TUTTI PARLANO DI MONTANELLI, NESSUNO DELLA VERNICE

Il contesto.

Contestualizzare” parola del momento. A dover essere contestualizzate sarebbero, a parere di molti, le azioni che una tra le massime autorità del giornalismo italiano compì in giovinezza. Ormai lo conosciamo tutti, si tratta di Indro Montanelli.

Montanelli, al centro dell’uragano mediatico a seguito all’imbrattamento della sua statua a Milano, viene difeso da parte dell’opinione pubblica: la colata di vernice sulla testa d’ottone del giornalista è un atto vandalico. L’accusa alla damnatio memoriae proviene anche e soprattutto dalle istituzioni e da alcune tra le maggiori figure di spicco del giornalismo odierno. Sala e Di Maio si sono espressi chiaramente a riguardo (link per leggere l’articolo https://bit.ly/2YOXwZM). Si esprime anche Enrico Mentana, in linea con quanto già dichiarato dal sindaco di Milano e dal Ministro degli esteri.


Il direttore di TG La7 ricorda in un post su Facebook di come il giornalista fu vittima di un attentato delle BR nel ’77 (a cui sopravvisse) quindi, in quanto emblema della libertà d’espressione che caratterizza la nostra democrazia, la statua non si tocca.

Marco Travaglio, che lavorò con Montanelli, lo ricorda come un uomo d’altri tempi. L’opinionista del celeberrimo Fatto Quotidiano prende le difese del mentore: “Non era né un razzista, né un pedofilo”. Giustifica dicendo che un razzista in linea con l’ideologia del Trentennio non avrebbe mai sposato una donna africana, le unioni miste, infatti, furono poi rese illegali dal regime. Non viene però detto molto riguardo al fatto che si trattasse di una bambina, venduta come un oggetto, se non che così vuole l’usanza etiope e che Montanelli, come altri suoi conterranei, semplicemente si adattò. D’altronde si sa, tutto il mondo è paese.Gli atti che andrebbero “contestualizzati” non vengono realmente giustificati per una ragione molto chiara: sono ingiustificabili. Ciò che resta di quest’uomo “d’altri tempi” è sicuramente un’immagine controversa, per il resto ci fidiamo di ciò che dice Travaglio, che lo conobbe di persona. Sta ai fatti, però, che i valori che gli appartennero, provenienti da un’epoca senz’altro lontana ma non di secoli (ricordiamo che Montanelli morì nel 2001), lasciano le proprie tracce nel presente. Proprio perché si trattò un importante giornalista,responsabile di produrre cultura e informazione, non di certo una persona qualunque, ha senso interrogarsi su chi fosse, ma soprattutto su cosa abbia lasciato in eredità al giornalismo italiano. Episodi di razzismo, luoghi comuni e populismi vari non spuntano dal nulla come funghi. Ecco quelli sì che andrebbero contestualizzati. Non si può pensare che la società possa cambiare senza aver prima rimescolato l’humus culturale, la terra dentro a cui nascono i semi marci. Non si parla di dimenticare o riscrivere la storia, ma di arricchirla di dettagli. Scrivere la storia di chi ha sofferto e non solo dello “scatolone di sabbia” ricordato anche da Travaglio. Questo è il significato della parola contestualizzare.E qua torna la retorica di un’Italia che non ha mai fatto i conti con il proprio passato. Se ne parla egregiamente in questo articolo di Internazionale: https://bit.ly/2Ne4UbL

Per il resto su Montanelli sono state spese parole a sufficienza, sono altri i veri protagonisti di questa storia.

La vernice.

Un gesto di protesta ha in essere il fatto stesso di attirare i riflettori. Quello è il mezzo, quello è il fine. Questa volta più che riuscito. Innanzitutto facciamo chiarezza. A giugno di quest’anno è sta fatta una colata di vernice rossa con tanto di scritta da parte degli attivisti di LuMe e della Rete Studenti. Il che è stato letto come un’interpretazione nostrana di quanto già fatto nel resto del mondo ( le statue di Colombo negli USA, quella di Churchill in Gran Bretagna i casi più famosi). C’è chi dice che ciò non abbia senso, in quanto l’Italia non ebbe un gran passato coloniale. Insuccessi a parte, però, l’intento c’era. Questo dovrebbe voler dire che il problema del razzismo non ci riguarda? Che il movimento Black Lives Matter non possa attecchire anche qua? Probabilmente anche in Italia la voce di qualcuno urge di essere ascoltata. Quella delle seconde generazioni, quella dei migranti, di chi subisce discriminazioni. Quella di chi viene lasciato morire in mare, circondata da silenzio. Piuttosto che chiederci di chi sia la statua, non dovremmo iniziare a chiederci di chi è la vernice?

La paternità (o forse dovremmo dire maternità) del gesto però appartiene a qualcun altro. Diamo a Cesare quel che è di Cesare. Ben prima che il movimento Black Lives Matter nascesse, l’8 marzo del 2019, il presidio milanese di Non Una Di Meno colò della vernice (questa volta rosa) sulla statua d’ottone. Un gesto che per creatività ed efficacia andrebbe letto più come una performance artistica che come atto vandalico. Tra l’altro non c’è dubbio: la statua in rosa è molto più bella. Ma che i lettori traggano da soli le proprie conclusioni. Il flash mob di NUDM passa in secondo piano, nel polverone mediatico ne viene erroneamente fatto un tutt’uno con l’altro e infine considerato uno scimmiottamento delle vicende americane (quando invece le precede). Nel marasma di opinioni e posizioni, le donne sono le vere dimenticate di tutta questa faccenda. Non a caso, le posizioni degli autorevolissimi nomi sopracitati sono tutte di uomini, che si infervorano per difendere il giornalista, ma non una parola sulle discriminazioni di genere, non una parola sulla vernice. Per quanto riguarda il caso Montanelli, razzismo e femminismo si intersecano. Eppure in Italia sul secondo tema c’è ancora molto attrito, la popolazione stessa fa fatica anche solo ad accettare il dibattito. Come riflesso della società, nell’area mediatica così come nelle aule del parlamento avviene lo stesso. Il discorso viene visto come superato, appartenente ad un’anti-storica battaglia di sessantottine più che ai giorni nostri. Tuttavia, il movimento Non Una DI Meno, che partendo dal Sud America dal 2015 ad oggi ha fatto il giro del mondo (radicandosi stabilmente anche in Italia),cambia le vesti del femminismo e lo rinnova. E no, non parliamo di Freeda. La protesta diventa creativa e colorata, la statua in rosa ne è solo un esempio. Iconico anche il flash mob “Un violador en tu camino”, che nel novembre del 2019 partendo dalle proteste in Cile prese piede in tutto il mondo. Un canto di protesta che porta con sé il ritmo e il calore del Sud America e che fa venire la pelle d’oca se ci si ferma realmente a riflettere su quanto subito dalle manifestanti. Stupri e violenze vengono incanalati e la risposta è in forma artistica: cantando e ballando (oppure colorando). Anche se la protesta è in forma alternativa e coinvolge donne (e non solo) di mezzo mondo non basta per essere ascoltate, nonostante sia stato gridato in tutte le lingue. Tutti si infervorano a condannare i casi di violenza domestica, questi però vengono interpretati più come casi isolati dovuti a distorsioni mentali che come riconducibili ad una matrice culturale. Eppure i cartelli di Non Una Di Meno lo dicono chiaramente: “Lo stupratore non è un malato, ma è figlio sano del patriarcato”. Il contesto non è quindi giustificazione su cui accomodarsi, ma la causa primaria di un problema che riguarda l’oggettificazione del corpo femminile che è tutt’altro che superato. E la politica? Le donne le ha messe da parte ormai da tempo, se non quando si tratta di far fare figli. Ed è così che nel 2020, a 48 anni dall’approvazione della legge 194, ci si ritrova a dover difendere, ancora una volta, con le unghie e con i denti, il diritto di abortire (vedi quanto accaduto in Umbria). Ci pensa il movimentismo a organizzare le proteste, da parte delle istituzioni non una parola (se non il Ministro Speranza che ci farà presto sapere se la misura attuata dalla governatrice Tesei sia legittima o meno). La vernice quindi, per tornare al fulcro del discorso, è espressione di un movimento che in tutto il mondo difende i diritti delle donne, che nasce dal basso e che cerca di riaprire un dibattito che nel Belpaese è ormai diventato di nicchia. La vernice non è accessoria, è e vuole essere l’unica vera protagonista della scena. Non a caso è rosa.