VERSO UN DISCORSO ECOLOGISTA

Si è fatta strada tra diversə ambientalistə l’idea per cui l’ecologia non possa — o non possa più — essere soltanto una questione di conservazione o restaurazione degli ecosistemi. L’ecologia insomma non è più soltanto una preoccupazione di tipo naturalistico in senso stretto, ma viene a coinvolgere il piano della vita umana e soprattutto della società. Se così è, diviene necessario ripensare interamente il discorso a partire dalle sue fondamenta sia in senso scientifico che in senso sociale, e le pratiche di vita quotidiana possono diventare ecologiche non soltanto nel senso della riduzione del proprio impatto ambientale che ciascuno di noi può tentare di attuare; la vita quotidiana può divenire ecologica anche nella costruzione delle proprie relazioni in società e nel modo stesso con cui si portano avanti la riflessione e la discussione.

Quanto abbiamo tentato di fare lo scorso 23 ottobre alla Zona Ortiva di Villa Erbosa insieme a Europa Futura e Comuni Mappe va in un certo senso in questa direzione. Come costruire un discorso ecologico? Su quali premesse? E soprattutto: come renderlo il più inclusivo possibile?

I problemi che emergono già soltanto ponendo queste domande mettono ben in rilievo come la natura della riflessione non possa davvero essere soltanto declinata sul piano scientifico. È certo importante portare avanti la ricerca, costruire modelli e delineare gli scenari possibili a seconda della serietà dell’azione umana nel contrasto alla crisi climatica, ma l’impellenza di questi problemi impone necessariamente di spostare la riflessione anche su un piano che coinvolga ciascuno di noi, che consenta di sedimentare una sensibilità diversa nelle nostre coscienze e ci permetta così di rifondare il rapporto tra umanità e natura — tra società e natura — su premesse radicalmente rinnovate. Diviene quindi fondamentale la costruzione di una cultura comune che abbia un’impronta ecologica, una cultura che necessita di solide basi scientifiche, e che tuttavia deve portare a rileggere anche concetti che esulano dall’ambito della scienza — concetti come ad esempio quello di diversità. Del resto è lo stesso Gregory Bateson ad affermare che nel ripensare le nostre pratiche in senso ecologico dobbiamo dubitare del nostro stesso modo di pensare quotidiano, e nella misura in cui questo ripensamento arriva a coinvolgere la sfera della quotidianità, è vitale che la nuova cultura sia costruita collettivamente dal basso in quanto questa non si può ridurre semplicemente a una divulgazione di risultati di ricerche scientifiche — i quali rischiano di suonare come dei vuoti numeri se insieme al risultato non viene illustrato anche un procedimento, un metodo di impostazione del ragionamento e del discorso.

È a questo punto che emerge con prepotenza il problema dell’inclusività di questo processo di costruzione dal basso: non tuttə hanno la possibilità di dedicare il tempo necessario allo studio, alla lettura e al dialogo. Il problema dell’ecologia si interseca con il problema della necessità del lavoro, e nella misura in cui questo processo può e deve coinvolgere tutte le soggettività esistenti, non è possibile separare i due discorsi. Il discorso ecologico non è compatibile con un paradigma della crescita illimitata non soltanto perché tale paradigma richiederebbe risorse infinite di cui non disponiamo, ma anche in quanto la costruzione di una consapevolezza collettiva richiede una scuola nel suo senso etimologico di tempo libero per il ragionamento e lo studio. Mentre oggi la separazione del lavoro manuale da quello intellettuale resta ancora evidente, la costruzione di una sensibilità ecologica richiederebbe esattamente il contrario, ovvero una compenetrazione delle forme di lavoro affinché sia da un lato possibile riallacciare un rapporto più stretto con forme di manualità che vanno perdendosi, e d’altra parte si possa nondimeno garantire a ciascuno una partecipazione consapevole alla formazione di nuove idee di libertà e cooperazione e di nuove forme di relazioni tra ambiente umano e ambiente naturale.

Diventa così evidente come il piano su cui si deve muovere l’ecologia non sia semplicemente naturalistico; esso è anzitutto problematizzazione del contesto storicamente e geograficamente situato in cui l’ecologia stessa è nata. L’idea di un pensiero ecologico in fondo, nonostante le sue vocazioni variamente anticapitaliste, nasce sotto un regime economico capitalista e precisamente per far fronte alle problematiche create dal sistema stesso. Il discorso ecologico è ancora una lotta interna al capitale: un modello di crescita sfrenata che è arrivato alla coscienza della propria insostenibilità e che tuttavia ha come prima necessità quella di salvare se stesso. Se anche i propositi della cosiddetta green economy dovessero realizzarsi non ci troveremmo davanti alla soluzione alla crisi ecologica, bensì assisteremmo all’elaborazione di tecniche il cui fine sarebbe il mantenimento di un regime in cui la produzione è al contempo mezzo e fine. Ciò che ancora manca è un progetto alternativo di società, ed è ciò che, auspicabilmente, si può costruire collettivamente.



*di Fabio Carnevali