STORIA DI UN FALLIMENTO

Quando io sono nato mia madre era molto giovane. Esordisco così perché mentre provo ad abbozzare qualche riga di riflessione sui fatti del G8 di Genova, arrogandomi in modo forse un po’ presuntuoso il diritto di parlare a nome di una generazione che il 2001 neanche se lo ricorda, non posso fare a meno di pensare che se nel luglio 2001 io non avessi avuto poco meno di 2 anni, forse mia madre — all’epoca neanche trentenne — sarebbe stata a Genova. Questo pensiero mi accompagna spesso nelle mie letture sul G8 del 2001 perché mia madre, impiegata di banca e non pericolosa sovversiva, sarebbe potuta essere là e non c’era, ma al suo posto c’erano migliaia di altre persone come lei che sono state massacrate in una inutile carneficina che vent’anni dopo lascia alla luce del sole i nomi delle vittime, ma non ha ancora indicato e forse non indicherà mai i colpevoli.

Il G8 di Genova è stato un fallimento di tutti e sotto tutti i punti di vista: questa è la tesi che rispecchia meglio l’idea sicuramente incompleta (quantomeno per motivi anagrafici) che ho avuto modo di farmi. Questa tesi è però ben sostenuta da Giovanni Mari, un giornalista che invece a Genova c’era e che vent’anni dopo ha la forza e la lucidità di raccontare quello che ha rappresentato il summit dei Grandi del 2001 a chi per un motivo o per l’altro non c’era, mostrando con un rigore quasi trattatistico gli errori e i fallimenti di tutti, partendo dai preparativi fino ad arrivare alle indagini degli anni successivi.

La prospettiva del fallimento totale, lo dice l’autore stesso, è del resto l’unica possibile se si vuole salvare politica e vertici delle forze dell’ordine dal sospetto di essere stati fin dall’inizio in malafede e di aver architettato a sangue freddo ogni singolo massacro avvenuto in quei giorni. In Genova, vent’anni dopo l’idea centrale è dunque che si sia sbagliato. Su tutta la linea. Il fallimento tuttavia non avviene perché le istituzioni vengono colte alla sprovvista — fatto che sarebbe in ogni caso stato molto grave — bensì per manifesta incapacità di gestire una piazza simile. Le manifestazioni dei noglobal non sono una novità nel 2001, si sono già viste piazze come quelle di Seattle nel 1999, di Praga nel 2000 e nella stessa Italia pochi mesi prima del G8, nel marzo del 2001, si è assistito a un'importante contestazione repressa a Napoli, la cui scarsa considerazione da parte della politica si rivelerà un tragico errore in vista di Genova.

Già nei preparativi, sostiene Mari, gli errori si sprecano. L’intelligence italiana, in collaborazione con i servizi segreti degli altri Grandi, stila rapporti nei quali l’infiltrazione nel movimento noglobal da parte di gruppi violenti, principalmente riconducibili all’estrema destra, provenienti dall’estero è data più come una certezza che come una possibilità. I ministri dell’Interno europei riuniti a Bruxelles decidono addirittura il blocco temporaneo di Schengen, e tuttavia i controlli alla frontiera scarseggiano e le uniche piccole tensioni hanno luogo a Ventimiglia e al porto di Ancona, dove vengono respinti 150 cittadini greci tra cui Alexis Tsipras. Mentre il futuro premier greco viene respinto però Fronte Nazionale e Forza Nuova organizzano autobus da tutta Italia per infiltrarsi nei cortei e arrivano addirittura gruppi di neonazisti dalla Germania.

Agli errori in fase di avvicinamento al summit si sommano poi quelli avvenuti durante e dopo il G8. Mario Placanica, nel momento in cui spara a Carlo Giuliani, ha 20 anni. Basti questo per avviare una riflessione su come si è arrivati alla tragedia. Uno dei limiti della politica e in particolare del centrosinistra, ma anche di buona parte dei media mainstream negli anni successivi, è stato quello di non fare sufficienti pressioni sui vertici del governo e delle forze dell’ordine. Perché in una piazza come quella di Genova viene messo un carabiniere di 20 anni, verosimilmente troppo inesperto per scontri di questo tipo? O ancora, chi dà l’ordine di caricare il corteo pacifico in via Tolemaide generando i disordini che portano a piazza Alimonda? La centrale operativa, dice Mari, dà ordine ai carabinieri (che in via Tolemaide ci sono per puro caso) di proseguire alla ricerca dei casseur lasciando passare il corteo dei Disobbedienti. Eppure qualcuno dà l’ordine di bombardare la testa del corteo con i lacrimogeni, dando il via agli scontri.

Il dibattito politico e mediatico sul caso di Giuliani negli anni successivi si appiattisce sul fatto che il ragazzo si stava avvicinando al Defender dei carabinieri con un estintore sollevato sopra la testa, ma in pochi chiedono perché si sia arrivati lì e quei pochi non ricevono alcuna risposta. Un importante limite del modo in cui non solo la questione di Giuliani, ma della grande maggioranza dei fatti di Genova viene trattata è appunto questo: l’appiattirsi sugli episodi senza andare alla radice dei madornali errori che li hanno causati, radice che avrebbe portato inevitabilmente ai vertici delle forze dell’ordine, troppo distanti dalla piazza e dai loro stessi uomini.

Vedendo le immagini del G8 del 2001 risulta difficile credere che un massacro così sistematico sia avvenuto per caso e spesso nella mente di chi sta scrivendo si è fatta strada l’idea che dietro non potesse esserci altro che malafede; ma risulta difficile anche credere che tutte le forze dell’ordine schierate in piazza fossero lì con lo scopo esclusivo di massacrare. È difficile comprendere come sia possibile che eventi che hanno completamente stroncato la voglia e la capacità di fare attivismo per una generazione intera siano avvenuti solo per errore, e forse quei dirigenti di polizia e quella classe politica un segnale forte alla piazza lo volevano davvero dare. Il segnale è però stato dato mandando allo sbaraglio uomini che poi sono stati scaricati dai loro stessi capi che — è questo il messaggio di Giovanni Mari in Genova, vent’anni dopo — hanno prima deliberatamente ignorato i campanelli d’allarme e poi, consumatasi la tragedia, hanno proseguito come se niente fosse nella loro carriera scaricando ogni colpa sui singoli. E così a Genova ha vinto solo chi ha fatto macchiare altri di crimini orribili e non ha mai pagato.



di Fabio Carnevali