UNO SPUNTO PER AMMAZZARE IL TEMPO

Faber, in uno di quelli che a mio parere è uno dei suoi più leggeri capolavori, Smisurata preghiera, canta di andare “in direzione ostinata e contraria”. E allora, figlio di questa canzone, voglio remare controcorrente dicendoci che questa quarantena non solo può aiutarci, ma, con i dovuti distinguo del caso e non certo negando la tragedia che stiamo vivendo, può essere la rinascita di una generazione.

Sopravviviamo nella frenesia e nella compiutezza del tempo, all’insegna della velocità e dell’immediatezza; tutto sembra sfuggirci di mano. Dobbiamo avere tutto, immediatamente. Se necessario in barba a tutti, tanto non c’è spazio per chi non ce la fa. Viviamo nel mito del qui ed ora. Dalla tenera età ci insegnano a correre, sempre e soprattutto più degli altri. Inutile stupirsi di ciò. Siamo figli degli anni novanta, della globalizzazione e dell’individualismo. Sarebbe sciocco non essere consci di ciò e non accettare la liquidità che caratterizza il nostro tempo.

In questo contesto di premura, però, un fastidioso intralcio si presenta inequivocabile d’innanzi a noi. Da un giorno all’altro ci troviamo costretti nelle nostre quattro mura e sembra che solo rabbia e noia possano accompagnarci in queste lunghe giornate. Che questo virus non sia invece la possibilità di lasciar andare i nostri pensieri, leggere molto e cercare di guardare al di là del contingente, per afferrare un orizzonte? In questo contesto io credo ci siano degli aspetti positivi. Le manifestazioni dai balconi sono il frutto di una reazione collettiva che cerca di ritrovare il senso di comunità. Sono un modo di sentirsi vicini. È necessario però che insieme a queste si attivi un processo di rimessa in questione di come viviamo normalmente.

Oggi il nostro baricentro è lo sfrenato consumismo. Al limite il piagnisteo diffuso quando ci è impossibile esercitarlo. Dobbiamo ritrovare il senso della centralità della vita, della centralità del bene comune, della centralità della comunità sociale, umana e unica. Va aperto un grande cantiere di ideazione (delle idee, ideale e ideologico) sul nostro sistema sociale ed economico. Personalmente, sul fatto che il capitalismo vada combattuto non ne sono affatto convinto, ma credo profondamente che ne vadano esaltati i lati sociali, umani ed emancipatori. Se non si riuscirà a farlo, allora sarà necessario trovare un modello alternativo. Ma il momento in cui spremere le proprie meningi è ora, all’interno delle nostre case, attivando una riflessione comune con i mezzi che la civiltà ci offre. Mi riferisco innanzi tutto a quelli culturali, sono convinto che solamente da qui possa iniziare la nostra rinascita. Parimenti, però, i mezzi spirituali sono la linfa che può attivare i nostri sentimenti più profondi e genuini.

Il virus in questo senso è una grande opportunità per due motivi. Il primo è che porta con sé l’aspetto tragico della morte e con questo ci dimostra che il grande progetto di rinnovamento va fondato sulla fragilità e non sulla forza. L’opportunità che abbiamo di fronte è quella di porre come pivot della nuova umanità la forza della fragilità. All’occhio sfuggente di molti parrebbe un ossimoro, ma non lo è: se davvero impariamo a riconoscerci fragili possiamo evitare di cadere nell’arroganza e nel bisogno di sopraffare per affermare sé. Siamo creature fragili e questo virus ce lo sta dimostrando in modo drammatico. La seconda opportunità è quella dell’accettazione della privazione. La resilienza e la calma possono diramarsi in tutta la loro intelligenza, insegnandoci il valore della riflessione. Abbiamo di fronte a noi l’opportunità di interrogarci sul valore delle relazioni umane e di ciò che è l’autenticità che la vita ci offre.

Allora da qui penso che sia necessario lanciare un grido di speranza. La speranza che questa quarantena possa far riflettere ognuno di noi su sé stesso e sul proprio ruolo nel mondo.

- Nicolò Milanesio.