bello e anche il brutto, nella consapevolezza che sono forse parte di un’unica, grande verità. Un libro che stimola chiunque voglia leggerlo a trovare (non a cercare) il senso delle cose nel viverle appieno. Un piccolo breviario di saggezza. Provate a sentire il suono di un fiume dopo averlo letto: lo sentirete ridere della bellezza delle cose.


Di Daniele Ballerini