STORIE DI ORDINARIA FOLLIA

Erezioni Eiaculazioni Esibizioni


Crudo, provocatorio e violento è il mondo in cui si muovono i personaggi dei 42 racconti che compongono questo testo, parzialmente autobiografico, del grande poeta e scrittore statunitense Charles Bukowski.


É un mondo che puzza di whisky da quattro soldi, di sangue rappreso sotto a un naso rotto e di tabacco scadente. Un mondo dimesso, di brutture e di violenze, di gente che cerca di campare giorno per giorno, spesso rubacchiando o cacciando le anatre del parco. Lo popolano gli antieroi, i falliti, i reietti sociali. Si tratta di un mondo folle, ma ben lontano dall’irreale: al contrario è un luogo concretissimo, vissuto quotidianamente da coloro che non riescono a stare al passo con la foga di “rimboccarsi le maniche”, iniettata negli statunitensi dopo la crisi del ’29.


Il protagonista ne è l’abitante per antonomasia: brutto, pigro, alcolizzato, perverso, violento. Spesso non ha una casa propria, per vivere talvolta scribacchia racconti osceni mentre spera di guadagnarsi qualche giorno di lusso scommettendo sui cavalli. In questa realtà la vera bellezza non trova posto: quando se ne scova un pezzetto essa è imbruttita, degenerata e infine uccisa. E come Dante ammonisce i malcapitati visitatori dinnanzi alle porte infernali, anche Bukowski avvisa dal primo racconto i lettori che non li attende nulla di bello. Infatti, la bellezza si suicida immediatamente, nel primo racconto, La più bella donna della città: nessuno la comprendeva nella sua profondità d’animo, ma solo come puro oggetto sessuale.


Non voglio spoilerare altri racconti perché spero davvero voi vogliate leggere questo libro. Certo, è scabroso, folle, degenerato, ma bellissimo e soprattutto di una vividezza difficilmente imitabile. Bukowski fa larghissimo uso del DIL (discorso indiretto libero) per riportare i pensieri del protagonista, cui alterna il discorso diretto quanto egli interagisce con altri personaggi. Ma la velocità delle battute, il sapiente utilizzo dei termini, dipingono scene palpabili. Si potrebbe dire che Bukowski interpreti la tecnica impressionista, fatta di tratti rapidi ed incalzanti, in maniera letteraria. Egli però non dipinge un tranquillo stagno fiorito alla Monet, ma piuttosto la caotica disperazione vangoghiana, cui aggiunge il marcio, il degenerato, l’eccessivo. Il risultato? Un orrido viscerale e provocatorio, che non può non essere letto.


Voglio però concludere con uno spunto di analisi che mi è venuto in mente riflettendo sul titolo.


L’ordinaria follia di Bukowski sembra fare eco all’analisi proposta dal noto filosofo francese Foucault: ciò che è folle è deciso dall’autorità ed è ciò che non si conforma al discorso dominante. In altre parole, le vicende descritte da Bukowski sono folli perché lontane dall’ideologia propagandata dallo stato, che dipinge il vero cittadino statunitense come colui che mira al successo circondato dal benessere. I suoi personaggi sono folli perché non fanno alcuno sforzo reale per migliorare la propria condizione: non si impegnano con costanza, non cercano un lavoro stabile, non vogliono essere rispettabili: a loro basta campare, scopare e bere. Con questa affermazione non voglio certo appiattire la complessa tesi di Foucault che studia accuratamente il sistema delle carceri, dei manicomi, della scuola, per comprendere come il potere penetri ed influenzi le pratiche di tutti i giorni decretando il confine tra normalità e follia (che è assolutamente permeabile e mutevole). Ciononostante, ritengo che la lettura foucaultiana del testo di Bukowski offra un ottimo spunto di riflessione: individua la pesante critica che Bukowski muove all’ipocrisia degli USA, paese che mentre si afferma come potenza mondiale, promotrice di uno stile di vita invidiabile, nasconde e segrega nei bassifondi più scabrosi i propri folli.



di Simona Bianchi