SISIFO, METAFISICA E IL DIZIONARIO

Una storia di cose vecchie


Nel primo caso bisogna denunciare un cinismo teoretico (1) [...].


Mi perdo nei meandri dei discorsi. Per essere sincero, mi perdo nei discorsi e basta.

Non mi considero stupido (ma neanche un genio) o ignorante (ma nemmeno

estremamente acculturato), ma la lettura ultimamente mi sta diventando

estremamente ostica. Ora perché mi distraggo a pensare ad altre cose lungo il flusso

delle parole, ora perché trovo parole che conosco tangenzialmente e che mi

risuonano senza avere quell'esattezza semantica che tanto mi piace usare nei concetti

che esprimo. Teoretico , mi dico, avrà a che vedere con la riflessione teorica del reale,

cercando di restare attaccato alla lettura senza fermarmi:


[...] Assiologia (2) e assiometria (3) spariscono.


ed ancora:


[...] L’assurdo è troppo proteiforme (4) e polisenso perché questa possa essere una sorpresa.


Posto che il senso lo si capisce, o che almeno io “ci possa arrivare”, non è certo mia

intenzione aprire un dibattito sulla complessità di questa Prefazione che Corrado

Rosso fa a “Il mito di Sisifo” di Albert Camus edito da Bompiani (5) . Ma è

semplicemente un gancio per ciò di cui voglio parlare: il fascino dell’usato, del

vecchio, del so called vintage.

Mentre io leggevo, infatti, pensavo a come avrei voluto avere un dizionario in camera

per poter cercare le parole. Voi direte, “ma perché non guardare online?”,

assolutamente giusto, ma al contempo, una cosa che sto cercando di evitare. In

contrasto con quello che dice la mia app di benessere digitale (6) , app di big G (7) che

aiuta a limitare e tenere sotto controllo l’utilizzo che si fa del proprio device, visto che

inequivocabilmente mi riporta alla realtà con le sue troppe ore di schermo acceso,

a volte oltre un terzo della mia giornata, per quanto ci siano variazioni anche di differenti

ore, visto che

lavorando sui social media a volte evito ogni social, altre volte,

per lanci di campagne ad esempio, devo passarci molto tempo).

Dicevamo, sto cercando di evitare il telefono (oggi, 26/11, “solo”

3 ore di schermo acceso alle 4 del pomeriggio, contro giornate

dove ne faccio 10 in totale) e dunque mi sono soffermato a

pensare come sarebbe stato utile avere in camera un dizionario

fisico. Da lì è iniziata la mia riflessione, tutti i dizionari che ho

sempre usato avevano almeno 15 anni: che fossero in prestito a

scuola durante le verifiche o quelli di mia madre o di mia zia per

le traduzioni dei compiti a casa, non ho mai comprato un

dizionario nuovo (anche viste le cifre astronomiche). Mi sono

trovato dunque a rendermi conto che la percezione che ho nella

testa di dizionario (o di vocabolario in

genere (8) ), è quella di un

volume usato ed usato, tanto sfogliato quanto ingiallito, magari

con appunti ed evidenziature. Dovessi scegliere un vocabolario

oggi, visto che per assecondare questa mia fantasia ho pensato

ad un acquisto in questo senso, comprerei dunque un libro

nuovo o uno già passato dalle mani di qualcuno? Senza dubbio la

seconda opzione. Posto che sia utilissimo da un punto di vista

ambientale il riuso, allo stesso livello di riciclaggio ed acquisto

consapevole (e con esso tutte le campagne che si fanno anche per

costruire consapevolezza intorno ai fenomeni Amazon,

e-commerce, etc.), la ragione che mi spingerebbe ad una scelta

di questo tipo sarebbe di altra natura: di gusto, per non dire

estetica. Rifacendomi ad un concetto di

opera d’arte di

concezione Benjaminiana (9) , la percezione di ciò che un testo

artistico (10) ha intorno a sé (l’aura) può essere attribuita anche a

ciò che arte non è, o per lo meno, non è stato pensato in questi

termini. Un vecchio dizionario è stato prodotto per determinate

funzioni, così come una vecchia radio, una vecchia lampada e

un vecchio paio di pantaloni, e l’hanno solitamente fatto. E

adesso?


Così come tutto ciò che è stato prodotto per rispondere ad una

(più o meno vitale) necessità, ma che ormai ha “fatto il suo

corso”, superando il primo ciclo di utilizzi (che non significa solo la prima fase di

disinteresse -e la conseguente cancellazione dal panorama quotidiano del percepito (11) -), questo è stato dimenticato, abbandonato o ceduto. Venendo recuperato, però, questo è il punto.

Ri-vissuto, ri-utilizzato da un nuovo individuo questo oggetto assume un carattere e attribuisce una caratterizzazione per il personaggio che lo ha con sé (con una metafora teatrale) del tutto nuova.

Che sia un dizionario o un capo di abbigliamento non risponde più solo alla fruizione, o

funzione, ma assume un potere comunicativo maggiore: si è compiuta una scelta (più

o meno consapevole) di uscire dal flusso di acquisti principale e questo ci ha condotti

al recupero. Non è solo una battaglia ideologica all’inquinamento e alla eccessiva

produzione massificata, è anche una questione di stile: quell’oggetto, come era in

principio, riconquista la sua aura di oggetto di stile: esempio più calzante nella moda,

ma comunque applicabile anche al “nostro” dizionario (12) . Continuando ad evitare di

soffermarci sulle tematiche (vitali) di riciclo, riuso e utilizzo consapevole che si

sceglie di dare come assunte, sottolineando come queste possano essere aiutate e

supportate da quanto si afferma per il livello estetico, si deve continuare passando

per i piani comunicativo e filosofico, vedendo quello che un oggetto di questo tipo

rappresenta nel suo secondo (e successivi) ciclo di utilizzi.


Si va a comporre uno stile, quello del vintage, del retró, fatto come Arlecchino, di vari

pezzi appartenenti a periodi e correnti diverse tra loro. L’unica discriminante diventa

il gusto della persona. Di fatto ci si sente dunque speciali, unici, pur indossando

qualcosa che probabilmente è stato prodotto in molti, se non moltissimi esemplari, si

ha la percezione di essere differenti da tutto e da tutti, se non nello stile nel pensiero

o nei modi, ma è così? La domanda retorica ha chiaramente (secondo chi scrive)

risposta negativa e anzi, rappresenterebbe una possibilità superficiale, egocentrica e

limitata (13) .

Di fatto, a partire dal rapporto con i nostri genitori, passando per la filosofia di vita,

per i vestiti, per i gusti, chiunque si metta in discussione o voglia porsi delle domande

si accorge di come ci siano dei fili rossi che ci collegano con chi condivide con noi il bagaglio, o più correttamente background, culturale (14) poniamo dunque questi fattori

randomici insieme a una parte di indole e carattere, facilitati od ostacolati ad uscire

da parte delle sovracitate istituzioni socio-culturali e tracciamo una riflessione sul

concetto di bene e male, prima di tornare a quello di stile. Uno non deve comportarsi

bene perché deve o perché è speciale tanto quanto non deve comportarsi con

egoismo e secondo la legge del più f...urbo. Non si è i soli ad essere buoni, e non è

una gara, così come non sei l’unica od unico a leggere le ipocrisie e le fallacità del

nostro sistema sociale (e potenzialmente a poterle sfruttare a tuo unico vantaggio).

Come specie abbiamo vissuto e vivremo oltre il tempo di una vita, ma non per questo

è dunque inutile puntare a cambiare “il mondo” e aiutare gli altri, occorre

semplicemente fare questo passo indietro per essere consapevoli. Consci che siamo

individui infinitesimi di una ben più ampia specie (15) , non è affatto lecito cedere a

nichilismi o egoismi estremi (non conta niente il mondo, penso solo a me stesso). Si

tratta ovviamente di un’opinione di chi scrive, quella basata sul fatto che il non essere

“al centro del mondo” non giustifica niente di tutto ciò, tanto più che restiamo al

centro del nostro, di mondo. Ritengo utile, però, questa ricalibrazione, che forse

molti avranno già fatto, e a questi chiedo scusa in caso di ridondanza, ma visto il

percorso ampio che ha portato me ed altre persone che conosco a fare questa strada

ed arrivare a queste conclusioni, ho ritenuto utile condividerle, tornando però a noi,

il punto, quale diventa?

Esattamente quel “noi”: l’identità che abbiamo rimane, per quanto ne sappiamo,

l’unico nostro punto di vista, privilegiato e insostituibile nell’arco di un’esistenza,

possiamo estenderlo o limitarlo, avere influenze che ce lo facciano piegare a favorire

determinati paesaggi di vita, ma resterà l’unico che abbiamo in potere di assumere, e

dunque dobbiamo restituire ad esso la giusta e dovuta dignità. Depotenziandolo e

riposizionandolo (16) , possiamo anche capire che questa nuova consapevolezza torna

utile per farlo andare dove si desidera, assecondando la propria volontà e dandole

seguito in maniera critica e sostenibile, per noi in prima persona, ma anche per la

società che tanto lontana e futile ci sembrava nel momento della realizzazione della

nostra concreta ininfluenza. Creando armonia tra i nostri pensieri, le nostre

modalità, e il sistema umano nel quale siamo immersi si può esaltare i valori che noi

e la società abbiamo in comune (che poi di nuovo, anche questo è prendersi cura di

sé fintanto che non si eccede in sindromi da crocerossinu varie).

Concludere qua o collegare a discorso gente nata dopo il 90?


Note: (1) teorètico agg. [dal lat. tardo theoretĭcus, gr. ϑεωρητικός] (pl. m. -ci). – 1. In filosofia, che appartiene o che si riferisce alla teoria o alla teoresi. -2. Nella tradizione didattica universitaria, indica più specificamente la pertinenza ai fondamenti generali dottrinarî della scienza: così la filosofia t. (anche assol. teoretica s. f.) è da un lato la filosofia della conoscenza, ma dall’altro anche una teoria generale della realtà, distinta sia dalla filosofia morale, o filosofia della pratica (che nel passato si preferiva chiamare addirittura filosofia pratica), sia dalla storia della filosofia.

(2) assiologìa (meno com. axiologìa) s. f. [dal fr. axiologie, comp. del gr. ἄξιος «degno, valido» e -logie «-logia»]. – In filosofia, scienza o teoria dei valori (logici, o estetici, o etici) che considera ciò che nel mondo è o ha «valore», che non è cioè una mera realtà di fatto.

(3) Ho cercato risposta anche in rete, ma non ho trovato nulla di soddisfacente. Dunque mi riduco alla

mia riflessione: che ha a che fare con assiomi e li usa per misurare e confrontare unità di reale(?).

(4) proteifórme agg. [comp. del nome di Pròteo e -forme]. – Che può assumere diversi aspetti o atteggiamenti, come Pròteo, divinità marina della mitologia greca, che aveva la facoltà di prendere qualunque forma di animale o la forma di un elemento (fuoco, vento o acqua) per sottrarsi a chi lo interrogava.

(5) Butto là, ci sono anche un paio di errori di battitura (riga 7, ad esempio).

(6) https://play.google.com/store/apps/details?id=com.google.android.apps.wellbeing&hl=it&gl=US o più

semplicemente cercando sul google play “benessere digitale”.

(7) Sciocco esplicitarlo, ma sempre bene essere chiari, Google.

(8) Rimando al corso di Storia della lingua italiana del Professor Marco Biffi dell’Università di Firenze (e accademico della Crusca), dove questi tratta ampiamente della storia e delle differenti tipologie di dizionari e di vocabolari.

(9) http://www.filosofico.net/esteticabenjaminnnn.htm

(10) In termini semiotici.

(11) Divento complesso come chi portavo ad esempio inizialmente. Mi sto riferendo al concetto di passaggio da oggetto di uso quotidiano, ad oggetto di uso saltuario, ad oggetto in disuso. Questo processo porta infine a dei soprammobili privi di utilità e funzione se non decorativa, di memoria, di rassicurazione, riempitiva, etc. Il Panorama quotidiano del percepito è dunque composto dall’insieme degli oggetti nell’ambiente che viviamo che percepiamo concretamente e i quali valutiamo consciamente come interagibili ed utilizzabili (anche per fini decorativi). Il panorama diffuso è associabile a quelli che sappiamo essere lì nel momento in cui ne abbiamo necessità, mentre il panorama del disuso indica (proseguendo in questa linea) quegli oggetti che forse ricordiamo vagamente, ma che non abbiamo in primo piano nella percezione.

(12) Avere un dizionario o una serie di libri datati indicava essere dotti in passato (come oggi), mentre nel nostro tempo indica anche una scelta rispetto alla lettura digitale, al già citato recupero, alla considerazione del passato, etc.

(13) Guarda caso i “valori” che sono stati proposti come vincenti ed esaltanti dalla narrativa comune e dal mirabolante sistema comunicativo Fininvest-Berlusconiano.

(14) Interessante leggere le definizioni di Bagaglio culturale: “l’insieme di tutte le cose che uno sa o sa fare.” e di Cultura “L’insieme delle cognizioni intellettuali che, acquisite attraverso lo studio, la lettura, l’esperienza, l’influenza dell’ambiente e rielaborate in modo soggettivo e autonomo diventano elemento costitutivo della personalità, contribuendo ad arricchire lo spirito, a sviluppare o migliorare le facoltà individuali, specialmente la capacità di giudizio.“. Per quanto riguarda il background unisce queste due definizioni unendole in un insieme condiviso da chi appartiene al nostro stesso genere, generazione, provenienza geografica, estrazione sociale, etc.

(15) Si potrebbe guardare al fatto che oggi siamo 1 esempio su 8 miliardi, senza figurarsi di quanti esseri umani della specie Sapiens siano esistiti lungo il corso della storia.

(16) Il nostro ego.



di Francesco Pipparelli