Tempo di agire: Bologna e la questione ambientale

Bologna, 30 Settembre 2019. Il consiglio comunale approva la Dichiarazione di emergenza climatica, con tre ordini del giorno sul tema: una road map operativa, impegni e tempi precisi e la creazione di un’assemblea popolare. È uno dei primi comuni italiani a darsi obiettivi radicali recependo le linee guida del movimento di attivisti “Extinction Rebellion”, nato nel 2018 nel Regno Unito - con l’azione congiunta di circa cento accademici che hanno firmato il cosiddetto “invito all’azione” – e che usa tecniche di disobbedienza civile. Non è stato un processo semplice, né scontato, ed è stato reso possibile dalle numerose azioni di protesta degli attivisti che si rifanno al movimento britannico e dalla voglia di cambiamento dimostrata dai ragazzi scesi in strada qualche giorno prima del consiglio comunale in questione. Ebbene sì, il consiglio comunale della città di Bologna dimostra di essere consapevole della più grande problematica dei nostri giorni (o, forse, più dei giorni futuri), e si è impegnato ufficialmente a diffondere i numeri relativi all’emergenza e a promuovere azioni in grado di diminuire i livelli delle emissioni, con l’obiettivo di dimezzarle entro il 2025 e di azzerarle entro il 2030. Bel segnale, dato che la votazione è stata pressoché unanime, con la sola astensione di Lega e Fdi (sempre volti al futuro). Tutto ciò rappresenta un bel passo in avanti. È pur sempre la prima volta nella storia dell’uomo che gli errori di una generazione vengono pagati in modo così diretto da chi, quando quegli errori sono stati fatti, non era ancora nato. Motivo per cui il problema è stato sempre tenuto nascosto sotto al tappeto, in attesa di quelle generazioni che avrebbero dovuto aprire il vaso di Pandora e guardarci dentro, senza avere più l’occasione di chiuderlo facendo finta di niente. Il vaso è stato aperto, a livello internazionale, nazionale e finalmente anche locale. La politica, dopo tanto (troppo), sta guardando dritto in faccia il mostro. Tutto bello, fino a qui. Ma in una politica fatta sempre più di vuoti slogan, fermarsi alle parole sarebbe far peggio di chi, ancora oggi, preferisce far finta che il cambiamento climatico non esista. Dall'1 Ottobre al 31 Marzo 2020, infatti, tornano a Bologna le misure anti-smog che limitano la circolazione dei veicoli più inquinanti, con l’attivazione delle cosiddette “domeniche ecologiche”: due domeniche al mese in cui il biglietto urbano dell’autobus avrà una valenza giornaliera. Bene, anche qui, ma a metà. È solo un piccolo esempio, che lascia però capire quanto sia lungo il passo tra i festeggiamenti per il riconoscimento dell’emergenza e l’attuazione di politiche pubbliche in grado di combattere realmente il problema, che si somma alla sensazione che forse si sarebbe potuto fare qualcosina in più. Anche l’università, nel frattempo, ha dimostrato di non voler rimanere indietro nella corsa ad una questione così importante (ed urgente). Nel 2018 l’Alma Mater ha avviato il progetto “Plastop” per eliminare progressivamente l’utilizzo di plastica negli spazi di ateneo. La sperimentazione è partita con l’installazione di una casina dell’acqua e di erogatori presso il Campus di Cesena, con l’intento di estendersi gradualmente alle altre sedi universitarie. Inoltre, dalla scorsa primavera, in quattro sedi a Bologna sono stati eliminati anche bicchieri e palette di plastica da alcuni distributori automatici. Ad oggi, la sperimentazione sembra andare un po’ a rilento, e la percezione di un mondo totalmente plastic free all’interno degli spazi universitari sembra essere ancora troppo lontana. Un’altra recente buona iniziativa dell’università è stata l’inaugurazione del bando green office, con il quale è possibile avanzare la richiesta per entrare a far parte del GOAL, un ufficio di coordinamento regionale e cittadino, il cui compito è quello di mettere in atto progetti a tema sostenibilità interni all’ateneo. Solamente il tempo saprà dirci se tali iniziative, apparentemente innovative, si evolveranno in progetti concreti e duraturi, oppure se si rivelerà solamente un’operazione di green washing, una strategia comunicativa finalizzata a costruire un'immagine di sé ingannevolmente positiva sotto il profilo dell'impatto ambientale, senza però portare avanti la battaglia nel concreto. C’è da dire, tuttavia, che tutto ciò che abbiamo affrontato fino ad ora rappresenta a prescindere una conquista sulla lunga strada della lotta al cambiamento climatico. Fino a qualche anno fa l’argomento veniva totalmente ignorato, e chi osava parlarne era visto come un folle idealista senza un briciolo di percezione della realtà. Siamo alla prima fase del processo: la discussione, che sta lentamente diventando sempre più consapevole. È giunto però il momento di passare alla seconda fase, quella dell’agire (da sempre la più complicata), che arriverà probabilmente soltanto quando sarà raggiunta la piena consapevolezza del problema da parte di tutti noi. Solo allora anche il mercato cambierà di conseguenza, costringendo anche il più disinteressato dei disinteressati alla questione ad adattarsi alla richiesta di strumenti sempre di più ecosostenibili. È forse vero, come dice qualcuno, che il problema non si risolve scendendo in piazza a manifestare, ma ricordiamoci che senza i milioni di ragazzi e ragazze (e non solo) scesi a manifestare nelle piazze, le stesse generazioni colpevoli del problema avrebbero continuato a nasconderlo sotto il letto il più possibile. Senza una ragazzina contro la quale qualcuno non vede l’ora di sfogare le proprie frustrazioni, forse a questo punto ci si sarebbe arrivati lo stesso, ma molto più lentamente e quando, probabilmente, il tempo per cambiare le cose non ci sarebbe stato più. Senza i migliaia di studenti del Friday for future, oggi, quasi sicuramente si parlerebbe di altro, ma sicuramente non di ambiente e di soluzioni alternative. È forse vero anche che fare i conti con la realtà è sempre più complesso di ciò che si pensa, che cambiare i meccanismi della macchina economica mondiale richiede più tempo di quello che la nostra generazione è disposta a concedere e che certe battaglie sottovalutano quelli che sono i veri interessi nascosti del mondo reale. Ma nessun giovane (di spirito, non di età) riflette prima sull’economia e poi sulle idee e nessuna rivoluzione è mai nata guardando prima all’economia e poi alle ideologie. Forse è giunto il momento di unirci - tutti, perché è una lotta comune - e di non cadere, per una volta, nella più classica delle guerre tra poveri, come quella tra i “pro Greta” e i “contro Greta”. Contro questo mostro, a nessuno è concesso il lusso di non far parte dei poveri.


- Marco Manetta

Foto della nostra Ginevra Abeti