VERITÀ PER MARIO

Mario Paciolla, 33 anni, viene trovato morto impiccato nella sua abitazione di San Vicente del Caguan, in Colombia, la mattina dello scorso 15 luglio.

Le autorità locali vorrebbero archiviare il caso come suicidio, ma da subito è chiaro che si tratta di una valutazione completamente errata.

A dirlo sono gli amici di Mario, che lo conoscevano bene e che sapevano che lui un gesto del genere non l'avrebbe mai commesso, i parenti, con la madre che racconta subito di come il figlio avesse in programma di tornare a Napoli già il 20 di luglio, e Mario stesso, attraverso il suo corpo ricoperto di numerosi tagli, innaturale per un presunto suicida morto impiccato, e le parole affidate alla madre poco prima di morire, cui aveva confidato in una telefonata di essersi cacciato in “un guaio”, “di sentirsi sporco” e di non vedere l'ora di potersi lavare “nelle acque di Napoli”.

Inutile dire che la polizia colombiana si è trovata costretta a guardare in faccia la realtà e ad aprire un'indagine per omicidio, certamente un primo passo, ma quanto appare lunga la strada per la verità con presupposti del genere.

Mario in Colombia, in quella regione al confine con la foresta amazzonica, il Caquetà, era andato per lavorare come osservatore delle Nazioni Unite, a vigilare sull'attuazione degli accordi di pace tra Farc e governo colombiano firmati nel 2016.

Gli accordi, salutati quattro anni fa con giubilo dalla comunità internazionale e con un nobel per la pace all'allora presidente colombiano Santos, prevedono il completo scioglimento delle Farc come gruppo di lotta politica armato e la costituzione di 24 Spazi di Formazione e Reincorporazione, aree pensate per il disarmo e il reintegro degli ex-guerriglieri nella società e nelle quali l'Onu vigila sul rispetto del cessate il fuoco e dei diritti umani. Questo era quello che Mario era andato a fare a San Vicente, uno dei municipi contenenti una delle 24 aree.

Una presenza necessaria quella degli osservatori Onu in Colombia, ma purtroppo non sufficiente ad evitare le violenze di militari e gruppi paramilitari di estrema destra appoggiati dall'attuale governo fascista di Ivan Duque, delfino dello spietato Alvaro Uribe, “il macellaio”, e salito al potere nel 2018 con i finanziamenti dei narcos.

Dal 2016 ad oggi, con la connivenza più o meno esplicita delle istituzioni colombiane, sono stati uccisi circa 218 ex guerriglieri e 970 leader sociali e per i diritti umani.

Il paese viene mantenuto in uno stato di perenne assedio, con territori militarizzati, violenze contro le popolazioni indigene all'ordine del giorno e il totale disprezzo dei diritti umani, tutto ciò mentre le multinazionali devastano i territori e portano avanti le loro politiche estrattive e di selvaggio sfruttamento della forza lavoro locale senza incontrare la minima resistenza. Questa ingiustizia assoluta e diffusa non ha però soffocato la rabbia della popolazione, che ha tentato di ribellarsi attraverso diverse mobilitazioni trasversali a livello nazionale, tutte represse nel sangue.

L'ultima nell'autunno del 2019, quando la Colombia, scossa da mobilitazioni a tappeto, ha visto scendere in piazza migliaia e migliaia di persone aderenti ad uno sciopero generale indetto da numerose sigle sindacali, organizzazioni indigene, gruppi femministi, organizzazioni studentesche e collettivi Lgbtq+.

La risposta di Duque è stata ovviamente brutale, per chi vorrebbe vedere la Colombia completamente in mano alle oligarchie nazionali e al capitale internazionale una mobilitazione di piazza è un affronto insopportabile, le città sono state quindi ulteriormente militarizzate e i manifestanti torturati e uccisi, il tutto in un silenzio assordante.

Con l'inizio della pandemia le mobilitazioni di piazza si sono fermate, ma non la repressione: sono infatti almeno 95 gli attivisti e gli oppositori del regime uccisi dall'inizio dell'epidemia.

E' possibile che Mario, in quanto osservatore delle Nazioni Unite e difensore dei diritti umani, quindi figura scomoda per il regime, sia rimasto vittima anche lui di queste repressioni, secondo una dinamica che allora ricorderebbe, più di quanto non sia già, quanto successo in Egitto a Giulio Regeni nel 2016, anche lui a farsi carico delle lotte per l'emancipazione sociale e i diritti umani in altri paesi del mondo, anche lui costretto a confrontarsi con un feroce regime dittatoriale, con la sua furia e i suoi squallidi interessi. Interessi che troppo spesso, e già una volta più di mai sarebbe troppo, finiscono per intrecciarsi con quelli delle moderne e irreprensibili democrazie occidentali, le stesse che stringono accordi con la Libia e il dittatore Erdogan, o includono fra le loro file l'estremista di destra Orban, per capirci.

Non è un mistero che ormai da tempo gli Stati Uniti abbiano riconosciuto nel governo colombiano il principale partner in Sud America nella lotta al Venezuela, con la Colombia trasformata nella principale base logistica da cui far partire gli attacchi contro il corrotto governo di Maduro.

Da chiarire nella vicenda dell'omicidio di Mario è poi anche la posizione delle stesse Nazioni Unite.

Persone vicine a Mario hanno testimoniato che negli ultimi tempi il rapporto con la Missione di Verifica Onu con cui collaborava si era fatto più teso e che non erano mancati i contrasti con i colleghi.

Lo stesso Mario si era detto preoccupato al riguardo e aveva confidato ai genitori di voler chiudere definitivamente la sua parentesi di collaborazione con l'organizzazione.

Sembrerebbe indirizzare ad una maggiore attenzione riguardo ad un possibile coinvolgimento delle Nazioni Unite nell'omicidio anche il poco emerso fin'ora dalle indagini, poco che però è risultato sufficiente per mettere sotto indagine quattro poliziotti colombiani, colpevoli, secondo quanto riportato dal quotidiano El Espectador, di aver permesso ad alcuni funzionari dell’Unità indagini speciali del dipartimento Salvaguardia e Sicurezza delle Nazioni Unite di entrare in casa di Mario dopo la sua morte e di raccogliere alcuni suoi effetti personali (soldi, appunti, agende, fotografie e dispositivi informatici), materiale che si sarebbe potuto rivelare prezioso per le indagini. Perché venne prelevato questo materiale?

Ma di domande da fare ce ne sarebbero anche altre, ad esempio: perché all'autopsia del corpo di Mario partecipò anche il capo della missione medica locale dell'Onu, nonostante non fosse un anatomopatologo? Oppure perché il capo della missione di verifica delle Nazioni Unite si è rifiutato di rispondere a diverse domande riguardanti le azioni svolte dal personale alle sue dipendenze?

Questi sono solo alcuni dei numerosi punti oscuri che circondano la vicenda e che fanno pensare che la verità, a più di un mese dalla sua morte, sia ancora un lontano miraggio.

Personalmente ogni volta che leggo i rari e scarni aggiornamenti sulla vicenda che riesco a recuperare, non posso fare a meno di pensare a quattro anni fa, alla morte di Giulio Regeni e alla somiglianza tra le due vicende. Il silenzio della stampa, l'indifferenza quasi totale nei confronti di quanto accaduto, le vaghe promesse di verità dei governi, il sospetto, ancora più forte oggi, che l'interesse comune sia quello di mettere tutto a tacere, di fingere che non ci sia mai stato nessun morto, nessun Mario oggi e nessun Giulio ieri. E allora il timore che tutto venga inghiottito dalla densa nebbia dell'indifferenza si fa ogni settimana più concreto, d'altronde non è questo il paese dei depistaggi e delle verità che si moltiplicano in modo che ognuno abbia la sua? Da bolognese sò di cosa parlo.

Ma almeno sull'ultimo punto, però, sento di poter dire qualcosa, dal nulla che i miei ventuno anni rappresentano e dal tutto che è ancora contenuto al loro interno, io, Mario e Giulio, non me li dimentico, e finché non ci sarà giustizia continuerò a chiedere conto delle loro morti, insieme a tutti quelli che come me credono nel valore assoluto della vita umana.

Perché sì, sono morti e sono morti ammazzati, ma prima di morire hanno vissuto e hanno vissuto da giusti, con gli ultimi e per gli ultimi, sempre alla ricerca della verità, con la schiena dritta e il coraggio di guardare dritto in faccia lo schifo di questo mondo, ma senza perdere la speranza in un futuro migliore. Nel fango, ma continuando a lottare.

Dimenticare la loro morte significherebbe dimenticare le loro vite e tutti gli insegnamenti contenuti in esse, un torto che non meritano e che se commesso finirebbe per perderci tutti.

Credo che l'imperativo morale che deve guidarci oggi, in un momento come questo, in occidente, sia ben condensato dall'appello che Vittorio Arrigoni era solito rivolgere alla fine di ogni suo articolo, quel Restiamo Umani coniato nel 2008 durante l'operazione militare israeliana “Piombo fuso”.

Restare umani significa non cedere alla barbarie, non piegarsi alla logica che ci vorrebbe tutti nemici e tutti in lotta, non perdere la nostra umanità in questo “inferno dei viventi”. Restare umani significa anche non girarsi dall'altra parte di fronte all'ingiustizia, prendere la parte di chi non ha parte e parlare per chi non ha voce, significa pretendere giustizia, sempre.

Restare umani oggi significa anche chiedere verità e giustizia per Mario e per Giulio, e per tutti i dannati della Terra.

Restiamo umani.



Di Elia Legnani