TURCHIA, DI PATRIA E PATRIARCATO

Il 20 marzo 2021, il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha ritirato la Turchia dalla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, più prosaicamente nota come Convenzione di Istanbul. Per amara ironia della storia, il primo Stato firmatario della Convenzione a tirarsene fuori è anche il primo ad averla ratificata, il 12 marzo 2012; aperta alla firma durante la riunione del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa nel 2011 a Istanbul, la Convenzione ha così preso il nome dalla città turca. Dieci anni che sembrano molti di più.


Il recesso è avvenuto tramite un decreto presidenziale, senza dibattito in parlamento né consultazioni con la società civile, seguendo la linea autoritaria e liberticida del governo a guida AKP, che si accanisce contro chiunque percepisca come un nemico interno: curdi, giornalisti, universitari in protesta, ammiragli in pensione che si oppongono alla revoca dell’accordo di Montreux sulla navigazione nel Mar di Marmara, i propugnatori di valori estranei e irreligiosi come i diritti delle donne e delle persone LGBTQ+.


Il nesso tra queste due grandi categorie non è un caso. Come in altri paesi dello spazio eurasiatico, dal gruppo UE di Visegrád alla Russia, la ratio propagandistica e culturale del rifiuto turco della Convenzione è la percezione di un attacco all’unità considerata come base fondamentale della società, ovvero la famiglia nelle sue accezioni più patriarcali. In particolare, le teste di ponte di questo attacco sono identificata nella definizione del genere come costrutto sociale (art. 3 della Convenzione) piuttosto che come un tratto biologico, determinato dal sesso alla nascita, e nella disposizione di “tutelare i diritti delle vittime [...] senza alcuna discriminazione fondata sul sesso, sul genere, [...] sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere” (art. 4, comma 3).


Secondo le narrazioni politiche conservatrici, questo dettato normativo permetterebbe alle comunità LGBTQ+ di cavalcare l’onda dei diritti delle donne per propagandare l’omosessualità e attentare ai valori familiari che stanno alla base della comunità nazionale; il comunicato stampa della presidenza turca che annunciava il ritiro dalla Convenzione ha indicato proprio queste ragioni. I diritti delle donne in questione, del resto, sono considerati tali solo in relazione al ruolo femminile nell’ordinamento patriarcale e patriottico incentrato sulla famiglia, in cui la parità dei generi è altrettanto “contro natura” e contro la religione del rifiuto femminista della maternità, come dichiarava Erdoğan già nel 2014. Maternità che significa generare figli per assicurare la crescita demografica del paese; almeno tre per ogni madre, ha detto il presidente in più di un’occasione, appellandosi contemporaneamente all’ideologia economica neoliberale, al conservatorismo islamico e al nazionalismo.


Dal punto di vista legale, la Convenzione vincola gli Stati a implementare il contrasto alla violenza di genere nella loro legislazione. Anche questo è un campo di battaglia culturale per il governo turco, che ha annunciato il varo di un suo piano anti-violenza all’interno di un piano generale per i diritti umani, autarchicamente incardinato nelle tradizioni del paese invece di importare modelli forestieri. L’intenzione sembra essere quella di depennare la dimensione culturale della violenza di genere, per inquadrarla invece come un problema puramente criminale. La combinazione di autarchia, nazionalismo identitario e patriarcato è palese nelle parole scelte dal vice-presidente Fuat Otkay per lodare l’annullamento della ratifica: “Siamo determinati a continuare la nostra sincera lotta per innalzare la reputazione e la dignità delle donne turche ai livelli che meritano nella società, preservando il nostro tessuto sociale tradizionale. Non occorre cercare il rimedio all’estero, imitare altri. La soluzione è nelle nostre tradizioni e costumi, nella nostra essenza.”


Il corto circuito tra la visione nazional-patriarcale e i princìpi della Convenzione si manifesta già nella legge 6284 del 2012, la principale normativa turca contro la violenza domestica. Malgrado la sua indubbia importanza, riconosciuta dai gruppi femministi e di advocacy anti-violenza, la legge 6284 cerca di salvare la capra dell’uguaglianza di genere, recependo la Convenzione, e i cavoli del patriarcato, che mina l’uguaglianza alla base. Come nella cultura politica dominante, l’assunto della legge è che la difesa della famiglia sia anteposta alla difesa dei diritti individuali della persona vittima/a rischio di violenza; in contrasto con la Convenzione, la legge turca permette la conciliazione tra la vittima e il responsabile dell’abuso, e mancano provvedimenti che tengano conto delle esigenze di donne appartenenti a minoranze etniche, religiose e sessuali.


Ancora più problematica è stata l’applicazione della legge 6284. Le forze dell’ordine e la magistratura si sono spesso dimostrate poco solerti nell’intervenire in situazioni a rischio, sfornite di protocolli d’intervento chiari, nonché culturalmente legate al paradigma patriarcale, fungendo da mediatori nelle riconciliazioni e riaffermando così la struttura di potere esistente, senza correggerne gli squilibri informali. La legge prevede che siano forniti rifugi pubblici per le vittime di violenza costrette ad allontanarsi da casa; pur offrendo servizi simili a quelli delle pratiche femministe di assistenza, i rifugi statali tendono a sorvegliare le persone ospitate, limitandone le comunicazioni con l’esterno e imponendo il coprifuoco. Le misure per prevenire il covid hanno inasprito le carenze istituzionali, tagliando posti letto e rendendo l’accesso ai rifugi quasi impossibile. Nemmeno la sicurezza fisica è garantita, come hanno dimostrato almeno due casi, risalenti all’estate 2020, in cui i mariti di donne ospitate nei rifugi sono riusciti a rintracciarle.


In tutto il paese, la situazione della violenza di genere è un mondo largamente sommerso. Il governo turco non pubblica statistiche ufficiali al riguardo, e a tenere il conto provvedono associazioni come Kadın Cinayetlerini Durduracağız (Fermeremo i Femminicidi), che ha riportato 300 femminicidi e 171 morti sospette nel 2020, 79 femminicidi e 45 casi sospetti da gennaio a marzo 2021. Un problema ricorrente è la tendenza della polizia e della magistratura ad archiviare in fretta le indagini, classificando i casi sospetti come suicidi, morti naturali o incidenti.


Sebbene parziali, questi numeri fotografano il paese reale prodotto dalla cultura nazionalista e patriarcale, in cui gli uomini fanno la nazione nello spazio statale, le donne in quello privato e familiare, e ogni uscita dai binari del genere è un deragliamento identitario importato o imposto dall’esterno. Con una retorica molto simile a quella di Erdoğan, facendo leva sulla paura dell’assalto “genderista” ai valori tradizionali e sulla necessità di affidarsi alle sole leggi nazionali per proteggere paternalisticamente le donne e la famiglia, tra il 2018 e il 2019 i governi di Bulgaria, Ungheria e Slovacchia hanno rifiutato di ratificare la Convenzione. E il prossimo Stato ratificante a seguire l’esempio della Turchia sarà molto probabilmente la Polonia.


di Vittoria Princi