#STOPASIANHATE E ALTRE TENDENZE

***English version below***


È il 17 marzo 2021, San Patrizio (me lo ricordo perché mia madre si chiama Patrizia).


Mi alzo, vado a fare colazione, apro Twitter mentre bevo il caffè e scorro distrattamente la bacheca. Mi cade l’occhio sugli hashtag in tendenza, e aggrotto la fronte – tra i vari Garko, Bersani, e qualche nome legato ai Grammy Awards che si sono tenuti un paio di giorni fa, c’è una frase che mi colpisce: Stop Asian Hate, “ferma l’odio contro gli asiatici”.


Che esista una forma di razzismo contro etnie non occidentali non mi sorprende di certo, anzi: non è una novità che chi proviene dal continente asiatico sia discriminato, a meno che non abbia un conto in banca da molti zeri. Mi chiedo però se ci sia stato un evento in particolare che abbia scatenato gli utenti di Twitter.


Clicco sull’hashtag e sul mio schermo appaiono tutti quei tweet che contengono il motto in questione. Mi basta leggerne un paio per scoprire cos’è successo.


Martedì 16 marzo, vicino ad Atlanta, intorno alle 17.00 (orario americano), un uomo bianco, Robert Aaron Long, ha aperto il fuoco più volte su un centro massaggi chiamato Youngs Asian Massage Parlor, uccidendo quattro persone e ferendone una. In seguito, dopo essersi spostato in città, ha ripreso a sparare, stavolta colpendo mortalmente tre persone del business Golden Spa. Quando la polizia è arrivata sul posto, l’uomo stava completando la sua opera dall’altra parte della strada, prendendo di mira il locale Aromatherapy Spa e uccidendo un'altra persona.


Cos’avevano in comune queste tre piccole attività? Erano gestite da e/o impiegavano persone di origini asiatiche. E cosa avevano in comune le vittime? Tutte, a parte una, erano donne asiatiche.


La componente razziale del crimine sembra alquanto evidente, ma c’è chi pensa che sia una coincidenza: il Cap. Jay Baker – un poliziotto dell’Ufficio dello Sceriffo della Contea di Cherokee, che si è occupato dell’arresto dell’omicida – ha affermato, durante un comunicato stampa, che il giorno della sparatoria “era stata davvero una brutta giornata per Long”. Ha anche riferito che, secondo l’accusato, il crimine non era stato motivato dal razzismo ma da una dipendenza dal sesso, a causa della quale Long stava cercando di eliminare (nel senso fisico del termine) le possibili tentazioni. “Ne aveva avuto abbastanza e aveva raggiunto il suo limite,” conclude Baker.


In un colpo di scena che non sorprende nessuno, sui social media del Capitano Baker sono poi stati trovati dei post razzisti, in particolare contro il popolo cinese, tant’è che il poliziotto è stato rimosso come portavoce del caso.


Baker, però, non è stato l’unico ad avere dei dubbi: il direttore dell’FBI Christopher Wray ha riferito a Npr che “ [il crimine] non appare motivato dal razzismo”.


Sembra quasi che ci sia una corsa a rassicurare la popolazione che no, Long non è razzista, è solo un uomo con una malattia mentale che lo ha spinto ad uccidere otto persone (il che aprirebbe ovviamente un diverso vaso di Pandora, il quale a quanto pare risulta, però, meno spaventoso di quanto lo sia una possibile componente razziale).


E perché ha scelto proprio quei luoghi? Per caso o, peggio ancora, perché i dintorni sono conosciuti per la presenza di giri di prostituzione.


Spostare il focus – e per alcuni anche la colpa – sulle sex workers e negare la componente razziale è un vecchio, e grave, trucco: non solo si tenta di minimizzare la questione, con l’evidente implicazione che chi si prostituisce non faccia parte del tessuto sociale “per bene” e che quindi non lo tange; questo meccanismo è anche parte di una tendenza che è restia ad ammettere che l’Occidente abbia un problema di razzismo. Anche quando vengono compiuti crimini che chiaramente hanno una motivazione etnica, spesso le istituzioni (e parte dell’opinione pubblica) cercano ossessivamente di trovare spiegazioni diverse, nell’estremo sforzo di dipingere gli eventi come casi isolati che non richiedano un intervento sistemico.


Questo avviene perfino quando sembra che le prove del contrario siano schiaccianti: nel caso della sparatoria ad Atlanta, ad esempio, testimoni hanno dichiarato di aver sentito l’uomo gridare “voglio uccidere tutti gli asiatici!” poco prima di aprire il fuoco. Questa notizia è però riportata nei principali media della Corea del Sud e non in quelli americani.


È un fatto, in ogni caso, che la violenza contro le persone di origine asiatica sia aumentata nel corso del 2020. Il virus COVID-19, colpevole tra le altre cose di essere nato in Cina, ha legittimato, nella mente di alcuni, i sentimenti d’odio nei confronti di tutto l’Est e il Sud-Est asiatico – i quali, lo ricordiamo, comprendono altri quindici Stati oltre la Cina. Già a maggio 2020, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, metteva in guardia i governi dei vari Paesi contro l’ondata di xenofobia e razzismo che stava investendo tutto l’Occidente. Queste violenze non sono state solo fisiche e mosse da privati cittadini, ma sono state presenti anche nei media e nelle parole di alcuni Capi di Stato – difficile dimenticare Donald Trump che definisce il COVID-19 “il virus cinese”. Tutto ciò è aggravato dal fatto che il razzismo verso gli asiatici passa quasi in sordina, ed è addirittura forse più normalizzato di quello verso altre etnie.


L’Italia, ovviamente, non è stata da meno, ma ha anzi sperimentato numerosi episodi di vandalismo a discapito di attività a gestione asiatica, di violenza sia verbale che fisica, e di discriminazione.


A differenza di quanto succede per l’America del Nord, è sorprendentemente difficile trovare dati statistici e comparati sull’andamento della discriminazione in Europa – l’Eurostat ad esempio non riporta nessuno studio a riguardo dal 2018 – e lo è ancora di più se si restringe la ricerca alle persone di origine asiatica. Nel report Coronavirus pandemic in the EU: Fundamental Rights Implications della FRA, l’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali, vengono riportati vari casi di discriminazione e di crimini d’odio contro cittadini di origine o discendenza asiatica, ma è molto difficile trovare qualcosa di più. Questo atteggiamento rientra in quella tendenza sopracitata a non affrontare il problema del razzismo sistemico che colpisce tutto l’Occidente, anche l’Europa, quasi che, una volta nascosto sotto al tappeto, cessi di esistere. Il fatto che ci siano pochissime pubblicazioni su questo fenomeno è un fatto grave, perché senza un quadro chiaro e unitario della situazione è difficile impiegare gli strumenti adatti a migliorarla. Anche decidere di non fare un grafico può avere un peso politico.


Campagne spontanee sono nate per contrastare questo tsunami, come #jenesuispasunvirus (non sono un virus in francese) su Twitter e I Am Not Your Scapegoat (non sono il tuo capro espiatorio in inglese) a Brooklyn, ma nessun governo ha impiegato particolari risorse per combattere il fenomeno.


#StopAsianHate rientra in questo quadro di movimenti volontari che attraversano i confini nazionali e che sono nati per necessità, in mancanza di una legislazione internazionale (e intranazionale) che tuteli chi è target di odio razziale. Gli utenti si stanno già organizzando per riunirsi in manifestazioni e veglie in diverse città (soprattutto americane). Quello che è successo ad Atlanta non è che un ulteriore crimine d’odio, ma stavolta sarà difficile considerarlo “l’ennesimo caso isolato”, dato che una marea umana numerosa e molto forte è ormai in movimento perché venga riconosciuto come parte di un problema più grande. Forse, per combattere l’ondata di razzismo e xenofobia che affoga l’Occidente, è necessario che si innalzi un’onda opposta ma più alta, più veloce, più potente – una salvifica marea di cui dovremmo fare tutti parte.



di Anna Credendino ***English version***


#STOPASIANHATE AND OTHER TRENDS


It's March 17, 2021, St. Patrick's Day (I remember because my mother's name is Patrizia).


I get up, have breakfast, open Twitter while sipping my coffee and absent-mindedly scroll through the posts on my wall. I glance at the trending hashtags, and I frown - among the various Garko, Bersani, and a few names related to the Grammy Awards which had been held a couple of days prior, there is one phrase that catches my attention: Stop Asian Hate.


It obviously doesn’t surprise me that non-Western ethnic groups are experiencing racism: it is nothing new that those who come from the Asian continent are discriminated against, unless they have a bank account with many zeros. But I wonder if there was one event in particular that triggered the rage of Twitter users.


I click on the hashtag and on my screen all those tweets containing the motto in question appear. I only need to read a couple to find out what happened.


On March 16, around 5 p.m. (U.S. time) near Atlanta, a white man, Robert Aaron Long, opened fire several times on Youngs Asian Massage Parlor, a local massage center, killing four people and wounding another. Later, after moving into town, he resumed shooting, this time fatally hitting three people at the business Golden Spa. When police arrived on the scene, the man was completing his work across the street, targeting the Aromatherapy Spa and killing yet another person.


What did these three small businesses have in common? They were run by and/or employed people of Asian descent. And what did the victims have in common? All but one were Asian women.


The racial motive of the crime seems quite evident, but some think it's a coincidence: during a press release, Capt. Jay Baker - a police officer with the Cherokee County Sheriff's Office who handled the arrest - said that the day of the shooting "had been a really bad day for Long." He also reported that, according to the accused, the crime had not been motivated by racism but by a sexual addiction, due to which Long was trying to eliminate (in the physical sense of the word) all possible temptations. "He had had enough and was at the end of his rope," Baker concluded.


In a twist that surprised no one, racist posts were then found on Captain Baker's social media, specifically targeting the Chinese people, so much so that the cop was removed as the spokesperson for the case.


Baker, however, was not the only one with doubts: FBI Director Christopher Wray told NPR that "[the crime] does not appear to be motivated by racism."


It seems as if there's a rush to reassure the population that no, Long is not a racist, he’s just a man with a mental illness that drove him to kill eight people (a scenario that would obviously open a different Pandora's box, which is apparently less frightening than a possible racial component).


And why did he choose those locations? By chance or, even worse, because the neighborhoods are known for the presence of prostitution rings.


Shifting the focus - and for some even the blame - onto the sex workers and denying the racial component is an old, and serious, trick: not only there is an attempt to minimize the issue, with the obvious implication that those who prostitute themselves are not part of the "decent" social fabric and therefore do not affect it; this mechanism is also part of a tendency that is reluctant to admit that the West has a Racism problem. Even when crimes are clearly ethnically motivated, institutions (and some public) often obsessively try to find different explanations, in an extreme effort to paint the events as isolated cases that do not require systemic intervention.


This happens even when there’s overwhelming evidence to the contrary: in the case of the Atlanta shooting, for example, witnesses claimed to have heard the man shout "I want to kill all Asians!" just before opening fire. This news is reported in the main South Korean news outlets but not in the American media.


It is a fact, however, that violence against people of Asian descent has increased during 2020. The COVID-19 virus, guilty, among other things, of having originated in China, has legitimized, in the minds of some, feelings of hatred towards all East and Southeast Asia - which, remember, includes fifteen other states besides China.


As early as May 2020, the Secretary General of the United Nations, Antonio Guterres, warned the governments of various countries against the wave of xenophobia and racism that was sweeping across the West. This violence hasn’t been only physical and executed by private citizens but was also present in the media and in the words of some Heads of State – it’s hard to forget Donald Trump calling COVID-19 "the Chinese virus." All of this is compounded by the fact that racism towards Asians passes almost unnoticed and it’s perhaps even more normalized than that towards other ethnicities.


Italy, of course, is not to be outdone, and has experienced numerous episodes of vandalism at the expense of Asian-run businesses, both verbal and physical violence, and discrimination.


Unlike what happens with North America, it is surprisingly difficult to find statistical and comparative data on discrimination trends in Europe - Eurostat, for example, reports no studies on this after 2018 - and even more so if you narrow your search to people of Asian descent. In the report Coronavirus pandemic in the EU: Fundamental Rights Implications by FRA, the European Union Agency for Fundamental Rights, several cases of discrimination and hate crimes against citizens of Asian origin or descent are reported, but it is very difficult to find anything more. This attitude is part of that aforementioned tendency not to address the problem of systemic racism that affects the entire West, even Europe, as if, once swept under the rug, it ceases to exist. The fact that there are very few publications on this phenomenon is a serious issue, because without a clear and unified picture of the situation it’s difficult to employ the right tools to improve it. Even deciding not to make a graph can have political weight.


Spontaneous campaigns have sprung up to counter this tsunami, such as #jenesuispasunvirus (I am not a virus in French) on Twitter and I Am Not Your Scapegoat in Brooklyn, but no government has deployed significant resources to combat the phenomenon.

#StopAsianHate is part of this framework of voluntary movements that were born out of necessity and cross national borders, in the absence of international (and intranational) legislation to protect those who are targets of racial hatred. Users are already organizing to gather in demonstrations and vigils in several (mostly American) cities. What happened in Atlanta is but one more hate crime, but this time it will be difficult to consider it "yet another isolated case," as a large and very strong human tide is now moving for it to be recognized as part of a larger problem. Perhaps, in order to fight the wave of racism and xenophobia that’s drowning the West, an opposite but higher, faster, more powerful wave needs to rise - a salvific tide of which we should all be part of.


by Anna Credendino