SOLIDARIETÀ A GIUDIZIO

Domenico Lucano. Il modello Riace, la condanna per solidarietà.

13 anni e 2 mesi di reclusione. Mezzo milione di euro da restituire per i finanziamenti ricevuti dallo Stato e dall’Unione Europea. Così il tribunale di Locri si è pronunciato rispetto al processo “Xenia” contro Domenico Lucano detto “Mimmo”.


Una condanna titanica su basi traballanti e fragili. I reati contestati dalla Procura di Locri sono associazione a delinquere, falsità ideologica, favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, abuso d'ufficio, truffa, concussione, peculato e turbativa d'asta. La fragilità di queste accuse appare chiara dal momento che la Cassazione aveva già smontato tutto l’impianto accusatorio.


Mimmo Lucano è a processo in seguito alla progettazione e attuazione di un sistema di accoglienza innovativo che venne identificato e riconosciuto nel mondo come “modello Riace”.

Durante il suo mandato amministrativo nel ruolo di Sindaco del piccolo paese sul versante ionico della Calabria, Mimmo aveva di fatto ideato un sistema di accoglienza diffusa basato sulla municipalismo solidale, l’economia orizzontale, l’empowerment dei singoli a beneficio della collettività.

Durante l’amministrazione Lucano, il paese di Riace aveva iniziato a respirare di nuovo. Mimmo era riuscito ad estinguere la peste dello spopolamento che affligge gran parte del sud Italia. Le voci dei bambini riempivano di gioia le strade e le piazze del paese. I negozi di alimentari avevano ripreso a pieno regime le vendite, nuove attività artigianali avevano fatto capolino tra i vicoli stretti del borgo.

Camminare per Riace apriva la mente sul possibile. Mettendo in discussione l’ordine statocentrico in cui viviamo, non c’era differenza tra chi al bar del paese si trovava a chiacchierare del più e del meno. Ognuno con il proprio bagaglio, ognuno aperto alla condivisione della propria storia e ad una riscrittura collettiva del presente nell’ottica del bene comune.


Il modello Riace ha fatto discutere. Il modello Riace ha fatto tremare chi, in tutta Italia, ha utilizzato i sistemi di accoglienza per lucrare sulla povertà.

Già nel processo di Mafia Capitale si era fatta luce sul corrotto sistema della gestione dei servizi di accoglienza. La proficuità e la maggiore sicurezza rispetto ad altri tipi di business avevano fatto in modo che anche le associazioni criminose si interessassero a questo nuovo mercato. Questa scelta da parte delle organizzazioni criminali, ha ovviamente avuto ripercussioni negative sui richiedenti asilo, accolti in centri che di accoglienza hanno ben poco e trattati, nella maggior parte dei casi, come delle bestie.


Mimmo ha dimostrato che, con un diverso tipo di amministrazione statale, c’era spazio per chiunque a prescindere dalle possibilità economiche e dalla provenienza. Sarà stato anche ingenuo, Mimmo. Probabilmente con le limitazioni giuridiche che hanno riguardato il sistema di accoglienza, emanate prima dal decreto Minniti-Orlando (2017) e poi dal decreto Sicurezza (2018), sarà possibilmente caduto nello spettro degli illeciti, preferendo comunque restare nei panni dell’umanità.

In nessun capo d’accusa mosso nei suoi confronti, infatti, si presume che l’ex Sindaco di Riace abbia cercato di trarre da questo sistema di accoglienza tornaconti economici di qualsiasi tipo. Questo ci fa dedurre che, se qualche reato è stato commesso, non è stato mosso da nient’altro che dal principio di solidarietà. Ciò che è stato duramente punito, dunque, non è altro che la compassione umana, la dedizione al cambiamento, il sentimento di fratellanza. E se il reato è l’umanità, di complici ce ne saranno migliaia.


Questa condanna, numericamente paragonabile ai tempi previsti per la detenzione di scafisti, ‘ndranghetisti e omicidi, dovrebbe generare, se non l’indignazione e la rabbia feroce, almeno il dubbio che gli interessi dietro l’espulsione di Domenico Lucano dalla scena politica e sociale italiana affondino le radici ben dentro il nostro corrotto e mafioso sistema politico.


Interessante inoltre che la conclusione severa di questo processo arrivi giusto con la conclusione della campagna elettorale che ha visto l’imputato protagonista. Il fine settimana del 3 e 4 ottobre, infatti, in Calabria si terranno le elezioni regionali. Domenico Lucano, candidato nella lista civica “Un’altra Calabria è possibile”, sostiene la corsa presidenziale di Luigi De Magistris.


Seppur la Magistratura si muova con i suoi tempi, e dovrebbe essere impermeabile alle influenze politiche, è comunque doveroso chiedersi se si sia trattata di un’assurda e ironica coincidenza e non di un pianificato processo politico, non equo e non legittimo.

Dovremmo pertanto chiederci se Mimmo Lucano non sia vittima di accanimento giuridico, se non siamo davanti ad una violazione dell’art. 3 della nostra Costituzione, che sancisce l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge senza distinzioni di nessun tipo, nemmeno rispetto alle opinioni politiche. Perché è proprio in quelle “opinioni politiche” che si vede l'uguaglianza non garantita. Perché Mimmo Lucano è stato condannato per le sue scelte politiche.


La possibilità che qualcosa possa essere diverso, che qualcosa possa esistere oltre alla ‘Ndrangheta in Calabria, fa paura. Fa paura a chi nelle polverose poltrone politiche è ben radicato. Fa paura a chi lucra, chi mangia sulle spalle della povera gente, chi si arricchisce impoverendo il resto della regione. Ma dovrebbe ucciderci di paura l’idea che niente potrà mai cambiare, la paura di vivere con l’odio razzista che muove le nostre parole, con la povertà che caratterizza le nostre esistenze.

Dovrebbe terrorizzarci l’idea che i sogni di Domenico Lucano vengano chiusi in una cella. Dovrebbero farci paura il silenzio e l’apatia.


Chi la Calabria la conosce, lo sa. Lo sa che forma hanno gli scheletri petulanti delle case abbandonate dagli emigranti. I paesini fantasma e l’economia a pezzi che li circonda. Sa perfettamente riconoscere il ghigno dei corrotti. Il sudore degli sfruttati nei campi, il tanfo delle baraccopoli. Chi dalla Calabria è segnato, ha guardato profondamente negli occhi del marcio. E tra tutte le persone che in Calabria si potrebbero definire “criminali”, Domenico Lucano no, non è tra loro.



di Letizia Goldone